La sconosciuta, di Giuseppe Tornatore (2006)

di Laura Pozzi

Con Giuseppe Tornatore, spesso, non ci sono vie di mezzo: o lo si ama incondizionatamente o lo si detesta a prescindere. Nonostante le accuse di megalomania, calligrafismo, virtuosismo esasperato e vezzi autoriali, è indubbio che La sconosciuta rappresenti uno dei suoi film più crudi e dolenti. Dopo il chiacchierato (fuori e dentro campo) e discutibile Malena, il regista di Bagheria prende tempo, concedendosi una pausa di sei anni prima di tornare dietro la macchina da presa per ideare una storia costruita fin nel minimo dettaglio alla quale si aggiunge un pizzico di mistero dovuto a un set blindatissimo, da cui non trapelerà nessun rumor fino alla presentazione ufficiale nella prima edizione della Festa di Roma. L’incipit mostra tre donne seminude, osservate e “commentate” da occhi anonimi e indiscreti. Si trovano all’interno di un capannone, sono di spalle, indossano una maschera e sembrano lì per un provino. L’atmosfera è lugubre, malsana, poco invitante. La bionda Giorgia, proveniente dall’Ucraina, viene invitata a restare, a spogliarsi, e a lasciarsi guardare. Di certo si tratta di una selezione che, come scopriremo in seguito attraverso un marcato e a tratti sfrontato uso del flashback, ha ben poco di artistico, ma racchiude le proficue e disumane perversioni di un universo raccapricciante dominato da violenza fisica e psicologica a danno di giovani donne provenienti dall’Est Europa. Giorgia, ma soprattutto Irena (Ksenia Rappoport) è una di loro, sopravvissuta a un lager di indicibile follia, dilaniata dai ricordi, lacerata da atroci sofferenze, ma decisa a rivendicare e far rivivere quel suo ruolo mancato attraverso un piano ben preciso che coinvolgerà/sconvolgerà la vita di una famiglia benestante.

L’azione si sposta a bordo di un treno, dove nel bel mezzo di un gelido inverno, in un’algida e buia città del Nord Italia (per alcuni un’anonima Trieste, per altri una meno fantasiosa Velarchi), la stessa donna con abbigliamento castigato e capigliatura scura si aggira misteriosa e sconosciuta alla ricerca di un lavoro. Sulle prime convince e corrompe un mite portiere (Alessandro Haber), particolarmente attratto dal suo fascino glaciale, a farsi assumere come donna delle pulizie all’interno di un lussuoso palazzo. In verità a Irena interessa poco lavorare, ha con sé un cospicuo malloppo, ma quell’impiego rappresenta l’unico espediente valido che le permette di introdursi legalmente (dopo averli costantemente spiati) nell’appartamento dei coniugi Adacher (Claudia Gerini e Pierfrancesco Favino) orafi di fama e prestigio noti in tutta la penisola, genitori della riccioluta Tea (Clara Dossena), una bambina di cinque anni continuamente esposta a cadute e sberleffi da parte dei coetanei per un presunto deficit neurologico che le impedisce di proteggersi e reagire; la donna, grazie ad una spietata determinazione (ne sa qualcosa la malcapitata Piera Degli Esposti), riuscirà ad instaurare un rapporto esclusivo con la piccola, fino a quando il suo torbido e agghiacciante passato tornerà a perseguitarla, presentandole un salatissimo conto da pagare.

Tornatore costruisce un noir in piena regola, affidandosi a cupe e claustrofobiche atmosfere dai chiari rimandi hitchcockiani. Ancora una volta, come aveva precedentemente dimostrato in Una pura formalità, conferma straordinaria attitudine nel creare una suspence emotiva vertiginosa, resa vibrante dalle raggelanti e stridenti note di Ennio Morricone. Un accompagnamento musicale sinistro e ossessivo che irrompe minaccioso, facendo trasalire e sussultare le immagini in un delirante vortice di tensione. Il regista lascia andare il freno a mano, alternando alla geometrica precisione di scene violente, disturbanti e quasi splatter, l’accecante solarità e indomita anarchia di sequenze d’amore vissute alla luce di un sole ingannatore. Il brutale passato di Irena ha infatti un volto che si rispecchia nelle sordide e orrorifiche fattezze di Muffa (un Michele Placido eccezionale nel prestare corpo e voce ad un signore del male disgustoso e ripugnante), un sadico aguzzino senza scrupoli, designato a trasformare le giovani “reclute” in fattrici inesauribili e per questo indispensabili nel far girare un losco giro d’affari incentrato sulla compravendita di figli destinati a coppie sterili. Irena è una donna dalla sensibilità polanskiana e dagli istinti verhoeveniani, avvolta da una plumbea atmosfera che le permette di assorbire come una spugna tutto l’orrore che il destino le ha minuziosamente riservato per poi rilanciarlo nella sua estenuante battaglia.

Passato e presente si muovono al ritmo cruento di una ballata macabra, dando vita a una spietata danza della morte. Tuttavia Irena è ancora capace di sognare e proiettare sulle insicurezze e fragilità dell’irrequieta Tea gli impulsi e desideri di una madre derubata di nove figli. Il film, oltre a far luce senza nessun scopo di denuncia su una realtà ancora drammaticamente attuale e per certi versi oscura, non rinuncia ad una sentita e lucida riflessione sulla maternità, un tema difficile, complesso di cui non esistono regole, ma solo vissuti personali. Ecco perché quel finale tacciato ingiustamente di buonismo appare opportuno e miracoloso nella sua disperata positività. Per circa due ore siamo sprofondati nel girone infernale di una donna a cui Tornatore non ha concesso nulla e alla quale una stratosferica e (anche lei) allora sconosciuta Ksenia Rappoport ha tenuto testa ma soprattutto cuore, regalando a una donna protagonista di una storia sbagliata un’inaspettata e meritata rivincita finale.

Il film è disponibile su Youtube

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