Galveston, di Melanie Laurent (2018)

di Antonio Sofia

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Galveston è un film del 2018, ma arriva in sala proprio in questi giorni. La regista Mélanie Laurent, origini ebraiche, nel 2009 aveva realizzato il suo sogno di bambina: uccidere Adolf Hitler. Accadde sul set di Inglourious Basterds grazie a Quentin Tarantino che le affidò la parte di Shosanna.
La sua carriera come attrice era cominciata assai prima, scoperta da Gerard Depardieu durante una visita sul set di Asterix & Obelix contro Cesare (Zidi, 1999), e Galveston è il suo quarto lungometraggio da regista. L’impegno non è banale: primo film statunitense, progetto scritto da Nic Pizzolatto (già celebre autore della serie True Detective (2014), assegnatole dopo la rinuncia di Janus Metz.
Galveston è una località della costa texana e il rifugio scelto da Roy, alcoolista con un male presumibilmente incurabile ai polmoni, che v’era stato molti anni prima. In fuga dal suo stesso boss, scampato a una trappola omicida, Roy ha preso con sé Rocky, una giovanissima prostituta, e la sorellina di Rocky, Tiffany, una bambina di appena tre anni.

Per quanto si voglia evitare di citare i colpi di scena determinanti alla comprensione dell’intensità della vicenda messa in scena, non si fa torto alla visione premettere che il maggior valore del film sta proprio nelle relazioni tra i tre personaggi principali: in particolare Ben Foster attribuisce al suo Roy una profondità notevole, svelando progressivamente i conflitti interiori di un uomo che passa dal non aver nulla da perdere (il film inizia con la diagnosi incompleta del suo male) all’esser legato alla vita da un impegno morale inatteso.
Ho trovato meno efficace la recitazione di Elle Fanning, che apprezzo moltissimo per la capacità di tenere l’inquadratura, di darle un peso e un senso, ma che qui ha in alcuni momenti peccato di over-acting, quell’esasperazione interpretativa che toglie più di quanto riesce a dare a una parte. C’è da dire che la scrittura non la aiuta: Pizzolatto non sembra a suo agio con i personaggi femminili, a mio parere gli si incastrano un po’ a fatica nel mezzo di un tracciato così spurio: tra il crime, il drama e l’on the road, lo script pecca di una certa meccanicità. Il male che si schianta sull’esistenza di Roy e Rocky non si vede, a stento si dice, non si può sicuramente comprendere.
Rocky in particolare rivela un background tragico e parossistico, non tanto per la storia che incarna come vittima di abusi, terribilmente plausibile, quanto per le ellissi narrative di cui la Fanning non riesce a farsi carico e di cui il suo personaggio comunque porta il peso.
In compenso la regia è misurata, curatissima nelle scelte dei punti di vista e nel dosare le soggettive, alleggerisce per quanto possibile le fasi dichiarative dello script, distendendo i tempi tra gli eventi, alla ricerca di particolari che possano significare i sommovimenti emotivi dei protagonisti.

Così è inevitabile che la sequenza più bella del film sia in una divagazione proprio al centro del film: Roy si allontana dal motel dove si è nascosto con Rocky e Tiffany, per far visita a Loraine, una sua ex e la ragione della scelta di Galveston. La donna è sposata, si mostra ben poco nostalgica della relazione con il nostro, si preoccupa che possa esser visto dai i vicini e rifiuta di perdonargli il dolore di essergli stata accanto.
I’m dyin’ (Sto morendo).
Dice Roy, invocando compassione.
La risposta di Loraine è secca:
Are we all? (Non è così per tutti?)
Il dialogo sintetizza la cupezza, l’amarezza di Galveston assai meglio di quanto non faccia l’intreccio di Pizzolatto e il merito è di Mélanie Laurent: la scena è ripresa in geometrie semplici, illuminata a giorno come le poche sequenze in riva al mare, i momenti più distesi  tra Roy, Rocky e Tiffany. Il legame tra i tre sembra cristallizzarsi in questi frangenti di maggiore esposizione come un ricordo di famiglia, un periodo ipotetico delle solitudini, prima che la vita buia degli uomini dissolva e smentisca l’azzardo.

Thirteen

Galveston è un film forte, e nella sua forza si perde; ma è anche un film delicato, di una delicatezza che resiste, e in questo somiglia tantissimo ai suoi protagonisti. Sarà difficile dimenticare la sequenza in cui Elle Fanning intona sotto voce la bellissima Thirteen dei Big star, uno di quei momenti in cui il cinema si appropria della vita di chi guarda e si fa memoria.
Di questo parla Galveston in fondo, di un ricordo che non si può evitare, di un racconto che non si può smettere di conoscere o cercare.

Il film è nelle sale dal 6 agosto, distribuito in Italia dalla Movies Inspired che ringraziamo per la visione in anteprima.

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