Volti(Usa/1968) Regia di John Cassavetes

di Girolamo Di Noto

Tra tutti i registi venuti alla ribalta negli ultimi trent’anni, Cassavetes è stato quello che più ha maggiormente colpito per l’irresistibile-quasi ossessivo- desiderio di conservare la sua autonomia pur essendo ammaliato dalle sirene hollywoodiane. Icona del cinema indipendente, ma anche attore affascinante conteso dai grandi studios( è stato il mezzano del diavolo in Rosemary ‘s Baby di Polanski, l’indisciplinato Victor Franco di Quella sporca dozzina di Aldrich, il sinistro agente di Fury di De Palma), Cassavetes ha saputo fondere l’inconciliabilità tra quei ruoli rigidi e la fluidità del suo cinema con tanta energia e dedizione al lavoro, credendo fermamente nella possibilità di esprimersi liberamente e realizzando un cinema sincero, autentico, vicino ai personaggi per quello che sono e non per quello che vorrebbero rappresentare.

A rendergli omaggio è la retrospettiva Volti- Il cinema di John Cassavetes, che dal 13 febbraio al 14 marzo presenta al Palazzo delle Esposizioni di Roma tutti i suoi film da regista, tra cui quello che dà il titolo alla rassegna, ovvero Faces( Volti ) con l’indimenticabile Gena Rowlands. Girato tra il 1964 e il 1968, in 16 mm, di 17 ore, poi ridotto a 4 e infine a 2 ore, il film ebbe 3 nomination agli Oscar: Cassavetes come sceneggiatore e i due attori Lynn Carlin e Seymour Cassel.

È un film che dipinge la crisi coniugale, le frustrazioni personali e le vane modalità con cui si cerca di fuggire la monotonia del proprio quotidiano soffocante.

Cassavetes girò questo film come un’improvvisazione sui ” problemi umani del matrimonio “, cogliendo, attraverso uno studio dettagliato, tutte le incertezze, le angosce, l’incomunicabilità della coppia americana. ” Quando ho iniziato Volti ero infastidito dal matrimonio. Non il mio matrimonio. Io e Gena abbiamo sempre litigato apertamente, non ci siamo mai tenuti dietro niente. Ero infastidito da coppie sposate, che davano l’impressione di avere tutto, ma che non riuscivano a comunicare. E non c’era amore tra loro”. Ciascun personaggio è in cerca di quell’amore che è scomparso dal matrimonio. Sono volti che esprimono mondi interiori che desiderano liberarsi da ruoli prefabbricati e lo fanno in vari modi: attraverso il tradimento, l’alcol, il ballo. I personaggi di Cassavetes non hanno che un’idea in testa: esistere ad ogni costo. Passano il tempo a fumare, bere, raccontare barzellette, discutere su Nixon o sul terremoto in Perù in un clima di noia e incomunicabilità. Il film è estremamente dialogato: che siano sobri o ubriachi, i personaggi parlano tanto, offrono una cascata di monologhi ininterrotti, spezzati da risate, pianti, balbettamenti, ma alla fine non dicono nulla se non sottolineare insoddisfazione, infelicità o tentativo di nascondere il proprio disagio e la propria malinconia. Nella sequenza in cui Richard, Freddie e Jeannie girano in tondo, si agitano in tutte le direzioni, intonano canti da ubriaconi e infine si abbattono sul divano incapaci- come scrive Thierry Jousse-” di ricostituire un legame con un io unificato e sintetico”, Cassavetes mette a nudo un’infelicità devastante a causa della quale nessuno sembra riuscire ad evadere da una vita piatta, alienante e opprimente. Una vita caratterizzata da discussioni verbose, punzecchiature ostili o risate. Si ride tanto in questo film, così come si beve altrettanto. La risata emerge all’improvviso, tradisce spesso inquietudine. Nella sequenza in cui Richard annuncia alla moglie la propria intenzione di divorziare, la donna, contro ogni aspettativa, scoppia in una risata che si fa sempre più nevrotica. L’alcol, dal suo canto, sviluppa la paranoia e non c’è scena senza che qualcuno abbia in mano un bicchiere. Accresce l’aggressività e la tensione ed è, come direbbe lo scrittore Chandler, ” la strada più breve alla lucidità essenziale “. Pioniere di un’arte basata sulla realtà così com’è e non come dovrebbe essere, Cassavetes segue i suoi personaggi con una macchina da presa mobilissima, vicina ai loro volti, quasi a voler catturare la realtà nel suo farsi e per realizzare questo racconto scomposto, per delineare il dissolversi di un rapporto di coppia, si serve di uno stile che fa dell’improvvisazione e del work in progress i cardini principali del suo modo di fare cinema. Rispetto all’improvvisazione assoluta, da jam session jazz, del film d’esordio Ombre, qui c’è una sceneggiatura più strutturata, su cui poi il regista e gli attori aggiungono, sottraggono con interventi di improvvisazione controllata. Improvvisazione non significa ” Fate tutto quello che volete”, in realtà ” l’improvvisazione era nell’emozione. Le battute erano scritte. Gli atteggiamenti erano improvvisati”. Un esempio di work in progress nel film è invece legato al fatto che Cassavetes riscrisse la parte di Maria inizialmente assegnata alla Rowlands perché lei ritenne quel ruolo troppo scialbo e optò per Jeannie, convinta che si trattasse di un personaggio più insolito e affascinante.

La rassegna sarà l’occasione, dunque, non solo di rivedere film, ma soprattutto darà la possibilità di riscoprire un modello per molti registi contemporanei, un regista che ha saputo infondere, nel bene e nel male, la vita nella maniera più autentica. Una vita liquida, instabile, fluida, ma sincera, senza infingimenti e troppe rappresentazioni. Vita che, per Cassavetes, si confonderà con il suo lavoro a tal punto che quando gli verrà chiesto:” Che cosa è il cinema?” , lui risponderà senza troppe esitazioni:” Un modo di vivere…e niente più “.

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