ALICE JUNIOR, NELLA SCUOLA DELLE ANTI-MERAVIGLIE

di Lelio Semeraro

La tua protesta si è fatta discreta, silenziosa, radicale, in quel banco in fondo alla classe. Hai indosso la triste divisa maschile, al posto della mise svolazzante, appariscente e brillante da fatina a cui aspiravi. Attui soltanto con la tua presenza una lotta reale, potenziale, simbolica contro lo schematismo assurdo eppure così universalmente accettato del codice binario che impone alcune regole in apparenza facili da seguire. Se sei maschietto vai nel bagno dei maschi, se sei femmina invece vai nel bagno delle femminucce. Ma se sei Alice, Alice junior? Sei qualcosa di più della carne e qualcosa di più del pesce. Per te, sei solo tu, mentre gli altri

dicono trans, affibbiandoti un’etichetta anche in buona fede.

La tua personale battaglia non è contro qualcosa o qualcuno, ma solo, scusate se è poco, per farti accettare come sei. Una lotta di “classe” in un altro senso, senza aver studiato Karl Marx, senza compagni, senza sinistra internazionale, senza le teorie del materialismo dialettico. La tua protesta è silenziosa e cerchi di uscire da quella grigissima istituzione senza lasciarci più un goccio di pipì. Il problema è che non ce la fai e così il video della tua radicale battaglia finisce su youtube, non come volevi, non come eroina, ma come la “pisciona” della classe. Qui in scena non c’è tanto quindi la mascolinità tossica di cui molto si argomenta, ma un paradigma tossico, convenzionale, storico, sclerotizzato che non ammette eccezioni, propulsore del bullismo. Per fortuna, il tuo sguardo, Alice, è unico e con carisma e personalità riesci a risollevarti dalla vergogna virtuale, a tracciare la strada dell’accettazione, scansando gelosie e invidie, e ad ammirare con la tua coppia di nuovi amici lo spettacolo assoluto del tramonto su un crepaccio.

La scuola cattolica di un paesino di campagna, dove la porta per necessità lavorative il padre profumiere, è il microcosmo che rappresenta la società e le sue contraddizioni, i comandi indiscutibili che favoriscono la volgarità reprimendo la naturale sensualità. Regole imposte che cercano di imprigionare le nuove identità adolescenziali e di soffocare il colorato mondo dei quasi-adulti, per prepararli, deformandoli, al grigiore della maturità e della competizione più crudele. Più il gender è fluido (e non solo il gender: di conseguenza anche il pensiero) e a maggior ragione quest’epoca è alla ricerca di figure di riferimento solide e dallo sguardo inclusivo come l’affettuoso padre di Alice.

Gil Baroni è riuscito a confezionarci un piccolo miracolo, con l’aggiunta di effetti grafici simpatici che imitano le app degli smartphone e veloce come un video blog. Una produzione che ha visto la luce anche grazie al sostegno di Ancine, ente nazionale del cinema carioca. Rimarchiamo: nell’era pre Bolsonaro. Prima cioè dell’arrivo di un governo che a quanto dicono gli stessi fautori del film, accecato dalla logica neoliberista, sta via via svuotando il Brasile di cultura, idee, racconto della diversità. Quel quid, l’eccezione, può chiamarsi come in questo caso Alice Junior in maniera leggera e disimpegnata, oppure Greta o Carola in altri contesti e con maggiore rilevanza politica.

La complessità è qualcosa di molto fragile e l’omologazione è la strada più facile. Scontrarsi con le tradizioni crea spesso un “soggetto” multidimensionale. Un surplus che si fa fatica a capire e a comprendere, spesso dal valore incalcolabile. La categoria della Berlinale 70 “Generation plus”, nel suo fresco visionario caleidoscopio di emozioni a misura di teenager è dedicata all’educazione sentimentale. Ma di chi? Più che dagli adolescenti, forse la rassegna dovrebbe essere studiata in profondità dagli adulti. Affinché capiscano che non basta smarcarsi dal proprio ruolo con la fugace domanda “come è andata a scuola?”. Mentre tu sei ancora alla ricerca, non del proustiano riflessivo tempo perduto, ma del vero autentico e libero primo bacio, raro come l’essenza di un profumo nascosto chissà dove.

 

 

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