The Rocky Horror Picture Show, di Jim Sharman (1975)

di Carla Nanni

Ha appena compiuto 45 anni e li porta con la spavalda sicurezza di essere uno dei film più significativi del secolo: grottesco, satirico, impertinente, pieno di citazioni e palesi riferimenti al cinema e all’arte, The Rocky Horror Picture Show entra a pieno titolo tra quelle pellicole di cui non si può fare a meno di ricordare almeno una scena, una canzone, un personaggio, persino se non si è amanti del genere. Che poi, a dirla tutta, è un tripudio di generi: “Musical di Fantascienza” è troppo riduttivo per definire The Rocky Horror Picture Show, che evoca, persino a chi non ne è cultore, sentimenti di una ribellione rivoluzionaria ai costumi socialmente accettati e la voglia di sentirsi se stessi e fare i conti con la propria natura, qualsiasi essa sia. Nel ’73 debutta la piece teatrale e nel ’75 esce il film nelle sale ed è subito successo, per lo meno in quella nicchia di persone cui il messaggio dell’alieno Frank-N-Furter arriva forte e chiaro: “Don’t dream it, be it!”

C’è un prologo che è un omaggio a tutto il cinema che viene considerato di serie B fino ad allora prodotto (Science Fiction – double feature), cantato da Richard O’Brien, con le labbra rosse di Patricia Quinn che raccontano su uno sfondo nero quello che ci si deve aspettare da un film di questo tipo. Non una trama troppo intrecciata, perché il racconto diviene piuttosto una scusa, con l’intento di ricamare un messaggio che riguarda le forme d’arte e l’uso che di esse si fa, giocando con i colori accesi, dei costumi improbabili, spazi e scenografie che sono culla di degrado e bellezza portati all’estremo. Ecco, quel che c’è da dire su Rocky Horror è che effettivamente è eccessivo, in tutto, dalle labbra rosse di Frank-N-Furter al costume scintillante di Columbia, dal carattere dei due protagonisti (Brad e Janet) alle canzoni che raccontano nei minimi particolari la situazione e la storia dei personaggi, alle provocazioni verso la società dell’epoca, che stilla da ogni parola, da ogni gesto e in ogni passo recitato a tempo di musica.

La diversità è celebrata in tutte le sue forme, in quasi tutte le sue accezioni e – se vogliamo – qualsiasi punto di vista è esplorato: quello di Columbia innamorata e preda delle sue emozioni, quello di Fank-N-Furter, narcisista e preso solo da se stesso, quello di RifRaf (inquietante maggiordomo) che cova il rancore verso il suo padrone e quello di Magenta, la cameriera che guarda attraverso il filtro delle sue perversioni. C’è poi il professor Scott, simbolo di un conformismo che mal cela il terrore e la confusione del nuovo che arriva e Brad e Janet, i due protagonisti, che si trovano costretti a togliere il prosciutto dagli occhi e rivedere i propri pregiudizi e sentimenti. Come non citare proprio Rocky, la creatura appena nata, che guarda tutto con gli occhi di un bambino, innocente, meravigliato, a tratti spaventato – Rocky non parla, canta solamente, come si addice a un bambino.

Il Cameo di Meatloaf (Hot Patootie) nei panni del defunto, o quasi, Eddie, è da considerarsi tale perché canta un solo pezzo, ma in definitiva anche questo personaggio è una specie di perno, da cui si esige il sacrificio per un cambiamento voluto, desiderato e perpetrato con tutti i mezzi. Alla fine muore definitivamente, ucciso (e poi servito a tavola) da Frank, per avere potere e soggiogare gli altri suoi “ospiti”.

Frank l’Alieno viene da un pianeta molto vicino a noi, in realtà è quella parte di noi che sentiamo bene e che pure abbiamo paura ad ascoltare, perché è tremendamente affascinante, sexy, ma cattivo e narcisista, capace di sedurre anime come quelle di Brad e Janet, stretti nella consuetudine e nelle regole di un mondo “per bene”.

Quel “mondo per bene” è descritto meravigliosamente nel finale, col criminologo che fa anche da voce narrante e che ci spiega, senza mezzi termini e con un solo terrificante commento che “Strisciando sulla superficie del pianeta, quegli insetti chiamati razza umana, sono persi nel tempo, nello spazio e nel significato”. In sostanza e alla fine di tutto, quel che rimane è il concetto semplice dell’essere se stessi, del non nascondere le proprie pulsioni per essere accettati in mezzo al branco. Un concetto semplice che comunque precorre i tempi in cui Rocky Horror è uscito e che forse non ha ancora finito di insegnare.

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