La ragazza di Trieste, di Pasquale Festa Campanile (1982)

di Luca Biscontini

Con una panoramica che da un mare autunnale e malinconico si muove lentamente verso l’interno, fino a stringere sul protagonista della storia, il fumettista Dino Romani (un Ben Gazzara in grandissima forma), inizia l’ottimo La ragazza di Trieste (1982), film diretto dal regista, sceneggiatore e scrittore, Pasquale Festa Campanile, che traspone il suo omonimo romanzo, coadiuvato dal valido collaboratore Ottavio Jemma. La ragazza del titolo è la splendida Ornella Muti, anch’essa in stato di grazia: è un’apparizione, emerge miracolosamente dalle acque, soccorsa da alcuni bagnini che la riportano a riva; la sua cristallina bellezza invade lo schermo, estasiando lo spettatore e, insieme a lui, l’uomo che, seduto, intento a tracciare qualche schizzo, non può fare a meno di essere travolto da quell’immagine, sebbene essa sia – siamo persuasi -, molto verosimilmente, il frutto della sua immaginazione, un personaggio che si è prodigiosamente incarnato, autonomizzandosi, vivendo di vita propria e relazionandosi liberamente con il proprio creatore.

Non si vogliono fare paragoni impropri, però non è fuori luogo accostare questa immagine-idea di Dino all’immagine-ricordo dello psicologo Kelvin di Solaris: entrambe sono un prodotto della mente; se nel caso di Hari era il flusso del passato a prendere, in modo inquietante, corpo, attualizzandosi, Nicole, di contro, è il risultato di alcune fantasie così intense da non poter più essere contenute nel limitato spazio di una striscia fumettistica. Sono, dunque, l’una e l’altra, ‘eccedenze’ che insistono, malgrado la volontà di chi le ha prodotte, e solo alla fine di un tortuoso percorso accettano la possibilità di svanire così come erano venute alla luce.

Nicole è innocente e seducente al tempo stesso. Come Hari, tenta in continuazione il suicidio, paradossalmente per dimostrare a se stessa di essere reale, richiamando, in tal modo, l’attenzione di un mondo distratto, ferocemente indifferente. D’altronde il morire costituisce la prova più significativa della propria esistenza, per natura funestata da una finitezza che sinistramente incombe e di cui, in un certo senso, è possibile fare un’anticipata e iperbolica esperienza.

Nicole si innamora di Dino a prima vista, e lui non può resistere all’immediatezza di lei, al suo essere priva di sovrastrutture. Dopo una notte di amore si sveglia e vede il suo miracoloso corpo sul letto, prono: la bellezza della giovane donna non può solo costituire l’oggetto di un desiderio erotico. Nicole è un’opera in movimento, è il capolavoro di Dino, è l’atto che è sfuggito al predominio dell’azione. Ma non può non innescarsi un fatale cortocircuito (la malattia mentale della ragazza diviene un problema insuperabile, che rende la relazione impossibile). Dino capisce di essere in preda a un esecrabile narcisismo, un attaccamento morboso alla sua più bella creazione. A questo punto, comprende quanto sia invece più necessario dare inizio a un movimento interiore che gli consenta un’emancipazione rispetto al passato, in riferimento non solo alla sua storia di individuo, quanto piuttosto alla carriera d’artista, di autore, di disegnatore.

Con un movimento di macchina uguale e contrario rispetto all’incipit, con cui si assiste alla sparizione, ancora una volta nel mare, di Nicole, Pasquale Festa Campanile chiude il film, suggerendo in maniera evidente che quell’immagine che si era all’improvviso materializzata non ha più ragione d’essere, ha esaurito il suo ruolo strumentale di occasionare il cambiamento di Dino.

Ma la bellezza de La ragazza di Trieste è anche, e soprattutto, garantita dalle splendide musiche di Riz Ortolani, che accompagnano i passaggi più pregnanti del film in maniera sempre efficace, facendo sprofondare lo spettatore nell’abisso della relazione tra Dino e Nicole, tenera e romantica, tormentata e disperata.

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