Matador, di Pedro Almodóvar (1986)

di Bruno Ciccaglione

Fino al momento in cui si incontrano, Diego e Maria – un ex torero di successo e una sua appassionata ammiratrice – sembrano condannati alla irrealizzabilità del loro sogno d’amore. Essi vivono ossessivamente e segretamente le proprie identiche perversioni: sono affascinati dalla morte, vogliono sfidarla, vogliono darla, vogliono gustarla. Cercando l’amore e la morte, sognano di unire in un istante eterno il culmine del piacere sessuale con l’addio al mondo. Ma prima di incontrarsi, come due predatori, hanno affinato i propri desideri, messo a punto i propri rituali, ciascuno a modo proprio, attraverso una serie di incontri che si concludono inevitabilmente con l’uccisione del partner sessuale prescelto. Sono due “serial killer” i due protagonisti di Matador di Pedro Almodóvar, ma avranno il privilegio di realizzare quel che è forse il più estremo dei sogni romantici.

“Per uccidere un toro come merita, oltre che con la spada bisogna ucciderlo anche col cuore”

Matador è una parola che in italiano associamo naturalmente alla corrida, eppure la parola in spagnolo è più generica, deriva dal verbo ‘matar’, uccidere, e per questo è spesso tradotta in inglese con la semplice parola “killer”, letteralmente colui che uccide. Assieme al rischio di morire che il torero corre, l’uccisione del toro è la conclusione certa di ogni corrida e l’ossessione dell’uccidere e del morire “bene”, come si deve fare nell’arena, è uno dei temi forti su cui è costruito il film di Almodóvar. In questo film c’è ancora il provocante e divertito Almodóvar dei primi film, con tutta la esplosione di elementi grotteschi che lo hanno reso celebre – tanto che i due protagonisti in alcuni momenti sembrano i personaggi più normali del film – ed il continuo interagire della ortodossia cattolica più retrograda con le pulsioni libertarie ed eccessive del “dopo Franco”. Tuttavia è già un Almodòvar diverso, quello che affida a Jesùs Ferrero, un nome importante della letteratura spagnola contemporanea, la sceneggiatura del suo soggetto. Pur in presenza di elementi fantastici (si pensi alle visioni del giovane Ángel – uno straordinario Antonio Banderas – che guideranno la polizia al ritrovamento prima dei cadaveri e poi all’inseguimento dei fuggitivi amanti), il contributo di Ferrero risulterà importante, a detta di Almodòvar, nel dare una forma più rigorosa e compiuta alla storia, facendo del film quasi un film di suspance alla Hitchcock, tutto proteso verso l’annunciato e agognato finale.

Il primo incontro tra Maria e Diego, in una sala cinematografica in cui si proietta il finale di Duello al sole di King Vidor

Le immagini di Matador sono un tripudio di colori sfavillanti ed il riferimento al Technicolor di Duello al sole fu una delle indicazioni esplicite che il regista diede al direttore della fotografia Ángel Luis Fernández. La maestria registica di Almodòvar è evidente sin dalle prime sequenze, tra le più belle del film: sui titoli di testa assistiamo alle immagini, provenienti da uno schermo televisivo, di una serie di brutali omicidi di donne – tratti da Sei donne per l’assassino di Mario Bava e da Profonde Tenebre di Julius Franco – che Diego sta guardando per eccitarsi e masturbarsi. Raggiunto l’orgasmo, passiamo alla lezione chiave che Diego – Nacho Martínez – dà agli aspiranti toreri nella sua scuola di tauromachia, la lezione su come uccidere. Il montaggio alternato ci mostra le fasi e la tecnica della uccisione del toro, che Diego sta insegnando, illustrate in dettaglio non da un torero nell’arena, ma da una donna, Maria – Asumpta Serna – , che abborda un giovane uomo, lo possiede sessualmente e, secondo le regole della tauromachia, lo uccide proprio come fa un matador, infilandogli uno spillone tra le scapole nel momento dell’amplesso. L’erotismo necrofilo di lei che continua a prendere piacere dalla sua vittima ormai senza vita è una delle immagini più forti e sublimi di questo film, che del resto ne è pieno.

Asumpta Serna in una delle scene più belle del film

L’ironia, il tocco leggero, la storia parallela del giovane imbranato e represso – Ángel (Banderas) – e tutti i personaggi secondari che entrano nella vicenda, come le stesse modalità dell’indagine – con l’elemento soprannaturale della preveggenza di Ángel: tutto ha la funzione di bilanciare in qualche modo l’impatto dell’esplosione di passione cui i due protagonisti principali si preparano. Anche la scena di passione finale sarà alternata al montaggio con l’inseguimento guidato da Angel e il tentativo di “salvare” Diego e Maria. Man mano che procediamo verso il finale il progetto dei due amanti è sempre più esplicito e l’inseguimento serve ad aumentare la suspance: riuscirà Ángel a impedire la morte dei due innamorati? O riusciranno i due amanti a coronare il loro sogno di amore e di morte?

Grazie ad Àngel – Banderas – e le sue visioni l’indagine procede

Ed eccoci al gran finale, in cui davvero “alla Hitchcock”, Almodóvar inserisce proprio tutti gli elementi della iconografia cui ci ha preparati: Diego è in piedi col suo abito da torero verde, Maria è carponi con un mantello nero (il matador e il toro), la cappa lilla, le rose gettate a terra a fare da tappeto, il caminetto acceso, i calici di vino rosso. All’inizio abbiamo un campo totale della stanza, dall’alto, come appunto nell’arena. Poi la macchina da presa ci porta nell’intimità dei corpi, in una rovente scena erotica, accompagnata dalla voce di Mina che canta un vecchio bolero, dal titolo emblematico: “Esperame en el cielo” (aspettami in cielo).

L’amore prima della morte

“Ti piacerebbe vedermi morta?”, chiede Maria. “Sì, e che tu vedessi morto me”. In questo momento forse, i due si accorgono che anche stavolta, potranno solo avvicinarsi al sogno che hanno immaginato, ma niente li potrà più fermare. Quando, con un provvidenziale ritardo, i loro corpi saranno ritrovati abbracciati, ed il sole tornerà a far luce dopo una breve eclissi, Diego e Maria sono inquadrati in una immagine di eterna felicità. La mano sapiente di Almodóvar ci ha portati fin qui, sull’orlo del precipizio in cui amore e morte, come gli astri dell’eclissi finale del film si sovrappongono: “la loro luce apparente si estingue, ma nella loro breve convergenza acquistano una nuova luminosità nera e ardente”. Cosa si può volere di più da un film?

“Non ho mai visto gente così felice”

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