Sei gradi di separazione, di Fred Schepisi (Six degrees of separation USA/1993)

di Laura Pozzi

Secondo un’eccentrica, ma originale teoria ipotizzata dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy in Catene, capitolo conclusivo del suo celebre Viaggio intorno al mio cranio ogni individuo sul nostro pianeta può arrivare ad un altro grazie all’ausilio di sei intermediari. Vale a dire sei gradi di separazione si interpongono fra noi e il resto del mondo sia che si tratti del presidente degli Stati Uniti, di un gondoliere veneziano o un abitante della Terra del Fuoco. La suggestiva tesi portata felicemente a teatro dal drammaturgo John Guare, viene trasposta sul grande schermo nel 1993 da Fred Schepisi. Il risultato è una commedia dolceamara di rara intelligenza, arguta e sofisticata, attraversata da un sottile afflato alleniano, sorretta da un ritmo incalzante e da dialoghi (dello stesso Guare)  impeccabili, impreziositi da prelibatissime spruzzate di humor, rese travolgenti da un cast (Stockard Channing e Will Smith su tutti) in stato di grazia e da una regia scintillante.

Una lenta e avvolgente carrellata sorvola una pigra e assonnata New York conducendo lo spettatore all’interno del lussuoso appartamento (uno sfarzoso attico sull’East Side) di Louisa “Ouisa” e Flan Kittredge (un Donald Sutherland esemplare nelle sue ataviche ossessioni) due mercanti d’arte alle prese con un insolito risveglio. La casa è in disordine i due sono elettrizzati, in preda al panico, controllano scrupolosamente che non manchi nulla, in particolare quel Kandinsky a due facce (disordine/ordine) di cui Flan è geloso e irriducibile custode. Tutto lascia presagire un tentativo di furto ad opera di ignoti, ma a breve scopriremo come i due impassibili coniugi dediti all’aneddoto e sensibili al superfluo siano stati protagonisti di una rocambolesca disavventura. Grazie a un calibratissimo uso del flashback torniamo alla sera precedente quando la coppia in compagnia di Geoffrey Miller (Ian McKellen) una specie d’eremita, ricco possidente di miniere in Sudafrica si appresta ad uscire per la cena. Sulla soglia di casa compare un giovane di colore ferito e con la camicia sporca di sangue. Si chiama Paul, è amico ed ex compagno di studi dei loro ragazzi e dichiara con ammirevole candore di essere figlio di Sidney Poitier. La bizzarra situazione invece di destare sospetto affascina e intriga l’annoiato terzetto borghese risvegliando sopite ambizioni e insospettate voglie di protagonismo, soprattutto da parte di Flan, particolarmente attratto dall’idea di poter prendere parte ad una nuova rivisitazione di Cats, diretta in prima persona dall’attore e regista afroamericano.

I modi garbati, lo spiccato talento culinario e la sferzante dialettica del ragazzo fanno improvvisamente tremare le apparenti e inossidabili fondamenta di un’esistenza barocca e fatiscente, in cui ogni avvenimento anche il più funesto si riduce a pura chiacchiera da salotto. Le gesta di Paul incantano e conquistano prendendo definitivamente il largo quando si lancia in una fredda e attenta disamina su Il giovane Holden, definito senza mezzi termini un manifesto dell’odio. Tutti i personaggi di quel libro sono ipocriti e superficiali, non sembrano accorgersi e provare nulla a parte un’inspiegabile paura dell’altro. Ciò che maggiormente colpisce Paul è l’inquietante alone di paralisi emotiva e intellettuale che circonda la storia. Una storia che tutti dovrebbero leggere, tranne gli adolescenti. Se in Beckett e Cechov la paralisi rappresentava un tema di sinistra attualità in Holden conduce ad una lenta e inesorabile morte dell’immaginazione. Un’immaginazione svilita e considerata non più come il perno dell’ esistenza, ma come un qualcosa di totalmente estraneo e inaccessibile al pari della fantascienza. Per Paul al contrario funge da tramite necessario per entrare nella realtà e introdursi nelle vite degli altri. Peccato che le tante seducenti disquisizioni rivelino al mattino la loro ineluttabile inconsistenza, causando tragiche conseguenze.

Il film scava con minuziosa precisione le dinamiche esistenziali di una classe borghese satura e ancorata a rassicuranti convenzioni di facciata. Paul al pari della statua di husky posizionata al centro di Central Park rappresenta l’ospite inatteso e l’elemento destabilizzante all’interno delle loro esistenze. La sua voce fuori dal coro trova facilmente un pubblico pronto ad applaudirlo e a farsi ammaliare dal suo canto di sirena, ma allo stesso tempo a condannarlo nel momento della verità. Solo Louisa sembra non indietreggiare al cospetto di un’immaginazione egocentrica, distorta, ingannatrice, ma di fatto più autentica e rivelatrice di quella vita affastellata su chiacchiere vuote, su ripetitive serate di gala e inutili convenevoli nei quale fatica a riconoscersi. Paul è quello specchio oscuro nel quale è sconsigliabile soffermare lo sguardo per paura di trovarsi di fronte un volto che stentiamo a riconoscere. Tuttavia Louisa è determinata a (ri)trovare se stessa, a ridurre quei gradi di separazione che la separano dai figli, a compiere quel salto nel vuoto che con un pò di fortuna spinge sempre più in alto fino a sfiorare la mano di Dio nell’irraggiungibile volta della cappella Sistina.

Il film è disponibile su Dailymotion

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: