“Bastardi senza gloria”, del 2009: analisi di un capolavoro di Quentin Tarantino

di Valentina Longo

Bastardi Senza Gloria

Quentin Tarantino è di sicuro il regista che più ha dominato la scena a cavallo tra XX e XXI secolo. È inoltre uno di quegli autori che o si amano o si odiano. Il suo approccio diretto e, si potrebbe dire, sfrontato a temi spesso spinosi ha favorito una vera e propria dicotomia nella critica. Com’è successo riguardo a Bastardi senza gloria (Inglourious Basterds), film di guerra e di vendetta del 2009 in cui propone un percorso alternativo per la Seconda Guerra Mondiale.

Come aveva fatto nel 2004 per i due Volumi di Kill Bill, Tarantino sceglie di dividere la storia in capitoli, scandendo così i perimetri delle sequenze da cui è composta. Il primo capitolo, denominato “C’era una volta, nella Francia occupata dai nazisti…”, è ambientato nel 1941 e serve a introdurre il primo personaggio importante del film e, solo alla fine, la vera protagonista.

Hans Landa (Christoph Waltz), colonnello delle SS soprannominato “Cacciatore di Ebrei”, fa visita a un contadino perché sospettato di nascondere una famiglia ebrea. Buona metà della sequenza è basata su un gioco di contraddizioni: il contadino vuole sembrare ospitale, ma sia lui che le sue figlie lasciano trasparire il nervosismo a ogni movimento. Landa si presenta come un uomo cordiale e gentile, ma il sorriso impostato e lo sguardo gelido rivelano la sua natura spietata. Entrambi pretendono di non conoscere le reali intenzioni l’uno dell’altro, ma è uno stallo destinato a durare poco.

Durante la conversazione, Landa fa un discorso sull’inciviltà degli ebrei che riesce a rompere le difese di Monsieur LaPaditte, talmente logico da sembrare quasi convincente. Ben presto, perciò, lo porta a rivelare la posizione del nascondiglio della famiglia e la fa trucidare. Solo una ragazza riesce a scappare: Shosanna (Mélanie Laurent). Durante quest’ultima parte della sequenza Tarantino ricorre a quella che può essere considerata la sua firma: l’inquadratura dei piedi. Infatti, durante l’entrata nella casa dei soldati chiamati da Landa la camera è posizionata a terra in modo da riprendere solo gli stivali. Ciò ricorda vagamente l’inquadratura dei cosacchi che scendono le scale ne La corazzata Potëmkin di Sergej Ėjzenštejn.

Il secondo capitolo è quello destinato a presentare gli effettivi soggetti della pellicola, da cui il titolo: “Bastardi Senza Gloria”. Il tenente Aldo Raine (Brad Pitt), veterano di guerra che ha combattuto anche in Sicilia (da qui le coordinate temporali: la narrazione si è spostata a poco prima dello sbarco in Normandia, perciò nel 1944), sta radunando 8 soldati ebrei americani per un’operazione in incognito. Il loro compito è andare in Francia con abiti civili e uccidere più nazisti possibile, svelando piani e posizione delle truppe nemiche. Raine aggiunge di essere un discendente della tribù degli Apache e di avere intenzione, perciò, di adottare le loro tattiche intimidatorie: ogni guerriero americano avrebbe dovuto portargli cento scalpi nazisti.

È interessante notare le analogie e le contrapposizioni tra i due discorsi: Landa aveva usato delle associazioni con animali per spiegare il suo punto di vista, Raine sottolinea l’inumanità dei nazisti per fomentare i soldati. Inoltre, mentre Landa aveva utilizzato termini e modi pacati, Raine incita alla violenza e alla crudeltà verso i tedeschi, giustificandola come atto di giustizia. Gli eroi della storia diventano perciò dei carnefici, ma riescono comunque a suscitare la simpatia del pubblico. Risulta così evidente l’abilità di Tarantino di giocare con giusto e sbagliato e mettere in scena gli istinti umani più nascosti.

Nota di merito di questo capitolo, a livello narrativo, è quello di aver inserito un’ellisse e, subito dopo, un duplice flashback. Si parte con Raine che annuncia la spedizione, per poi vedere Hitler parlare con l’unico superstite di una delle incursioni avvenute in Francia. Ciò implica che debba essere trascorso del tempo tra i due episodi, anche se imprecisato. Il soldato comincia perciò a raccontare del massacro che i Bastardi avevano compiuto, e si ha il primo flashback con un primo piano di Tarantino nei panni di un soldato nazista a cui stanno tagliando lo scalpo. Tre dei nemici sono rimasti in vita, e durante gli interrogatori Raine presenta altri componenti della squadra, tra cui Hugo Stiglitz (Til Shweiger): ex soldato tedesco che aveva ucciso tredici compatrioti ed era stato così notato e salvato dai Bastardi. Il secondo flashback consiste, così, nella storia di Stiglitz e di come era entrato a far parte della squadra.

In questa sequenza, infine, si denota quanta importanza rivestono i soprannomi all’interno del film. Ogni personaggio importante ne ha uno: precedentemente si era conosciuto quello di Landa, “Cacciatore di Ebrei”. Qui apprendiamo dei “Bastardi”, che Raine è “Aldo l’Apache” e il sergente Donny Donowitz (Eli Roth) è l’“Orso Ebreo”. Gli alias con cui sono conosciuti sono talmente famosi e talmente potenti che Hitler in persona vieta ai suoi soldati di utilizzarli, di modo da arginare il timore che incutevano.

Il terzo capitolo, “Serata tedesca a Parigi”, immerge definitivamente lo spettatore nella dimensione cinematografica. Quattro anni dopo l’assassinio della sua famiglia Shosanna Dreyfus è Emmanuelle Mimieux, proprietaria del cinema che diventerà teatro della vicenda risolutiva. Di lei si invaghisce Fredrick Zoller (Daniel Brühl), eroe tedesco famoso per aver ucciso da solo 300 soldati nemici e soggetto di un film, “Orgoglio della Nazione”, voluto da Goebbels stesso. Nonostante i continui rifiuti di Shosanna, Fredrick insiste nel corteggiarla, al punto di convincere Goebbels a tenere l’evento della prima nel suo cinema, seppur molto più piccolo di quello precedentemente scelto.

Uno degli aspetti più interessanti di questa prima parte della sequenza è il re-incontro tra Shosanna e Landa, nel locale dove Goebbels e Fredrick l’avevano convocata per definire i dettagli della première. Essendo il responsabile della sicurezza, si deve accertare che lei sia affidabile e, perciò, la sottopone al suo particolare interrogatorio. Quasi come fosse un segno distintivo, ordina per lei un bicchiere di latte. Durante l’interrogatorio a LaPaditte aveva fatto in modo di averne sempre un bicchiere pieno a portata di mano e in questa occasione ripropone, intenzionalmente o meno, quel ricordo alla sua interlocutrice.

Nell’ultima parte della sequenza, infine, Shosanna rivela le sue intenzioni a Marcel (Jacky Ido), proiezionista al cinema e suo amante: Voglio dare fuoco al cinema durante la serata nazista. Qualunque cinefilo avrà avuto un brivido nel sentire questa frase e nell’immaginare 350 pellicole, importanti parti della storia del cinema, bruciare per compiere la sua personale vendetta. Infatti, il piano è bloccare le porte durante la proiezione per poi incendiare quei chilometri di pellicola in nitrato ed uccidere, così, tutti i nazisti presenti. Se il fine giustifica i mezzi, Tarantino perdona un atto tanto crudele, soprattutto per un cineasta appassionato come lui stesso, pur di debellare il Male. Eppure, ancora una volta è la figura dell’eroe ad adottare i metodi violenti associati al suo antagonista per combatterlo e vincerlo.

Il quarto capitolo, “Operazione Kino”, è una riaffermazione della dimensione cinematografica come sfondo della storia. Infatti, ha come protagonisti due nuovi personaggi, il tenente Archie Hicox (Michael Fassbender) e Bridget Von Hammersmark (Diane Kruger), rispettivamente un critico cinematografico e una diva del cinema tedesco. L’Operazione Kino consiste nell’infiltrarsi alla première e far saltare il cinema durante la proiezione, uccidendo tutti i presenti. È, perciò, una sorta di piano alternativo a quello di Shosanna, molto simile anche in ciò che sacrificherebbe: se le cose dovessero andare male l’industria cinematografica perderebbe comunque un valente critico e un’attrice di talento.

Il primo segnale di allarme in questa sequenza è il luogo d’incontro delle due spie: un locale sotterraneo. Il primo pensiero di Raine e dei Bastardi, come anche di uno spettatore che conosce un po’ Tarantino, è che sarà il luogo perfetto per un massacro. Nonostante le speranze di Hicox, in effetti, il locale è pieno di soldati tedeschi che stanno festeggiando la nascita del primo figlio di uno di loro. Coincidenza o meno, il secondo campanello d’allarme che viene lanciato allo spettatore è il personaggio assegnato al neo-padre durante il gioco in cui sono impegnati: Winnetou, capo Apache protagonista di una serie di romanzi dello scrittore tedesco Karl May. Sembrerebbe quasi un espediente per porre l’attenzione sulle parole di Aldo l’Apache, un’indicazione sulla veridicità della sua precedente previsione.

L’importanza che le estremità del corpo rivestono nel cinema tarantiniano si riafferma in questa particolare parte della sequenza. I Bastardi, che si stanno fingendo soldati tedeschi, vengono smascherati da un maggiore della Gestapo per il modo in cui Hicox ordina tre whisky (indice-medio-anulare invece di pollice-indice-medio). Landa, dopo la sparatoria che non avrebbe dovuto lasciare alcun superstite, capisce della presenza di una sopravvissuta per il ritrovamento di una scarpa femminile elegante ma nessun corpo. Scopre, infine, la sua identità grazie all’autografo per il bambino che la Von Hammersmark aveva firmato su un fazzoletto.

Il quinto e ultimo capitolo, “La vendetta della faccia gigante”, è, per certi aspetti, l’apoteosi della cinefilia di Tarantino. Comincia con Shosanna che si prepara per la serata e, nel mentre, si vedono sotto forma di flashback le fasi di preparazione del corto girato da lei e Marcel. Di nuovo, ricorre alla violenza e al ricatto per convincere lo sviluppatore a collaborare con loro e stampare la pellicola, dopodiché si assiste alla fase di editing. La maggior parte dell’azione si svolge all’interno del cinema e i due piani di vendetta si dipanano in modo analogo. Due dei tre Bastardi infiltratisi alla prima raggiungono i loro posti e, contemporaneamente, Marcel e Shosanna organizzano la proiezione e i tempi della trappola. Si scopre, a questo punto, che l’operazione è, in realtà, una missione suicida: i Bastardi hanno l’esplosivo legato alle caviglie. Dopotutto, distruggere un cinema è, per un cinefilo, il gesto estremo!

La passione feticista del cineasta riemerge anche in quest’ultima sequenza, con lo smascheramento della Von Hammersmark ad opera di Landa. Laddove sarebbe bastato far cadere l’attrice con un interrogatorio e pressioni psicologiche, come nel suo stile, Landa insiste nel voler vedere il piede e provarle la scarpa rinvenuta nel locale. Tutta la scena ha un tono sensuale: una pausa prima di alzare la gamba e poggiare il piede sul ginocchio di Landa; accentuazione del respiro dell’attrice (ha pur sempre capito di essere stata scoperta); dettaglio sul piede, che comprenda tutta la scarpa, e addirittura il particolare del laccio alla caviglia mentre Landa lo scioglie; per terminare con un primissimo piano sul tallone mentre Landa inserisce la scarpa al piede. Il tutto ha una durata di 1’ e 40’’, tra movimenti volutamente lenti e suoni di sottofondo volti a rendere l’atmosfera quasi erotica.

Il titolo di quest’ultimo capitolo si comprende appieno verso la fine, della proiezione e della sequenza. Infatti, il corto realizzato da Shosanna e Marcel consiste in un primo piano di lei che invita i nazisti a guardare bene in faccia l’ebrea che vi ucciderà. Dopo aver dato il segnale a Marcel di incendiare le pellicole, la proiezione continua con la sua risata in sottofondo: la vendetta è compiuta. Ciò potrebbe ricordare visivamente la fine di Metropolis di Fritz Lang, quando la folla mette al rogo la falsa paladina e la si vede ridere tra le fiamme.

Il tema della violenza ritorna, in questi ultimi minuti, anche in altri due momenti diversi. Il primo è quando Shosanna è in sala proiezione e aspetta il momento giusto per far scattare la trappola mortale. Zoller bussa alla sua porta per continuare ad importunarla e, all’ennesimo rifiuto, risponde con uno scatto di rabbia. Lei perciò gli fa credere di voler cedere alle lusinghe per, poi, sparargli alle spalle mentre sta chiudendo la porta. Di nuovo, un gesto associabile più ai suoi nemici che all’eroina della pellicola. Presa da quello che sembra un momento di rimorso, si reca dal soldato per controllarlo e ciò le si ritorce contro: Zoller, ancora vivo, usa le ultime forze per spararle e ucciderla. Raine aveva detto alla sua squadra, nel secondo capitolo, che non avrebbero dovuto mostrare pietà: questa scena è la dimostrazione che questa sarebbe stata la propria rovina.

Il secondo momento in cui emerge è, infine, il confronto tra Landa e Raine. Inizialmente, quando Raine è appena stato catturato e portato da Landa, a un semplice tocco di quest’ultimo la risposta di Aldo è una testata sul naso. Alla fine, nemmeno Landa riesce a sfuggire al destino riservato ad ogni nazista sopravvissuto ai Bastardi: la svastica intagliata sulla fronte. Mentre la prima volta si è vista già cicatrizzata sulla fronte del soldato sopravvissuto, nel secondo capitolo, questa volta, al culmine della sua missione, si segue in primo piano l’intero intaglio. Fino alla fine, gli eroi della storia sono i veri portatori di violenza.

La frase che chiude il film è: “Sai che ti dico, Utivich? Questo potrebbe essere il mio capolavoro”. E non è riferita solo al segno permanente sulla fronte di Landa: questo film può davvero essere considerato un capolavoro tra le opere di Quentin Tarantino.

2 risposte a "“Bastardi senza gloria”, del 2009: analisi di un capolavoro di Quentin Tarantino"

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