Angelo Iacono (produttore esecutivo)

di Fabrizio Spurio

Una vita per il cinema, da Fellini, ad Argento, passando per Jodorowsky.

Angelo Iacono nasce a Tunisi il 27 novembre del 1936. Iniziò a lavorare nel cinema nei primi anni sessanta. Fu assistente regista di Roberto Rossellini e segretario di produzione per Federico Fellini. Fu molto importante la sua collaborazione con Dario Argento, e fondamentale il suo contributo per la realizzazione del visionario film di Alejandro Jodorowsky “Santa Sangre” (1989)

D: Qual è il ruolo del direttore di produzione?

R: In pratica io sono la persona che deve organizzare il materiale per girare i film. Mi occupo dei contatti con gli attori e dei loro contratti, dei permessi presso le autorità se c’è da girare in esterno in luoghi pubblici. Insomma tutto ciò che di burocratico si trova dietro la produzione della pellicola. Devo rendere conto del budget al produttore. Il compito del direttore di produzione è sostanzialmente quello di far rispettare il budget stanziato per il film, mettendo però il regista in condizioni di girare nel miglior modo possibile. Quindi in pratica dovevo preoccuparmi di accontentare tutte le richieste di ogni regista con cui ho collaborato, cercando allo stesso tempo di risparmiare dove era possibile, ma mai a scapito della qualità dell’opera.

D: Come avvenne l’incontro con Federico Fellini?

R: Nello Meniconi mi ha contattato per fare il segretario di produzione in “8 e ½”. Io avevo fatto un film in Tunisia, “Le Meraviglie di Aladino” (1961, di Henry Levin/Mario Bava). E un tecnico, il truccatore che era fratello di Nello Meniconi, che lavorava in Aladino insieme a me diede il mio numero di telefono a Meniconi. In quel periodo stavo girando “Barabba” (1961, di Richard Fleischer) come assistente all’aiuto regista, e “Divorzio all’Italiana” (1961, Pietro Germi). Meniconi mi voleva sul set di “8 e ½” proprio a seguito della mia esperienza all’estero. Ed il film fu girato alla Scalera Film, non a Cinecittà come molti pensano.

D: Ci puoi parlare della tua decennale collaborazione con Dario Argento?

R: Il primo incontro con Argento è avvenuto nel 1970, quando venni chiamato per la realizzazione di “Il Gatto a Nove Code”. Un amico comune mi contattò dicendomi che aveva fatto il mio nome ad Argento. Dopo qualche tempo fui chiamato e mi presentai nell’ufficio di Dario: dopo pochi minuti è scattata una sintonia subito sfociata in una grande amicizia, che ci ha portato a lavorare in tandem per ben sedici anni. Un totale di sette film insieme. Io ero abituato a lavorare con registi come Zampa, Blasetti, Fellini, Comencini. Ma Argento lo vedevo come un regista particolare, un regista che aveva il cinema negli occhi. Ricordo che in quel periodo ero sul set del film “Per Grazia Ricevuta” (1971, regia di Nino Manfredi), cercai quindi un direttore di produzione che potesse continuare il mio lavoro, perché Dario mi voleva assolutamente sul set del “Gatto a Nove Code”; dovetti quindi lasciare quel film di Manfredi e concentrarmi sull’organizzazione del film di Argento. Il film era a mio avviso una pellicola girata con molta precisione ed eleganza. Io e Dario eravamo perfettamente in sintonia sul lavoro, e per questo mi confermò anche per il secondo film che realizzammo insieme “4 Mosche di Velluto Grigio”. Da quella volta mi ha voluto in tutti i suoi film, a parte “Suspiria”, fino all’ultima nostra collaborazione che fu in “Phenomena” del 1984. Appena lui terminava la scrittura di un copione mi contattava e mi consegnava una copia della sceneggiatura. Da li iniziavamo a lavorare e ad organizzare tutto per le riprese vere e proprie. A mio parere uno dei film migliori di Dario è lo storico “Le Cinque Giornate”.

In un primo momento io avevo ingaggiato per dirigere la pellicola Nanni Loy, naturalmente in accordo con il padre di Dario, Salvatore Argento che era il produttore della pellicola. Ma qualche giorno dopo Dario arriva nel mio ufficio dicendomi che il film lo avrebbe diretto lui. Una pellicola totalmente diversa dal suo solito cliché. Un film in costume, con scene di massa. All’inizio avevamo proposto il ruolo principale a Ugo Tognazzi, che in quel momento era a Parigi per girare “La Grande Abbuffata” (1973, regia Marco Ferreri). Tognazzi si diceva entusiasta di girare quel film con Dario, ma durante l’incontro ci rendemmo conto che non era realmente interessato alla pellicola, quindi decidemmo di tornare a Roma. Durante il volo di ritorno Dario mi propose Adriano Celentano. Contattai quindi Celentano che fu ben felice di partecipare alla pellicola. In quel momento lui era un personaggio molto quotato, sia nel cinema che nella canzone. Quindi avere lui nella pellicola era certamente un pregio. Sono convinto che Dario, con quel film abbia dimostrato di essere un grande regista, capace di uscire dal suo solito schema giallo/horror, per creare un affresco storico, mostrando di essere in grado di realizzare qualunque tipo di pellicola. Sono stati quindi anni di grande amicizia con Argento. Posso dire inoltre che è grazie a me che Dario incontrò Daria Nicolodi, in quanto fui io a suggerire per il ruolo di Gianna Brezzi, in “Profondo Rosso” proprio la Nicolodi, che avevo visto tempo prima in teatro. Dario in realtà era fermamente convinto a dare la parte a Manuela Kustermann. Io però ho insistito perché Dario incontrasse la Nicolodi. Ero fermamente convinto che la Kustermann, secondo me, non era adatta al ruolo, non per mancanza di bravura, ma perché non era proprio fisicamente adatta per quel personaggio. Ma quando Daria Nicolodi lo incontrò capii subito che si erano trovati in sintonia, non solo per il film ma anche come anime affini. Con Dario ho lavorato sempre in armonia, in quanto sapevo sempre quello che a lui serviva, ed il mio compito era riuscire a far quadrare il budget con le richieste di Argento. E’ stata una collaborazione entusiasmante.

D: Come è iniziata la collaborazione con Alejandro Jodorowsky per “Santa Sangre”?

R: Dopo “Phenomena” le nostre strade si sono separate, ma non per qualche motivo particolare. Nel cinema succede, anche se siamo rimasti amici, sempre in contatto. Ho fatto altri film, ad esempio con Luigi Magni (“Il Generale” 1987; “Secondo Ponzio Pilato” 1987), finchè mi contattò Claudio Argento (fratello di Dario) per seguire la produzione di “Santa Sangre” (1989) di Alejandro Jodorowsky . In un primo tempo Jodorowsky aveva deciso di girare il film in Marocco, ma sarebbe costato tantissimo. Bisogna dire però che in quel momento io ero impegnato nella produzione di “Nuovo Cinema Paradiso” (1988), girato in Sicilia con la produzione della Vides. Avevo già annunciato a Giuseppe Tornatore che non avrei potuto continuare il film, in quanto dovevo iniziare il lavoro con Jodorowsky, quindi trovai un sostituto che potesse prendere il mio posto in Sicilia ed iniziai la produzione di “Santa Sangre”. Con Claudio Argento sono andato a Parigi, dove ho incontrato Jodorowsky, e dopo aver parlato con lui l’ho convinto che era possibile girare il film in Messico, un paese che conoscevo molto bene in quanto proprio li avevo prodotto circa venti film. In realtà Jodorowsky non poteva rientrare in Messico perchè le autorità glielo avevano proibito, dopo aver girato “El Topo” (1970) e “La Montagna Sacra” (1973). Ma fortunatamente io che avevo delle conoscenze sono riuscito a farlo rientrare “in casa sua”.

Il film è stato interamente girato dentro Città del Messico, ricostruendo il set, che era un grande circo, proprio in mezzo alla piazza centrale. E’ stata una cosa molto importante riuscire a trovare tutta la manovalanza direttamente in Messico. C’erano tre camioncini che ci seguivano sul set, solo per gli effetti speciali, questo ci ha permesso notevole risparmio di tempo, e di conseguenza di denaro, perché avevamo a portata di mano tutto quello che ci occorreva. In questo modo il piano di lavorazione è stato rispettato alla perfezione, facendo rientrare le riprese precisamente nelle dodici settimane che avevamo preventivato. Ricordo che Jodorowsky desiderava avere un direttore della fotografia messicano, ma io mi opposi a questa richiesta: sapevo che Jodorowsky aveva uno strano carattere, ed era facile immaginare che lui e il direttore della fotografia potessero fare delle “stranezze” sul set. Avevo bisogno di un direttore della fotografia di cui mi sarei potuto fidare, quindi dall’Italia portai Daniele Nannuzzi, un bravissimo professionista della luce, che ha dato al film di Jodorowsky una luce splendida, quasi sognante. Ricordo che quando salutai Tornatore, in un bar di Cefalù, poco prima della mia partenza per il Messico, gli dissi: ci vediamo all’Oscar! Solo che io intendevo al mio film, mentre sappiamo tutti che lo vinse lui.

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