Giorno di festa, di Jacques Tati (1949)

di Girolamo Di Noto

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È esperienza comune credere che un film comico sia esclusivamente finalizzato alla risata. Chi va al cinema vuole distrarsi, divertirsi, rompere con la quotidianità e per un breve arco di tempo non vuole saperne di dolore, imperfezioni della vita. La comicità è vista come divagazione, sostanziale superficialità. Esiste, però, nella storia del cinema, uno straordinario filone di grandissimi attori comici, come Buster Keaton, i fratelli Marx, Chaplin e soprattutto Tati che hanno utilizzato l’arte della risata per esplorare temi sociali o personali che di per sé non sono comici affatto. Il cinema di Tati ha da sempre messo in evidenza una comicità raffinata e nostalgica, si è sempre distinto come uno sguardo sorridente ma critico sul mondo in evoluzione, ha suscitato sorriso, umana partecipazione, creando personaggi indimenticabili, imbranati, imperfetti ma puri di cuore.

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François, il bizzarro portalettere di Follainville, protagonista del film Un giorno di festa, con la sua peculiare fisicità, i calzoni troppo corti, la divisa stretta, la borsa a tracolla e la sua inseparabile bicicletta, ha quell’andatura sbadata tipica dei comici, le sue gesta hanno un effetto esilarante, ma non si limitano alla risata fine a se stessa, ma riflettono sullo straniamento dell’individuo nella società contemporanea, vogliono essere una parabola amara sulla modernità, una critica sorridente, ma pur sempre spietata alla società che, nella Francia del dopoguerra, da contadina stava diventando cittadina e moderna, frenetica.

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In un paesino della campagna francese fervono i preparativi per la consueta festa annuale. Oltre alla giostra che incanta gli occhi dei bambini, vi è come attrazione anche un cinematografo ambulante dove viene proiettato un documentario sulla consegna della posta negli Usa. François, affascinato dalle meraviglie del servizio postale americano, dai postini che si lanciano in elicottero, che attraversano cerchi di fiamme, per non essere da meno, prova ad imitare i sistemi adottati dai colleghi americani, ma con risultati catastrofici, suscitando ilarità. Con uno stile poetico ed essenziale, Tati dà vita ad una raffinata farsa di paradossi e equivoci che sono la conseguenza della scelta goffa di imitare i postini d’oltreoceano. Correndo in modo forsennato sulla sua bici, François lancia lettere a caso, le consegna sulla punta del forcone, in una mietitrice, diventa oggetto di derisione degli abitanti del villaggio che gli gridano:” Rapidité, rapidité” al suo passaggio fulmineo, finisce con il sostituire la propria calma lavorativa con l’agitazione e la velocità. In Giorno di festa il bersaglio è rappresentato dal preteso ideale di efficienza dei postini americani, oltre che dall’intrusione di un’ auto di grossa cilindrata nell’ agreste tranquillità del villaggio. Se nei successivi film verranno denunciati i mali di una società materialista ossessionata dalla tecnologia, qui ad essere messa sotto accusa è la velocità, una qualità di certo efficiente, ma negativa se pensiamo alla scomparsa sempre più evidente del contatto fisico e umano. A Tati interessa la dimensione umana più della produttività del servizio e attraverso questo ingenuo personaggio, questo Don Chisciotte della pellicola, il regista francese ha modo di riflettere sulle nevrosi a cui, in nome del progresso, gli individui si sono sottomessi.

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Quello di Tati è uno sguardo garbato sulle inutili complicazioni del mondo moderno, un brillante elogio della lentezza, unica soluzione possibile al disastro provocato da un mondo che va di fretta e che ha cancellato qualsivoglia rapporto umano. Una comicità che nasce dal contrasto tra la moderna e inutile frenesia del postino e il contesto lento e rurale in cui agisce. Nella prima parte del film Tati si concentra sul villaggio, sui preparativi che precedono l’arrivo della festa: i giochi tipici come il tiro a segno, le bevute, i giri nella giostra dei cavalli. Utilizzando il campo lungo, ideale per comprendere più azioni in contemporanea, il regista francese pone in risalto una galleria di personaggi indimenticabili, tra cui spiccano una vecchia comare – che funge quasi da coro – che commenta gli eventi che vede accadere attorno a sé e “novellando vien del suo buon tempo “, e il pittore, presenza silente, che si trova nei luoghi dove accadono gli episodi più divertenti e li riproduce. Grande osservatore della realtà e grande appassionato della slapstick comedy alla Keaton, Tati ha saputo creare un personaggio inconfondibile, che fa tutto in modo sgraziato, ingenuo dinoccolato, che non è ancora Hulot né ha la pipa in bocca, ma ha l’umanità gentile e un rapporto sconvolgente con gli oggetti, in particolare con la sua bicicletta. Alle prese con un compito da portare a termine, ossessionato dal documentario che ha visto, François si lancerà con la sua bici in spericolate acrobazie, sarà coinvolto in una gara ciclistica, finirà inevitabilmente in un fiumiciattolo. La bicicletta diventa così il vero personaggio del film, in armonia con il paesaggio, fa da tramite con il mondo esterno e in una lunga sequenza assume un’aurea poetica quando imbizzarrita, senza conducente, attraversa il villaggio con il postino intento a rincorrerla in una corsa a perdifiato fino a diventare una bicicletta volante, grazie all’intuizione geniale del regista di lasciarla casualmente appesa sulla sbarra del passaggio a livello, sequenza che sarà ripresa da Spielberg in E.T., ormai rimasta impressa nell’immaginario collettivo. Un gesto, un suono, basta poco a Tati per creare situazioni comiche e strampalate. In particolare, nella composizione delle gag, l’apporto del sonoro è determinante. François non parla mai: borboglia motti incomprensibili. Gli altri personaggi tra loro blaterano e cicaleggiano senza sentirsi l’un l’altro e indimenticabile è il “dialogo” di un possibile discorso d’amore tra il saltimbanco Roger e la contadina Jeannette: nessuno dei due dice una parola, sono le battute di un film proiettato per le prove dentro il tendone del cinema a far nascere la complicità dei due. Senza tralasciare il nitrito dei cavalli che sembra emesso da quelli finti della giostra trasportata dal carrozzone o quello dell’insetto che disturba chiunque e che si annuncia con il suo ronzio.

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Prevalgono gioia e spensieratezza in questo film, resta un tono leggero, ma anche una malinconia di fondo nell’osservare una società in via di cambiamento. Attraverso una comicità discreta, sottile, elegante, mai sguaiata e volgare, Tati ha dato vita ad una critica feroce nei confronti di quella modernità che annichilisce la personalità, ma ha continuato comunque a farci sorridere con un’acutezza e un’ironia senza pari nella storia del cinema.

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