Lacci, di Daniele Luchetti (2020)

Tutto inizia con tante scarpe che ballano a una festa, filmate ad altezza pavimento dalla macchina da presa: così Daniele Luchetti decide di aprire il suo Lacci – il film che ha inaugurato Venezia 77 in un’edizione che non dimenticheremo mai – chiamandoci dentro la storia di un matrimonio e di una famiglia.

La natura dei legami, il peso e la funzione dei vincoli davanti alle prove e ai dolori che ogni legame prima o poi porta con sé, la sovrapposizione fuorviante e la mala interpretazione di questi concetti – amore e vincolo – sono alla base di questa storia, tratta dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone edito da Feltrinelli e adattata per lo schermo da Daniele Luchetti, Francesco Piccolo e lo stesso Starnone.

Vanda e Aldo si amano, hanno due bambini, sono una famiglia felice. Al ritorno da una festa, dopo che Aldo ha fatto il bagno ai piccoli lavando amorevolmente i capelli ad Anna, la primogenita, dopo che tutti insieme hanno guardato sul divano un documentario sui legami fra i leoni, dopo che Aldo ha letto una storia ai figli, inaspettata arriva a Vanda la notizia, sberla in piena faccia: “Sono stato con un’altra”, e tutto precipita. Scene da un matrimonio, l’iniziale confusione di lui, l’abbandono della casa coniugale, le scenate di Wanda alla radio dove lui lavora, i pedinamenti per sorprenderlo con l’amante; porte sbattute e piatti rotti, sistemazioni provvisorie a casa di amici, un tentativo di suicidio, i dubbi dell’amore. Vanda sembra impazzita, tira dentro al suo gioco i figli, Anna in particolare, che si trova a doversi occupare del fratellino e della madre, che li porta con sé nelle sue sortite deliranti alla ricerca del marito.

L’amore di Aldo per Lidia è sincero, fatto di passione e libertà. Col tempo i bambini conoscono la donna del padre, ne restano affascinati, ne riconoscono il valore, ricostruiscono con lui un legame. Anna è diventata adolescente, della sua età ha le sofferenze, e un pomeriggio escono con Aldo, vanno in un bar, lei si fa insegnare dal padre e dal fratellino ad allacciarsi le scarpe nel modo insolito in cui il bambino dice che il padre gli aveva insegnato quando era piccolo.

Dopo questo incontro, il richiamo della famiglia, dei suoi lacci, diventa per lui impossibile da ignorare. Da Roma, dove lavora, comincia a tornare a Napoli tutti i fine settimana, e quando Lidia gliene chiede conto lo vediamo di nuovo confuso, come uno che passa per caso e accanto alla propria vita senza mai sceglierla convintamente. La ama, ma più forte di quel sentimento c’è il vincolo che lo stringe alla sua famiglia: perché, le dice, “noi due non abbiamo costruito nessun legame”.

E così tutto può di nuovo scivolare nel rassicurante tepore dei ‘lacci’ noti, e così svanisce la felicità con Lidia, i pomeriggi trascorsi a fare foto e a fare l’amore su un tappeto, le occhiate complici, scoccate da lontano, delle persone che stanno insieme perché lo scelgono. Aldo si è lasciato determinare da ciò che gli è successo: un pomeriggio con i figli ad allacciarsi scarpe, un fatto banale, e come era accaduto quando aveva incontrato Lidia, come Vanda gli aveva rimproverato subito dopo il tentativo di suicidio: “Continuerai così per sempre. Non sarai mai quello che vuoi essere, ma quello che ti capita”, distrugge anche questa seconda vita.

Un’ellissi, e ci ritroviamo in una bellissima casa borghese; Aldo e Vanda hanno preso le fattezze di Silvio Orlando e Laura Morante, sono due persone intrappolate in un matrimonio che si tiene ormai dichiaratamente su un legame nevrotico. Sono passati trent’anni, e a legare i due blocchi temporali, oltre al montaggio che fa danzare passato e presente facendoli scivolare l’uno sull’altro, la scatola intarsiata che avevamo visto a casa di Lidia.

Stanno partendo, Vanda non vorrebbe lasciare Labès, diminutivo di Labestia, il gatto di casa, del quale si occuperanno i figli ormai cresciuti. Al loro ritorno dal mare, troveranno la casa devastata da ladri che non hanno portato via nulla, e tutta la vita che si deposita normalmente negli oggetti spazzata via. Aldo si precipita a cercare delle foto: tenta di proteggere ciò che resta del presente nascondendo un passato ormai sepolto, ma di lì a poco, dopo trent’anni, finalmente sarà pronunciato il nome di Lidia, revocata la sua damnatio memoriae. Vanda, sconvolta per la scomparsa del gatto Labès, in una parola evidenziata in giallo nel vocabolario di latino penserà di aver trovato la vera origine di quel buffo nome, prova dell’infelicità del marito: ‘labes’, frana, rovina, caduta, crollo, disastro, distruzione, flagello. Così, preda di angosce di perdita che proietta sull’uomo, lo accusa di nuovo, ancora, di essere tornato da lei, tanti anni prima, senza amore, ed è il dialogo più sincero che abbiano mai avuto, perché lei, deposti i panni della ‘mater dolorosa’, della donna che ha subìto tradimenti e inganni, gli rivela i desideri ambivalenti di rivalsa e libertà che l’avevano presa all’indomani del loro ritrovarsi. Dopo questo faccia a faccia spietato, è infine Aldo a dire la verità sconsolante, “per stare assieme bisogna parlare poco… l’indispensabile”.

Nella terza parte, al ‘bar dei lacci’, ritroviamo i figli ormai grandi – Giovanna Mezzogiorno porta magnificamente i segni lasciati dalla madre-coccodrillo su Anna, Adriano Giannini mai così persuasivo. Come spesso accade, i due si ritrovano a dirsi le cose importanti della loro vita quasi per caso; sono parole che, mentre si intrecciano, sistemano ricordi, spiegano fatti, sciolgono i nodi: non legami che rassicurano e proteggono, ma lacci che soffocano, stritolano, lasciano tagli. La memoria ferita ricostruisce il passato della famiglia, di quel matrimonio, del tradimento che – come dice Aldo in una puntata della sua trasmissione radiofonica – è un esercizio di totale libertà possibile solo all’intento del recinto protettivo di un grande, vero amore. Perché l’amore ha due facce, e c’è l’amore che invischia, avvinghia e stritola – quello che riporta Aldo da Vanda – e c’è l’amore libero, che si sceglie e rende felici perché permette l’espressione di sé, quello non più possibile, per Aldo, senza Lidia (che era così inconfessabilmente luminosa e desiderabile anche agli occhi dei bambini), Lidia che spargeva la sua grazia e portava una promessa di felicità nel tempo lontano della giovinezza e del coraggio.

Ci sono solo cose, nella vita borghese di Aldo, Vanda, Sandro, Anna: oggetti da distruggere e poi da buttare via nei sacchi della spazzatura, macerie di una vita che verrebbe da definire sprecata se non fosse che senza quei lacci sarebbe stata insostenibilmente leggera.

Il cast è composto dai soliti noti del cinema italiano, che per fortuna non deludono: Alba Rohrwacher e Luigi Lo Cascio sempre a rischio di rimanere prigionieri di se stessi, Laura Morante intensa e calibrata – niente sussurri, mai sopra le righe – Silvio Orlando strepitoso nel passare da una recitazione sottotono alle urla catartiche del finale, Linda Caridi nei panni luminosi e aggraziati di Lidia. Ma bravissimi su tutti Giannini e Mezzogiorno a dare corpo alle ferite del Bambino interiore, massacrato dai colpi di genitori troppo invischiati per vedere realmente fuori di sé, troppo implicati nella rete per non essere imprevedibili e perciò profondamente odiati.

Il finale risistema tutto, il Bambino distribuisce le punizioni, la catarsi è assicurata, anche se il dramma tutto borghese di un matrimonio nevrotico resta senza speranza di una qualche risoluzione. Si esce dal cinema ringraziando Starnone per aver scritto una storia che ci riguarda tutti e Luchetti per averne fatto forse il suo film più bello.

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