Dove cadono le ombre (2017), di Valentina Zucco Pedicini

di Luca Biscontini

Valentina Zucco Pedicini proviene dal documentario, ambito cinematografico in cui si è fatta assai valere: il suo Dal profondo, che chi scrive ha avuto modo di apprezzare, non si poneva solo sul piano della denuncia sociale della difficilissima vita lavorativa di un gruppo di uomini (e una donna) in una miniera di carbone della Barbagia, in Sardegna ma, più in generale, e molto poeticamente, forniva allo spettatore lo spunto per innescare una significativa riflessione sulla condizione umana. Già da allora, dunque, era ben visibile la profondità di sguardo della regista che, sull’onda di un mutamento evolutivo fisiologico, si è cimentata con un ‘racconto di finzione’, realizzando l’intenso, bello e necessario Dove cadono le ombre, opera prima presentata a Le Giornate degli Autori della scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Denunciare l’ignobile genocidio culturale che venne compiuto nei confronti dell’etnia Jenisch, i cosiddetti zingari bianchi, nella civilissima Svizzera durante il secolo scorso, attraverso l’internamento, forme di tortura psicologica e fisica e pratiche eugenetiche, senza cadere nella retorica o in prevedibili piagnistei, bensì cercando di sviscerare fino in fondo i tormenti interiori vissuti dalle vittime, costituisce un pregnante e originale approccio alla delicata questione: lo spettatore viene profondamente turbato, costretto, grazie alla drammatizzazione psicologica della vicenda messa in scena, a prendere coscienza, senza che, come purtroppo spesso accade, possa scivolargli addosso ciò di cui è stato testimone.

Sceneggiato da Zucco Pedicini insieme a Francesca Manieri (quest’ultima ha scritto anche il recente Figlia mia di Laura Bispuri), probabilmente, si presume, attingendo alla testimonianza letteraria della poetessa svizzera di etnia Jenisch Mariella Mehr, anch’essa vittima, da bambina e da adolescente, del programma eugenetico Enfants de la grand-route conosciuto in tedesco come Kinder der Landstrasse, promosso dal governo svizzero, Dove cadono le ombre invece di inquadrare in una cornice storica i fatti, come solitamente avviene, preferisce assumere una prospettiva intimista in cui articolare un drammatico e intensissimo rapporto vittima-carnefice; la componente teatrale del film, però, non può – come è stato frettolosamente osservato da tanta critica – essere considerata aprioristicamente inadeguata a rendere conto della dolorosissima vicenda, semmai è proprio il contrario, laddove, forse, se si fosse adottato uno sguardo più convenzionale, la tragedia del genocidio culturale dei Jenisch rischiava di venir neutralizzata di tutta la sua scioccante portata emotiva. 

Dove cadono le ombre è un film al femminile, ma non femminista, in cui il corpo a corpo tra le bravissime Federica Rosellini (Anna) ed Elena Cotta (Gertrud, il medico che voleva estirpare le sue origini) fornisce l’occasione di indagare la complessissima relazione tra torturatore e torturato, in riferimento, in particolare, alla paradossale complicità che, malgrado tutto, si viene tra essi a creare (su tale argomento è stata prodotta una quantità notevolissima di studi), consentendo in tal modo di comprendere assai più in profondità l’atroce sofferenza causata da una ferita non suturabile. Ciò che molta ‘gazzetteria’, dunque, non ha perdonato al film di Zucco Pedicini è, in sostanza, di non essere sufficientemente didascalico: cosa di cui, invece, andrebbe ringraziata, soprattutto per il rispetto che ha mostrato nei confronti dell’intelligenza del pubblico. Tra l’altro, a dare utili indicazioni intervengono le informazioni fornite all’inizio e alla fine del film, le quali costituiscono, in un certo senso, il contenitore all’interno di cui si svolge l’azione, offrendo un opportuno orientamento.

Anche nel caso del genocidio dei Jenisch, alla stregua della tragedia provocata dal nazismo, ciò che si verificò fu uno sciagurato pseudo-evento biopolitico, nel senso che si cercò, attraverso l’utilizzo della scienza medica, di rimuovere le origini culturali di un popolo, considerato come un batterio da estirpare in vista di una delirante grande salute dell’umanità. A sconvolgere ancor di più è la circostanza che queste odiose pratiche continuarono fino alla metà degli anni Settanta, anzi sembrerebbe che in Svizzera ancora nel 1986 non poche persone risultavano internate in strutture per la salute mentale.

Quando il cinema si fa preziosa testimonianza (e il caso dei Jenisch era ed ancora è ai più ignoto) bisognerebbe esserne grati. Dove cadono le ombre, poi, è un film di cristallina bellezza, in cui emerge chiaramente la rigorosità formale della regista, la bellezza del suo sguardo, capace di arricchire di senso quanto raccontato. La superba fotografia, virata verso l’azzurro-verdino, di Vladan Radovic restituisce in pieno quel senso di sospensione che informa il film: anzi si potrebbe dire che in esso è come se convivessero, giustapposte, due temporalità: quella del presente – cronologica – e quella di un passato che ogni volta irrompe in forma di durata, rendendo efficacemente conto dell’esplosività emotiva della situazione (non ci sono solo, dunque, i classici flashback, ma uno spazio cinematografico in cui presente e passato si compenetrano: in tal senso significativa è la sequenza in cui, tra i corridoi dell’istituto per anziani, Anna passa in mezzo a due file di ragazzini dell’orfanotrofio in cui era stata tanti anni prima).

Valentina Zucco Pedecini ha realizzato uno splendido e importante film, che purtroppo non ha goduto della visibilità che meritava.

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