Vento dell’Est, di Jean-Luc Godard (1970)

di Luca Biscontini

Vento dell’est (Le Vent d’est) è un film del Gruppo Dziga Vertov attribuibile a Jean-Luc Godard, Jean-Pierre Gorin e a Gérard Martin, del 1970. Nel progetto viene coinvolto anche Marco Ferreri, all’epoca attivista di Lotta Continua. I finanziamenti sono importanti, 220.000 dollari, il budget più alto di cui Godard abbia disposto fino a questo momento. Jean-Pierre Gorin non può partecipare, è ricoverato a Parigi per un incidente in motocicletta, ma arriverà quando le riprese sono ancora in corso per correggere le posizioni troppo “anarchiche” di Cohn-Bendit. Con Gian Maria Volonté, Anne Wiazemsky, Cristiana Tullio Altan.

Sinossi
Sono gli anni del movimento studentesco e delle lotte operaie e Jean-Luc Godard fonda insieme ad altri cineasti il “Gruppo Dziga Vertov”, che si proponeva di cambiare la realtà attraverso il cinema. Nasce così questo “esperimento” cinematografico rivoluzionario: dopo aver convinto il produttore che avrebbe girato un western marxista con Gian Maria Volontè, Godard realizza una sorta di manifesto in due atti: nel primo si assiste ad un dibattito politico di taglio marxista-leninista, al quale partecipano membri della troupe, compreso il co-sceneggiatore, Daniel Cohn-Bendit, iniziatore del Maggio francese, e la seconda parte, che inizia con un’ intervista a Glauber Rocha, si presenta come un autocritica alla prima, dichiarando che anche il cinema progressista può essere hollywoodiano.

Ce n’est pas une image juste, c’est juste une image”: da questo adagio prende corpo il primo film in cui Jean-Luc Godard, a seguito del Maggio Francese, comincia un feroce lavoro di decostruzione del suo cinema, che non si sottraeva, seppur animato dai migliori intenti, a una logica borghese della rappresentazione. C’è in Vento dell’Est una critica serrata nei confronti di quel cinema che non smetteva di riprodurre l’ideologia dominante, e non si trattava più, dunque, di fare film politici, ma di fare film politicamente. La forma è già essa stessa contenuto, e, quindi, con Vento dell’Est assistiamo a una dialettica interna al film che viene colto nel suo farsi e criticato per la tendenza istintiva a restituire i rapporti di produzione esistenti. Non a caso siamo spettatori di alcune brusche interruzioni in cui il quadro diviene improvvisamente nero, proprio per scampare il tragico equivoco di ricadere nell’errore di un’immagine sbagliata (spazio nero che poi tornerà anche nel bellissimo Lotte in Italia). Già in Due o tre cose che so di lei, Godard si chiedeva apertamente cosa fosse giusto riprendere e condivideva con lo spettatore il suo dubbio; con Vento dell’Est, colto da un’umiltà commovente, va oltre, contestando alacremente il concetto d’autore che conserva in sé un residuo di narcisismo e individualismo non più tollerabile e, dunque, bisogna abdicare a un collettivo che gestisca, in una sorta di anonimato costituente, tutta la lavorazione del film.

Perché queste immagini, perché questi suoni, perché assemblarli così?”, si chiede Godard. Bisogna dare vita a un cinema militante, al nuovo, e il regista francese, pur di rimanere fedele a questo obiettivo, è disposto a balbettare, farfugliare, barcollare, incurante di non padroneggiare la materia filmica, ammettendo apertamente tutte le proprie perplessità. Assistiamo alla messa in scena strampalata di un western di sinistra, cui si giustappongono le immagini della troupe che parla del film che si sta realizzando, mentre la voice over riferisce i contenuti delle varie assemblee generali che si sono succedute in quel periodo. Godard sofferma eroicamente la macchina da presa su questo divenire che viene colto nel momento di massima velocità; alla staticità della rappresentazione oppone il movimento che non cessa di contestarla. La nuova immagine deve essere espressione di un cinema rivoluzionario e deve cogliere la realtà prima che si fissi in rappresentazione; è proprio questo il punto: l’immagine ricercata non è quella che sostituisca al potere della borghesia quello del proletariato, ma quella che colga il passaggio dall’uno all’altro. E’ questo il tentativo titanico azzardato da Godard, che non può non trovare tutto il sostegno di uno spettatore che s’interroghi seriamente su cosa significhi produrre un’opera. Godard implica in questo processo tutti coloro che sono coinvolti nella realizzazione del film e lo spettatore stesso, che diviene un elemento decisivo per il perfezionamento del gesto creativo. Insomma è un processo comunitario quello che viene messo in campo, e Godard, prima degli altri, si accorge, pur senza un riferimento teorico chiaro, dell’urgenza di questa nuova modalità produttiva. Anche perché una teoria da seguire, in questo senso, non esisteva allora e non esiste adesso. Chi voglia annullarsi in una dinamica comunitaria costituente deve fare affidamento, senza poter avere la certezza di un riscontro, su una collettività che partecipi attivamente in fase di realizzazione e, anche e soprattutto, in quella di fruizione dell’opera (quel giudizio riflettente che ha pretesa di universalità). Si configura in tal modo una soggettività inedita, collettiva, un soggetto impersonale, sfrondato di tutta la paccottiglia narcisistica tipica del momento creativo (per cui si congeda il concetto di genio e tutta l’eredità romantica ad esso connessa).

In Vento dell’est la scansione in capitoli (Lo sciopero, Il delegato, Le minoranze attive, Assemblea Generale, Repressione, Lo sciopero attivo, Stato di polizia, Teoria) tratteggia un percorso attraverso cui il regista cerca di raggiungere l’immagine tanto agognata. E quando si arriva al capitolo della Teoria, Godard, attraverso le numerose voci fuori campo, prova a segnare il sentiero da seguire. Intanto, comincia col distruggere fisicamente (e in questo senso il suo è un vero corpo a corpo) la pellicola, che viene mostrata graffiata, danneggiata, pallinata, a dimostrazione dell’odio del regista verso una modalità realizzativa che non può più tollerare. Successivamente, alle schermate nere (a cui faranno eco quelle altrettanto celebri di Guy Debord) si alternano quelle rosse, quasi a paventare un germoglio d’immagine, che, comunque, è bene sottolinearlo, non è ancora una rappresentazione antagonista. Ma, probabilmente, non si tratta di trovare ‘un’immagine altra’ ma ‘altro dall’immagine’. Farla finita con la dialettica per instaurare, cosa che di fatto oggi è già avvenuta, un piano d’immanenza in cui rivalutare completamente le coordinate dello scontro. Sebbene non si possa che elogiare infinitamente l’operazione eroica di Godard, gli si può però forse al tempo stesso imputare di non essersi smarcato da una logica oppositiva in cui è ancora in gioco il potere: perché la rappresentazione è potere e la vera grande arte è quella (rara) che scardina l’ordine simbolico, configurando nuovi spazi da riempire (non si tratta dunque di trovare un immagine che sia rappresentazione del proletariato, ma di farla finita, tout court, con la rappresentazione). Nonostante ciò, Godard si colloca con Vento dell’est proprio in quel momento di transizione, tra la distruzione della vecchia rappresentazione e la nascita della nuova. Non un limbo, dunque, ma la sacrosanta retrocessione dalla rappresentazione alla presentazione (per dirla mutuando il gergo di Alain Badiou), a quella fase precedente (logicamente e non cronologicamente) all’irruzione di un potere che imponga il proprio ordine, prima, insomma, del passaggio dal sacro allo sconsacrato. Dovremmo, dunque, ringraziare il regista francese per la capacità di mettersi da parte in nome dell’onestà, della verità, rinunciando ai riflettori, al contrario di tanti suoi colleghi (italiani e francesi) che sull’equivoco del ‘film politico’ (e non del film fatto politicamente) hanno costituito la propria fortuna. Vento dell’est rimane dunque un prezioso film-laboratorio in cui lo spettatore è magicamente convocato a immergersi di nuovo in quel movimento vorticoso che Godard cercò in tutti i modi di restituire. L’ebbrezza di quel tentativo, e degli altri che seguiranno con l’esperienza del Gruppo Dziga Vertov, viene rivissuta dallo spettatore di oggi che non può far altro che rimpiangere, da un lato la vitalità di un momento storico esaltante e, dall’altro tentare di rimodulare la riflessione secondo le condizioni della situazione attuale. Un film fatto politicamente, commovente, esaltante, poetico, stimolante, da vedere e rivedere.

Vento dell’est è disponibile su Amazon Prime Video a questo link.
Buona visione.

 

 

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