“The Breadwinner. I racconti di Parvana” ovvero A cosa servono le favole?

di Marianna Lambiase

Una sola cosa è necessaria per sconfiggere il fanatismo brutale e la violenza che ne deriva: la potenza irrefrenabile e rivoluzionaria della cultura. E’ questa potenza che il 1 marzo 2020, in un piccolo cinema di Roma, l’Apollo 11, in una sala semivuota, i sedili occupati da un paio di famiglie con bambini, il bellissimo film di animazione “I racconti di Parvana” ha saputo splendidamente evocare.

Tratto dal romanzo “The Breadwinner” di Deborah Ellis, prodotto da Angelina Jolie e diretto da Nora Twomey, il film non  recentissimo – esce nel 2017 ed è distribuito in Italia nel 2019 -racconta con serietà e grazia la storia terribile di una ragazzina che, a Kabul, durante la guerra in Afghanistan, sotto il regime dei talebani, è costretta a nascondere la propria identità femminile per essere di aiuto alla sua famiglia, dopo che il padre è stato ingiustamente rinchiuso in prigione.

Parallela alla storia di Parvana, questo il nome della protagonista, si snoda la fiaba di Sulayman e della lotta con il Re Elefante che ha rubato alla gente del villaggio i semi necessari al suo sostentamento. Utilizzando tre oggetti magici, Sulayman renderà docile l’elefante; utilizzando  la luce della conoscenza, la potenza costruttiva dell’immaginazione,  la forza e la solidarietà degli affetti, Parvana affronterà  l’orrore della guerra e della distruzione.

Non racconto la trama, che merita di essere scoperta da chi ancora non ha visto il film. Preferisco raccontare lo stupore suscitato delle immagini essenziali e  dalla crudezza dei colori che descrivono un paesaggio martoriato dalla guerra, la ricchezza e l’eleganza delle figurine della fiaba ritagliate sullo sfondo, l’abilità di una mano che ha saputo illuminare gli occhi della protagonista, far muovere gli abbracci, accarezzare i volti così da comunicare a chi guarda il calore e la speranza che nonostante tutto sopravvivono all’orrore.

Il disegno e l’animazione non indulgono in  sentimentalismi e non strizzano l’occhio al pubblico bambino che segue con attenzione lo snodarsi della vicenda di Parvana, figlia di una scrittrice e di un maestro, che ostinatamente, fino all’ultimo, non interrompe la sua di scrittura: quella di una storia diversa da ciò che ci si aspetta venga raccontato;  quella di una donna bambina, ribelle alle imposizioni e all’autorità oscurantista.

La realtà terribile vissuta da Parvana trae continuo alimento dalla fiaba che le corre accanto: ai bambini e agli adulti spettatori il film fornisce gli strumenti per leggere ciò che di intollerabile vi è nel mondo reale: le donne con il burqa,le spose bambine, la gioventù plagiata e condannata a morte.

Probabilmente una rappresentazione realistica avrebbe rischiato di allontanare il pubblico dalla comprensione critica dei fatti, coinvolgendolo troppo, costringendolo ad allontanare da sé ciò che non si può sopportare di vedere e di sapere. La lucidità di chi guarda è invece mantenuta desta dalla finzione della fiaba che si riverbera sulla realtà che ha anch’essa, come la fiaba, i suoi oggetti magici e i suoi aiutanti, le sue principesse e i suoi mostri. La fiaba illumina la realtà, promettendo non la certezza del lieto fine, ma la consapevolezza che è possibile intervenire a modificare l’andamento delle cose: “Ogni cosa cambia, le favole servono a ricordarcelo”, così risuonano le parole nell’affettuosa conversazione iniziale tra padre e figlia.

Terminato il film, uscita dal cinema, ascoltando l’entusiasmo e i commenti dei bambini che erano in sala, ho avuto ancora una volta la conferma che bisogna sempre raccontare loro la verità, anche la più difficile, senza coprirgli gli occhi, purchè li si renda partecipi di un progetto comune: immaginare e costruire un mondo migliore. Questo film c’è riuscito e i  bambini hanno capito.

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