Carol, di Todd Haynes (2015)

di Luca Biscontini

Le mani di Carol. Si muovono sinuose, fendono lo spazio, ritagliano prospettive e, infine, si posano sul corpo di Therese, innescando un processo d’individuazione che rielabora le identità, all’interno di una relazione che irrompe nel puritano tessuto sociale dell’America degli anni ’50. Todd Haynes vi si sofferma assai spesso, quasi a indicare l’urgenza di un erotismo veicolato attraverso una parcellizzazione dei corpi, i quali, celati in un vestiario pudico e avvolgente, esitano a incontrarsi, e, dunque, tutto il non detto preme ai bordi della rappresentazione in attesa di trovare un vuoto all’interno del quale collocarsi, per annunciare l’eccedenza di un Amore che sfida l’interdizione di un epoca grigia (vedi l’insistente color verdino dell’abile fotografia di Edward Lachman) e reazionaria.

Gli occhi di Cate Blanchett sono fessure da cui si irradia un fascio ardente di luce, una ‘viseità’, la sua, che se da un lato si allinea perfettamente al tono generale del contesto storico, dall’altro non cessa di rifiutare le regole; le sue acconciature scolpite incorniciano un volto che pare uscito direttamente da un quadro, donandole un aspetto antico che la estromette dalla dimensione cronologica del tempo, laddove l’incontro con Therese libera un’emotività che si dipana in un flusso, in una durata che si giustappone all’inesorabile succedersi degli istanti.

Gli sguardi tra Carol e Therese si sottraggono alla logica dell’oggettualizzazione sempre operativa all’interno della deiezione quotidiana, vi è in essi una profonda ‘pietà’ per l’altro, un’accoglienza infinita che davvero configura un’unione in cui anche il possesso dei corpi passa in secondo piano, giacché il groviglio sentimentale esubera la griglia di un’economia erotica (e quindi psichica) che ridurrebbe il loro rapporto alla stregua dell’ennesima messa in scena dello scialbo teatrino dell’Io.

Ciò che più ha impressionato chi scrive non è la natura omosessuale della storia raccontata da Haynes (basata sul romanzo The Price of Salt, conosciuto anche come Carol, della scrittrice americana Patricia Highsmith), bensì la capacità del regista americano di dare forma a un incontro in cui non si cessa di rimandare a un fuori campo (assoluto), che riverbera magicamente su ogni fotogramma, caricandolo di un’intensità sempre trattenuta, come un qualcosa che è sul punto di tradursi in atto, e, invece, rimane meravigliosamente in potenza, in una trasfigurazione che redime ciò che si presenta alla vista dello spettatore. Come il sublime scambio di sguardi finale, che impressiona, emoziona, inchioda, e l’assenza di parole (la messa tra parentesi del linguaggio) che configura la ri-presentazione di un’origine perduta, carica di una riserva di senso che retro-illumina l’oscura fucina della Storia.

Cate Blanchett è straordinaria, e Rooney Mara le fornisce un egregio contrappunto, in un susseguirsi di emozioni che sgretola anche le più coriacee convenzioni.

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