Il Mostro della Laguna Nera, di Jack Arnold (Creature from the Black Lagoon / USA 1954)

di Fabrizio Spurio

Quando l’orrore nasce dal devoniano…

Un film di culto – considerato ormai un classico – ha portato sullo schermo il primo mostro dell’epoca moderna. Il cinema dell’orrore fin dal suo esordio ha proposto al pubblico pellicole in cui i mostri si rifacevano alla cultura classica: Dracula, il mostro di Frankenstein, la Mummia, l’Uomo Lupo. Mostri per lo più nati dalla letteratura. Il primo film con mostri giganti, i dinosauri, è stato Il mondo perduto del 1925, diretto da Harry Hoyt e tratto dal romanzo omonimo di Arthur Conan Doyle (film muto seminale, alla cui realizzazione prende parte, per gli effetti speciali, Willis O’Brien, che pochi anni dopo realizzerà il capolavoro King Kong).

Il Mostro della Laguna Nera è quindi il primo essere nato direttamente dal cinema che si conquista l’onore di affiancarsi ai “mostri sacri”. Il Gill-man, l’uomo-anfibio, nasce in realtà dall’idea del vicepresidente della Universal Ed Muhl, che inventa il titolo del film. È sicuro che una pellicola con questo titolo sia destinata al successo, e consegna il progetto a William Alland, produttore esecutivo e a Jack Arnold, regista, forti del successo di una precedente pellicola di fantascienza: Destinazione Terra (1953).

La trama racconta di una spedizione scientifica che scopre una laguna isolata, in una zona rimasta praticamente immutata dalla preistoria, lungo il Rio delle Amazzoni. Gli scienziati sono là per studiare alcuni reperti scoperti in alcune zone del fiume, oggetti risalenti al periodo devoniano. La sceneggiatura venne scritta sfruttando l’archetipo de “La bella e la bestia”. Il mostro, durante il film, si invaghisce della dottoressa Kay Laurence (Julie Adams) dopo averla vista nuotare nelle acque della laguna.

La sequenza è costruita dosando sapientemente la tensione e una sotterranea vena di erotismo. Il Gill-man, nascosto tra le alghe, osserva estasiato le evoluzioni acquatiche della donna. Quando lei si mette a nuotare a pelo d’acqua, la creatura esce dalle alghe e nuota sotto di lei. La segue, la osserva, nuotando con il ventre verso l’alto. I due corpi sembrano specchiarsi l’uno sull’altro, ma la donna non si accorge di nulla. Sembra un balletto, un rituale di accoppiamento, con i due ventri quasi a sfiorarsi. Ma il Gill-man non si permette di toccarla. In un’altra scena della stessa sequenza, il mostro allunga le mani, tentato a toccare le caviglie della ragazza, le sfiora, ma subito ritrae il braccio, come se avesse paura ad accostarsi a quella creatura bellissima. Un timore forse dato da una sorta di rispetto. In natura spesso gli animali corteggiano le femmine aspettando un cenno di consenso da parte loro, prima di poter fare il primo passo. La natura animale del mostro lo porta ad un comportamento simile. Il Gill-man di per sé non è una creatura che uccide indiscriminatamente. Il primo attacco del mostro, all’accampamento degli scienziati, avviene solo dopo la scoperta un arto pietrificato, il reperto di quello che poteva essere un altro individuo di questa specie anfibia. Quindi il mostro uccide in realtà per cercare di mantenere segreta la sua esistenza.

L’apparizione del mostro è però rimandata. Il regista sceglie di non svelare subito l’aspetto del Gill-man, mostrandoci solamente il suo braccio minaccioso, munito di artigli, che sbuca sulla riva del fiume, apparizione sottolineata da una musica che è quasi una sirena d’allarme. Nella prima vera apparizione il mostro è inquadrato in acqua, e sbucherà da dietro un cespuglio d’alghe, gettandosi direttamente verso la telecamera. Un potente effetto sorpresa che colpisce lo spettatore.

Il secondo attacco del mostro avviene quando i due protagonisti maschili del film, lo scienziato David Reed (Richard Carlson) e l’imprenditore Mark Williams (Richard Denning) si immergono per scoprire cosa abbia potuto squarciare le reti della barca su cui sono accampati. Durante il film nasce una sorta di tensione tra i due uomini: David vede nella creatura una nuova frontiera di studio, e per questo vorrebbe preservarla, mentre per Mark si tratta di una formidabile fonte di guadagno, anche se il suo interesse rimane nell’ambito della ricerca scientifica. In realtà il contrasto tra i due è di natura più personale: David essendo il compagno di Kay, nota da parte di Mark un interesse nei confronti della ragazza. Ma nella sceneggiatura Kay non è descritta come la solita, banale, donna in pericolo.

Al contrario, è una scienziata che più di una volta agisce per placare gli animi e le discussioni tra i due rivali. Ma è proprio a causa dell’eccessiva intraprendenza della donna, che il mostro la vede. Infatti Kay, noncurante degli avvertimenti degli uomini e del comandante sulla possibile presenza di animali feroci (spesso, durante le scene di navigazione lungo il fiume, vediamo coccodrilli tuffarsi nelle acque al passaggio dell’imbarcazione), si getta in acqua per fare una semplice nuotata.

Il Gill-man si invaghisce della donna, forse vedendola come una della sua specie, un esemplare femminile che si muove con agilità nell’acqua. Rimane a fissarla stordito dalla sua bellezza, e anche se non possiamo vedere realmente gli occhi della creatura, il regista gira delle inquadrature in cui il desiderio del mostro viene trasmesso allo spettatore con potenza. In effetti i due uomini sono, di fatto, i due rivali del mostro: Kay diventa così l’oggetto del desiderio conteso tra tre maschi, anche se di specie diversa.

Naturalmente, come in ogni selezione naturale che si rispetti, sarà proprio il maschio “migliore” a vincere la sfida. La sceneggiatura fa in modo che fra i tre ci sia uno scontro fisico, come a voler sottolineare questa visione naturalistica dei rapporti tra i sessi. Mark sarà ucciso dal mostro, il quale a sua volta sarà sconfitto da David, in un classico finale dove l’eroe corre a salvare la sua bella, rapita dal mostro. Anche la scena del rapimento di Kay ha forti valenze erotiche. Il mostro la rapisce e la porta, in braccio, nella sua caverna. Le fa oltrepassare la soglia di casa come farebbe uno sposo novello, tenendola tra le braccia. In seguito la stende su una roccia, un primitivo talamo, pronto per consumare quella che potrebbe essere la prima notte di nozze. Ma, anche in questo caso, il regista sottende nella costruzione della scena una possibile idea di stupro da parte della creatura ai danni di Kay, portando ancora una volta in primo piano quell’erotismo che scivola lungo tutta la pellicola.

Del resto il mostro non è cattivo, ma risponde semplicemente al suo istinto animale. La causa di tutto è l’uomo, è lui che penetra nel regno del Gill-man, è l’uomo (la donna) che stimola la sua sessualità, è l’uomo che cosparge l’acqua della laguna di una droga per poterlo stanare. Il mostro risponde semplicemente alle sollecitazioni e alle minacce che vengono dalla superficie. In effetti, nel finale, quando viene colpito dai fucili, il pubblico prova pena per questa creatura che ha la sola colpa di esistere.

Il film fu prodotto con un impiego di fondi notevole per l’epoca. Un film di serie B, per gli Studios, in genere costava sui 175.000/350.000 dollari. Per Il Mostro della Laguna Nera il budget fu innalzato a circa 650.000 dollari. La pellicola fu realizzata in originale con la tecnica della stereoscopia, dando l’illusione del 3D. Fu un successo clamoroso.

Per il costume del mostro si realizzarono due prototipi, uno per scene subacquee, indossato dal nuotatore Ricou Browning, colorato con una vernice dorata, così da permettere al costume di riflettere la luce ed avere una migliore resa fotografica in acqua; l’altro, pitturato con colori dalle sfumature verdi, indossato da Ben Chapman per le riprese in cui il mostro si muoveva sulla terra o sulla barca. In questo costume fu creato anche un meccanismo per mostrare le branchie del mostro aprirsi, come se respirasse aria, ma anche per dare l’idea, quando il mostro osserva Kay, di una sorta di eccitazione, simboleggiata proprio dallo spalancarsi delle branchie. Anche se spesso il merito dell’ideazione del mostro è attribuito a Bud Westmore (all’epoca capo del reparto effetti speciali), in realtà il creatore del look del mostro fu Jack Kevan.

Il fenomenale successo del film spinse la Universal a realizzarne due seguiti: La Vendetta del Mostro (1955 – sempre per la regia di Jack Arnold), e Il Terrore sul Mondo (1956 – regia di John Sherwood). Infatti al termine del primo film il mostro, presumibilmente colpito a morte, torna ad immergersi nelle acque della Laguna, come a voler trovare ristoro e cura nel suo regno. Nel secondo film sarà nuovamente catturato da alcuni scienziati per studiarlo, ma ancora una volta fuggirà in mare inseguito dagli uomini; mentre nel terzo film, catturato nuovamente, a causa delle ferite inferte nella pellicola precedente, verrà privato delle branchie a seguito di un’operazione per cercare di salvarne la vita. Diventerà così un essere totalmente terrestre. La sua ultima apparizione sul nostro pianeta sarà alla fine di questa pellicola quando, nonostante sia ormai dotato di un apparato respiratorio totalmente umano, sceglierà comunque la serenità delle profondità degli abissi, preferendo così l’oblio della morte.

La morte di un mostro, la nascita di una leggenda.


 

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