La fiammiferaia, di Aki Kaurismäki (Tulitikkutehtaan tyttö Fin/S/1989)

di Laura Pozzi

Mai prendere troppo sul serio quello che dico sui miei film.

Mai prendere troppo sul serio quello che dico in ogni caso.

 L’ironia è l’unica forma di humor che capisco, l’ironia è il mio stile.

 L’unico che ho.”

Aki Kaurismäki

Nel 1990 il nome del finlandese Aki Kaurismäki comincia a circolare con una certa insistenza nelle sale e kermesse di tutto il mondo. Il New York film festival gli dedica una retrospettiva, mentre Leningrad Cowboys Go America il folle, indiavolato e irresistibile cult incentrato sulle rocambolesche disavventure della peggior band musicale della tundra, viene messo in programmazione nel circuito statunitense. Anche il Bel Paese ne resta affascinato, lasciandosi stregare dai sortilegi di uno stralunato uomo delle nevi che ammalia e seduce con la stessa avvolgente naturalezza di un paesaggio scandinavo. La fiammiferaia è il primo film (dopo averne girati sette) a trovare distribuzione in Italia, ma paradossalmente è anche il brutto anatroccolo di una filmografia che solo di recente ha trovato la giusta e meritata attenzione. Del resto è facilmente intuibile il perchè: dietro un titolo falsamente fiabesco, si cela  una  novella (poco più di 60 minuti) cruda e senza speranza che chiude simbolicamente la “trilogia dei perdenti” iniziata con Ombre in paradiso (1986) e portata avanti con Ariel (1988). Il film cupo e implacabile nella sua muta inviolabilità, atterrisce e inquieta gli addetti ai lavori che intravedono nelle pieghe di un racconto volutamente dostoevskiano echi di un certo cinema d’autore particolarmente affine al Destino cieco di Krzysztof Kieslowski o all’esordiente Michael Haneke, fra i nomi più (giustamente) in voga di quel periodo.

Iris (la raggelata, ma cristallina musa Kati Outinen) è una giovane e solitaria operaia che lavora in una fabbrica di fiammiferi. Costretta a mantenere e a convivere con due genitori disadattati, anaffettivi e teledipendenti, i suoi unici momenti di svago e apparente socialità sono all’interno di una sala da ballo dove nutre la vana speranza di poter concretizzare una possibile relazione amorosa capace di sciogliere quell’alienante iceberg esistenziale che paralizza il suo presente. Forte di tal proposito sottrae una somma di denaro dal suo salario per acquistare un abito nuovo, ma viene schiaffeggiata dal patrigno che apostrofandola in malo modo le intima di restituirlo. La sera stessa si reca in un locale trendy e finalmente ( grazie a l’abito che ha tenuto per sé) viene notata da Aarne uno statico e glaciale uomo d’affari con il quale accetta di passare la notte. Al risveglio si trova sola nel letto, con una banconota sul tavolo e nessuna certezza. Dopo un nuovo forzato incontro in cui viene ancora una volta umiliata, – “Niente potrebbe interessarmi meno del tuo affetto e adesso credo che tu possa anche sparire” -scopre di essere incinta e la nuova prospettiva la illude di poter calare un fallimentare asso nella manica: una lettera in cui informa l’ex amante della notizia con la mansueta richiesta di poter costruire un improbabile avvenire insieme all’innocente creatura. L’uomo risponde con un mostruoso e secco “Fallo sparire”, alimentando nella giovane la fiamma ardente di una vendetta silenziosa e inesorabile.

Kaurismäki realizza un film praticamente muto con un totale di circa trenta battute. La prima viene pronunciata da Iris dopo un quarto d’ora dall’inizio quando la donna ordina una mezza birra al bar. I personaggi si muovono come zombie sullo sfondo di una città anonima e depotenziata di qualsiasi attrattiva e specificità. Il paese dipinto da Kaurismäki assomiglia ben poco a quello di Babbo Natale, qui spira un vento gelido che non disegna aurore boreali, ma cristallizza l’anima, infliggendo una scure di ghiaccio su impulsi ed emozioni. L’incipit si svolge interamente nella squallida fabbrica di Iris dove viene minuziosamente mostrato con taglio quasi documentaristico il processo di fabbricazione dei fiammiferi. Un rumore assordante accompagna gesti ripetitivi e ritmi spersonalizzanti di un lavoro alienante, dove l’individualità umana trova  massima espressione nel verificare la corretta etichettatura del prodotto.  Questi sono i ruggenti e appaganti tempi moderni a cui Kaurismäki dedica un’affettuoso seppur macabro omaggio chapliniano, resi riconoscibili dall’onnipresente tv che irrompe con notiziari epocali (la strage di Tienanmen, l’arrivo di Wojtyla ad Helsinki, la morte dell’ayatollah Khomeyni) volti a squarciare quel muro di afasia che imprigiona le misere vite di autentici reietti.

Iris è la sola alla quale il regista “concede” l’inquadratura lasciandola libera di agire all’interno di essa, sfiorandola con armoniose dissolvenze. Tutti gli altri sono tagliati fuori, relegati a bordo immagine o privati di volto e identità ,come nella mirabile sequenza in cui il patrigno del quale vediamo inquadrato solo il busto, la ripudia dopo aver scoperto la gravidanza. Iris (in greco arcobaleno) è un fiore che tenta inutilmente di sbocciare e tingere di colore quel mondo ostile che tumulerà il suo ipotetico sogno d’amore nell’eternità di un immutevole notte polare. Nonostante il pessimismo cosmico e il silenzio assordante, il film è tutt’altro che laconico e possiede quell’ironia di fondo, vero marchio di fabbrica del regista. Pur avendo scarsa attinenza con la fiaba di Andersen, Iris è ancora capace di regalarsi l’illusione di una favola e lei stessa in casa assume le sembianze di una Cenerentola nordica poco incline al lieto fine. La prima volta che la vediamo accendere un fiammifero è quando pianifica la sua vendetta per risvegliare il lato più oscuro, quello con cui la maggior parte dei personaggi convive serenamente. Tanti fiammiferi prodotti per un’umanità priva di calore, avvezza al mutismo e fatalmente sedotta dall’indifferenza. Lo sguardo è impietoso, distaccato, eppure la storia trova un’insolita vitalità nelle continue incursioni musicali tra rock americano anni ’50, rock finlandese e Čajkovskij. Un musical in piena regola, un coro greco per dar voce e sottolineare la devastante solitudine della protagonista. “Ho girato la metà dei miei film da sobrio e l’altra metà da ubriaco. Io stesso ho difficoltà nel riconoscere se un film fa parte del primo o del secondo gruppo.” Interessa poco sapere a quale gruppo appartiene La fiammiferaia, di certo Kaurismäki è un artista appartenente a quella ristretta cerchia di autori di cui si sta lentamente perdendo traccia e di cui il cinema attuale non può minimamente pensare di farne a meno.

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