Cosa dirà la gente, di Iram Haq (2018)

di Laura Pozzi

Nisha è una vivace sedicenne di origine pakistana che vive in Norvegia insieme alla famiglia, trasferitasi nel Nord Europa in cerca di una vita migliore. La sua giovane irruenza, tipica di un’adolescente cresciuta in ambiente occidentale, deve costantemente fare i conti con una cultura madre a lei estranea e incomprensibile, dove a prevalere sono rigide regole comportamentali basate su onore e tradizione.

Quando la ragazza – la splendida e ammaliante Maria Mozhdah – costretta a vivere una doppia vita, verrà sorpresa da un padre ottuso e intransigente a flirtare con un coetaneo, la sua vita assumerà sempre più i contorni di un incubo, da cui le sembrerà impossibile uscire viva. Cosa dirà la gente, opera seconda della regista Iram Haq, è una dura e crudele parabola sulla complessa e difficile situazione vissuta da chi come Nisha è figlia di due mondi distanti e inconciliabili in perenne rotta di collisione.

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Il teso e vibrante incipit, in cui la ragazza nel cuore della notte corre a perdifiato verso casa, prima che il padre durante il controllo di routine scopra la sua fuga notturna, introduce lo spettatore all’interno di un nucleo familiare apparentemente coeso, ma avvolto da una sottile inquietudine che non tarderà a sfociare in un vortice opprimente e angoscioso. Alla base degli insanabili dissidi che caratterizzano il rapporto di Nisha con in genitori, non c’è tanto la differenza di cultura, quanto l’insalubre ossessione per il giudizio degli altri. La ragazza solo per aver assecondato un impulso naturale, ma poco conveniente e nocivo agli occhi altrui, verrà letteralmente rapita da chi dovrebbe comprenderla e proteggere, e in nome di un’assurda conversione verrà spedita nella lontana Islamabad in cerca di redenzione.

Ma anche lì le cose non andranno come previsto, perché alla fine la vita, per quanto contorta e macchinosa, ha la meglio su un controllo sociale figlio in gran parte più di assurdi dogmi che di reali convinzioni, come dimostra l’intenso e gelido finale dove tutto può diventare incredibilmente possibile. Non siamo in presenza di un happy ending, perché come afferma la regista: “questo non potrà mai avere luogo fino a quando permarrà un’enorme distanza tra due culture.” Iram Haq è un’artista poliedrica (oltre che regista è anche attrice e sceneggiatrice) indubbiamente interessante, come aveva ampiamente dimostrato in I Am Yours suo film d’esordio già acclamato al Festival di Toronto 2013 e poi diventato candidato ufficiale agli Oscar per la Norvegia. Nel raccontare una storia in parte autobiografica c’è il forte desiderio di comprendere il più a fondo possibile il dilemma nel quale si trovano genitori e figli provenienti da due mondi diversi.

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La regista, particolarmente affine ad una vicenda vissuta in prima persona, ha diligentemente atteso che i tempi fossero maturi per dar vita ad una narrazione il più equilibrata possibile, evitando di parteggiare troppo semplicisticamente per la sua giovane protagonista e rispettando le ragioni (seppur discutibili) di entrambe le parti. La regia solida, ma avvolgente non perde mai di vista l’irrequieta, Nisha che tra turbamenti e apparenti rinascite, trasmette un disagio esistenziale emotivamente inaccettabile. L’istinto e la naturale ribellione che caratterizzano le sue azioni e la portano a non assoggettarsi ai desideri altrui, rappresentano una forma di libertà spesso negata a ragazze provenienti da ambienti multi-culturali. Nisha non rinnega le sue origini e infatti il soggiorno forzato nella luminosa ma fatiscente capitale pakistana le aprirà le porte ad un mondo nuovo, disagevole, ma fondamentale nel ricomporre parte della propria identità. La Haq dirige con mano sicura, padroneggiando il mezzo cinematografico con straordinaria abilità, supportata da una fotografia capace d’illustrare con repentini cambi di luce le profonde differenze tra i due Paesi.

E’ quasi impossibile non restare abbagliati dalla calda atmosfera di Islamabad, una città che tra degrado e arretratezza riesce comunque a splendere di luce propria, come non si può restare indifferenti alla grigia ed ermetica Norvegia, paese economicamente evoluto, ma almeno sulle prime difficilmente accessibile. La fortuna di poter disporre di un gruppo di attori diversi tra loro in termini di età, esperienza professionale e background culturale ha permesso alla regista la realizzazione di un fecondo e intenso processo creativo, dove ogni singolo elemento ha contribuito alla riuscita di un film inevitabilmente destabilizzante, ma assolutamente necessario.

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