Mele, di Christos Nikou (Apples/Mila, Grecia 2020)

di Andrea Lilli

Spenti i riflettori, chiuso il web-sipario veneziano, la memoria torna al primo titolo visto: Mele (Apples/Μήλα), un film sulla memoria, appunto. Molto apprezzato dai critici di ogni dove, ma non ha vinto nessun premio di Venezia77. Il che conferma che le giurie sono come i capolavori: magie artistiche razionalmente inspiegabili. Comunque un posto nella nostra videoteca 2020 se lo merita, questo film dell’esordiente Christos Nikou, ex assistente alla regia di Yorgos Lanthimos (Dogtooth, 2009) e di Richard Linklater (Before Midnight, 2013).

Siamo in una metropoli grigia, anonima. Capiamo che è greca solo dall’alfabeto delle insegne. I palazzi, le strade, i parchi, i negozi hanno forme che appartengono all’urbanistica europea più diffusa. Impossibile anche capire in quale decade siamo, se nel passato o nel futuro. Non ci aiutano le fogge dei vestiti né i modelli delle automobili, scelti oculatamente tra i più comuni e longevi. Potremmo essere nell’Italia 2020, o nel Portogallo anni ’90 di Saramago, per esempio. Solo che in questa storia, invece del coronavirus e della cecità, a diffondersi rapidamente nella popolazione è una devastante amnesia.

Aris Servetalis

Una pandemia nuova e inspiegabile, una malattia fuori controllo che può colpire tutti, dovunque e in ogni momento. Come d’autunno cadono le foglie, chiunque da un momento all’altro può ritrovarsi senza memoria: improvvisamente non ricorda più il proprio nome, il lavoro, l’età, dove abita, se ha famiglia. C’è il tifoso che va allo stadio e a un certo punto si chiede perché quei signori in calzoncini inseguono una palla. C’è quello che scende dalla macchina e la lascia in mezzo alla strada, bloccando il traffico. Non ricorda perché guidava quel coso, e nemmeno che è suo.

È ciò che succede anche ad Aris, quarantenne dall’aspetto tranquillo, figura anche questa non attribuibile a una precisa categoria geografica, sociale, temporale. Aris si trova su un autobus quando perde completamente la memoria. Il conducente arriva al capolinea e se ne va, ma lui resta seduto, ha dimenticato chi è, dove stava andando e perché. Non ha documenti, non un oggetto che aiuti a risalire al suo indirizzo. La scena può ricordare una certa situazione surreale cantata da Giorgio Gaber, ma qui “un uomo senza niente”, senza nemmeno la memoria, diventa un grosso problema anziché una soluzione. Arriva l’ambulanza, il ricovero, il numero progressivo di riconoscimento, il test di misurazione del grado di amnesia, e inizia per lo smemorato assoluto 14842 il programma “Nuova Identità”. È il protocollo terapeutico studiato per curare e recuperare alla società civile i pazienti rimasti soli come Aris, quelli che non vengono reclamati da amici e parenti ansiosi di riabbracciarli. Perché amici e parenti non ci sono, o si sono a loro volta dimenticati, o preferiscono dimenticarsi dei pazienti.

Solo di una cosa Aris sembra ricordarsi, istintivamente, già nei primi giorni in ospedale: che va matto per le mele. La mela è il suo cibo preferito e nell’intera storia ne mangerà tante, in casa e fuori, per la gioia del fruttivendolo. Al ‘marziano’ ignaro di tutto (Aris = Marte) viene assegnata una nuova abitazione vuota, vestiti nuovi (pantaloni troppo corti, alla Tati, perfetto contrappunto all’impassibilità del personaggio), un registratore e una Polaroid. Il programma “Nuova Identità” prevede che il paziente si ricostruisca una vita autonoma sì, ma sotto un rigoroso tutoraggio. Aris deve ricominciare da zero un percorso guidato e controllato, i terapeuti con le audiocassette impongono le azioni da svolgere, che poi Aris deve documentare con autoscatti a stampa immediata. Strumenti vintage ma eterni, scelti dal regista coerentemente all’indeterminatezza distopica del racconto. Anche la scelta dell’inquadratura stretta in formato 4:3, simile al quadrato delle foto Polaroid, porta lo spettatore ad identificarsi meglio col protagonista, il cui sguardo sulla realtà è limitato dall’amnesia.

E così vediamo Aris riprendere confidenza con la bicicletta, con l’automobile, con i supermercati e i fornelli, i cinema, le sale da ballo, i bar, le amicizie, il divertimento, il sesso, le gite fuori porta, i vecchi in ospedale, la compassione, i funerali. Il suo percorso s’intreccia con quello analogo di Anna, altra smemorata in terapia che conosce Aris proprio al cinema, in un gioco di specchi negli specchi. Il tutto diligentemente certificato da una Polaroid che ricorda quelle usate in certi road movies di Wim Wenders, solo che qui il protagonista non viaggia per il mondo rimanendo se stesso, ma verso (un nuovo?) sé restando in città. Quando si perde la memoria delle proprie esperienze fondamentali, bisogna ricrearne di simili per reimbastire l’immagine interna in cui identificarsi.

Ma più dell’agenda imposta saranno le strade, le vetrine, i cani che s’incontrano nel parco a ricostruire la memoria di Aris. L’abilità di Christos Nikou sta nello svolgere un tema pesante con ironia lieve in suspence progressiva, sfruttando al meglio il viso imperscrutabile di Aris Servetalis, che per tutto il film riesce a mantenere una flemma keatoniana quasi inquietante, una dignità contenuta e riflessiva che si vedrà quanto fosse necessaria, conseguente alla profondità e delicatezza del proprio segreto, il sacro mistero che emergerà alla fine. A forza di mangiar mele. Perché ha ragione il fruttivendolo: le mele fanno bene alla memoria, e una al giorno toglie di torno lo psichiatra.


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