Lucky, di John Carroll Lynch (2017)

Di A.C.

“Nessun film con Harry Dean Stanton sarà mai un fiasco.”
Questo diceva il critico cinematografico Roger Ebert del compianto attore statunitense, scomparso poco dopo le riprese di questo film.
La sua ultima prova d’attore coincide con l’esordio alla regia di John Carroll Lynch, anch’egli come Stanton un professionista in ruoli secondari, spesso trascurati ma non meno dignitosi. Qui mette il caratterista al centro del film, affidando il peso del palcoscenico sulle sue spalle senili perché è proprio la vecchiaia il tema nevralgico di quest’opera.

Lucky è un novantenne dalla routine piuttosto dannosa per un uomo della sua età. Accanito fumatore e bevitore, eppure in perfetta salute, trascorre le sue giornate in una cittadina del desertico entroterra americano tra i soliti punti di ritrovo: tabaccaio, pranzo col telequiz e bar notturno.
Un improvviso svenimento, pur innocuo a detta del suo medico, accende in lui la paura della morte mettendo in moto una serie di pensieri rivolti al futuro ma anche al passato, alla sua vita e ai suoi ricordi. Comincia così il viaggio interiore e la presa di coscienza di un uomo che mai finora aveva preso in considerazione l’aspetto spirituale della propria vita.

“Lucky” è un poema agrodolce in cui la malinconia va a braccetto con l’ironia, dove la bellezza delle cose la si percepisce nella contemplazione nostalgica dei propri ricordi, in momenti di simpatica leggerezza come il testamento di un amico eccentrico (chi se non David Lynch?) a beneficio della sua testuggine domestica, oppure a una festa di compleanno dove da un silenzio timido nasce un canto di struggente sentimento.
Un viaggio interiore che a molti riporta inevitabilmente in mente quello del Travis di “Paris, Texas”, con medesimi protagonista e ambientazioni. Infatti “Lucky” è la summa di un uomo e anche di un artista, quasi una biografia profetica di Stanton che regge il film con una grazia commovente ed una intensa partecipazione emotiva.

John Carroll Lynch adotta una messa in scena piuttosto statica ma efficace. Si affida esclusivamente al suo attore protagonista, seguendone i movimenti, le sue pause e i suoi silenzi. Una sorta di one man show in cui Stanton offre un’ultima intima confessione di sé stesso, esponendosi fisicamente ed emotivamente, mettendo a nudo la fragilità del suo corpo e quella del suo spirito.
Un percorso esistenziale sulla vecchiaia e la morte che Lucky/Stanton decide di concludere con un sorriso rivolto alla macchina da presa, quasi come un gesto di congedo verso il pubblico e con la consapevolezza di essere prossimo all’ultima fermata.
Una ballata commovente, ma soprattutto il testamento di un attore che conclude la sua carriera con un vigoroso canto del cigno.

2 risposte a "Lucky, di John Carroll Lynch (2017)"

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