Il fiore del mio segreto, di Pedro Almodóvar (La flor de mi secreto / Spagna 1995)

di Girolamo Di Noto

Pedro Almodóvar è forse il regista spagnolo più conosciuto al mondo, dopo Buñuel, e il suo modo di fare cinema così originale, fuori dagli schemi, ha sempre messo in evidenza, ora in modo provocatorio e irriverente, ora in maniera più intimista e misurata, la vita in tutte le sue irresistibili contraddizioni. Nato nella Mancha, come il più celebre Don Chisciotte, ex impiegato dell’azienda dei telefoni, libertario, omosessuale dichiarato, consumatissimo interprete del kitsch, grande arredatore dello spazio cinematografico, aveva cominciato con storie che grondavano eccentriche passioni nel cuore della movida madrilena, poi, nel corso del tempo, senza rinunciare al suo stile sfavillante, è diventato più riflessivo e maturo, meno dissacrante del solito, arrivando a realizzare film di pregevole fattura come Tutto su mia madre, Parla con lei, Volver.

Tra i film che segnano la svolta nella sua carriera, va certamente menzionato Il fiore del mio segreto, che si sviluppa intorno alla crisi sentimentale d’una scrittrice di romanzi rosa. Leo Marcia, interpretata da Marisa Paredes, è in piena crisi creativa come autrice e come persona nella sua vita di coppia. Stanca della vena romantica dei suoi romanzi, che firma con lo pseudonimo di Amanda Gris, tormentata dall’assenza del marito Paco, ufficiale in missione all’estero, la donna vive una profonda fase di solitudine che la porterà a valutare meglio sé stessa.

Straordinario nel ritrarre donne complesse e sull’orlo di una crisi di nervi, Almodóvar racconta, con spiccata sensibilità, una storia di sentimenti perduti, di disillusioni, mette in risalto una personalità fragile, esposta ad una bufera di sensazioni, furori, slanci, che arriva ad un punto tale da non sopportare più quanto produce, da non accettare più le maschere che vede negli altri e che mostra lei stessa. Prigioniera di un amore ingannevole, simboleggiato dagli stivali stretti che non riesce a togliersi, Leo viene spesso inquadrata riflessa in uno specchio o dietro un vetro. La sua immagine appare distorta, spezzata, moltiplicata: nel film, lei, come del resto gli altri personaggi, si rivelano diversi da come appaiono inizialmente. Nessuno può, o ha il coraggio di essere veramente se stesso. Sin dalla prima sequenza del film, niente è come sembra: una madre è preoccupata per il figlio che è in coma irreversibile in ospedale; i medici la convincono a staccare la spina. Presto scopriamo che si tratta di un video informativo per promuovere la donazione degli organi.

Di lì a seguire anche i personaggi che popoleranno il film saranno ‘double face’, daranno vita ad una ingannevole messa in scena: a partire da Leo che usa lo pseudonimo di Amanda per restare nell’ombra, senza dimenticare il marito Paco, in missione ma anche amante dell’amica della moglie, fino ad Angel, caporedattore del Paìs che, innamoratosi di lei, arriva a scrivere al suo posto due nuovi romanzi.

Leo, delusa dalla vita, cercherà di ricomporre i propri pezzi in un ritorno alle radici e al passato, facendo visita alla madre e alle care amiche di un tempo nel villaggio mancego delle sue origini (le stesse del regista) e proverà a trovare quell’equilibrio che aveva ormai perduto. Definita dalla madre in modo bonario “una mucca senza campanaccio”, Leo va alla ricerca di se stessa, si interroga sul passato, comincia a guardare in faccia la realtà e in tal senso la sua inquietudine, i suoi tormenti non saranno di certo cancellati ma verranno stemperati anche grazie alle donne calorose e testarde che la circondano.

Nella maggior parte dei film di Almodóvar, quando irrompe la delusione c’è sempre dall’altro lato il contrappeso delle relazioni umane, soprattutto femminili, vissute come rifugio sicuro, come luogo in cui i sentimenti ritornano a compattarsi.

Marisa Paredes è straordinaria nel ruolo di Leo: riesce a interpretare una donna sola, una moglie tradita, una scrittrice alle prese con ripensamenti, conferendo al personaggio insicurezze, desideri, sofferenze che ritroveremo anni più tardi nell’indimenticabile ruolo di Huma in Tutto su mia madre. Musa del regista spagnolo alla pari di Carmen Maura, Penelope Cruz, Rossy De Palma, la Paredes, vestita con sgargianti tinte primarie, offre un ritratto indimenticabile di donna vittima della passione, con l’amara scoperta della solitudine e il tentativo di convivervi, con la consapevolezza che l’amore assoluto resta un ideale, ma con il bisogno che ad esso non si può rinunciare.

Ogni film di Almodóvar è una potente, irriverente esaltazione di colori e di stile. Il rosso è tra i colori quello che predomina. “Vivo, acceso, inquieto”, come direbbe Kandinskij, il rosso è simbolo di passione e tribolazioni, accentua sentimenti già definiti, è sgargiante, mai aggressivo. Rosso come il gazpacho di Pepa in Donne sull’orlo di una crisi di nervi, come il rossetto di Rossy De Palma, come gli accessori che arredano le case, gli occhiali di Chanel di Rebeca in Tacchi a spillo, come i vestiti di Leo, che richiamano la tensione psicologica della protagonista e vorrebbero gridare quello che accade dentro di lei.


 

Una risposta a "Il fiore del mio segreto, di Pedro Almodóvar (La flor de mi secreto / Spagna 1995)"

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  1. Che bell’articolo. Adoro il cinema di Almodovar. Proprio per l’universo femminile così ben rappresentato; per i colori e le ambientazioni; per le metamorfosi interiori dei suoi personaggi. Alcuni dei suoi film li ho visti e rivisti più volte.

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