Mai Raramente A volte Sempre, di Eliza Hittman (2020)

di Antonio Sofia

Ho voluto ragionare a lungo sull’opera che Eliza Hittman nel 2020 ha portato nelle sale, purtroppo uscita in piena pandemia. Ho intanto recuperato anche i suoi film precedenti, Beach rats (2017) e It felt like love (2013).
Il 25 Novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e non potevo più rimandare.
Allora leviamoci subito il dente: io questo film lo amo proprio.
Mi sono innamorato del gusto con cui la regista l’ha costruito, diretto, composto; della scrittura, minuziosa e asciutta; del suo ritmo indie pop direi, quasi scandito in strofe e ritornelli, così che il film possa restare impresso, indimenticabile. Mi sono innamorato di un’attitudine che potrei definire sovversiva, riversata, senza alcuna riduzione, nella quiete di un racconto tenue, discreto ma coraggioso. Mi sono innamorato per i quattro minuti devastanti che sono al cuore del film, una di quelle sequenze miracolose che diventano Storia del cinema e storia di chiunque li guardi.
Oh. Respiro adesso. Con questa premessa abbiamo sgombrato il campo con chiarezza: non c’è pretesa di oggettività in questa recensione, ma l’amore per un’opera che credo possa rivelarsi necessaria per altri come è stato per me.
Questo è Mai Raramente A volte Sempre.

Siamo a Ellensboro, Pennsylvania. Autumn ha 17 anni e si esibisce chitarra e voce davanti ai compagni di scuola. Dal pubblico, un ragazzo al centro dell’inquadratura la insulta (“Troia!”). Lei si ferma qualche secondo: tutto resta immobile, sospeso, finché non riprende a cantare (Sidney Flanigan che la interpreta è anche una orgogliosa cantautrice).
La ritroviamo a cena in una tavola calda piuttosto dimessa, ha ancora la brillantina sugli occhi: ci sono la cugina Skylar, le due sorelle più piccine, la mamma e il suo compagno. Non mangia, spiega di non sentirsi bene. Il ragazzo che l’ha insultata è a un tavolo poco distante e le mima un rapporto orale. Il compagno della madre le rinfaccia di essere sempre di cattivo umore, Autumn va via stizzita. A casa si guarda la pancia davanti allo specchio, passa la notte insonne. Durante la colazione, al mattino dopo, conferma il suo malessere e l’uomo commenta: “È nella sua testa, dovrebbe farsi controllare la testa”.
Non posso andare avanti così a raccontare tutto il film, sequenza per sequenza ma è ciò che andrebbe fatto.

Autumn salta scuola e va al consultorio; nella sala d’attesa una parete decorata con giochi e illustrazioni per bambini. Scopre di essere incinta, le dicono, di 10 settimane.
Iniziamo a comprendere di essere entrati nel suo labirinto, uno spazio politico – dal lavoro alla famiglia – in cui il Minotauro attenta alla soggettività femminile. Il volto bestiale è quello del suo manager che le sbava sulle mani quando gli consegna l’incasso; è quello della dottoressa che le fa ascoltare il battito del feto e le mostra un video (dal titolo “Hard truth”) per dissuaderla dall’interruzione di gravidanza; è quello della burocrazia che a New York la costringe a ripetere l’ecografia, ma utile a scoprire che la gestazione è più avanzata, alla diciottesima settimana; è quello dell’uomo che si tocca in metropolitana mentre la fissa.

La rappresentazione degli eventi scorre minimale e asciutta, si estende allo spazio fisico dei trasporti, alle interlocuzioni con gli sportelli per pratiche o biglietti, alterna i campi medi, in cui Autumn e sua cugina Skylar trascinano a fatica una grossa valigia, e i primissimi piani meravigliosi nella pasta digitale, che ne colgono i timori, la stanchezza, lo spaesamento, la rabbia. Tantissimi i dettagli, i simboli, i cenni diluiti in un’azione sempre fluida e delicata, a cui si assiste con approssimazioni e distacchi, quanto occorre per poter sentire e per poter riflettere, per essere testimoni partecipi ma non esser trascinati nel patetismo o nell’emotività di una denuncia parziale, fittizia.

Lo scarto che fa la Hittman è radicale. Spesso nella cinematografia statunitense la denuncia si circoscrive all’assenza di risorse, alle immoralità, alle ingiustizie che patisce l’individuo, e la soluzione è ripristinare un equilibrio in cui l’individuo può realizzare le proprie potenzialità senza porre in discussione il sistema della competizione totale, la sua solitudine ideologica. Nel suo film, la Hittman propone un vettore diverso: Autumn non smette di cercare l’uscita dal suo labirinto perché la sua mano trova la mano di un’altra donna che la comprende a fondo, che sa interpretare in modo autentico la sua resistenza, e a sua volta offre la sua mano alla mano di sua cugina Skylar, costretta dalle circostanze a uno scambio di baci non desiderati.

Davanti a plastiche connessioni di corpi alleati, le parole sembrano cose ed è una rivendicazione potente questa, è la lente attraverso cui guardare il dilemma e la tragedia, senza attribuirgli il potere della definizione, dell’oggettivazione. Forse il linguaggio, nella società degli uomini, non può davvero più essere esonerato da una ribellione epocale. E non è soltanto un problema di vocali o desinenze: si può arrivare a percepire con crudezza l’assalto del linguaggio che interrompe il canto e che vorrebbe imporre, feroce, una funzione alla vita; almeno quanto è carente, relativo, inutile nel rappresentare efficacemente l’abuso.
Al cuore del film, si diceva, ci sono quattro minuti, per me devastanti. Preferisco non entrare nel merito. Ho detto molto, non posso rivelare tutto. Il titolo del film viene da lì, vi accorgerete di esserci quando ci sarete.

Salto in avanti, oltre l’intervento, oltre la notte trascorsa in stazione, oltre il rumore prodotto dalle scale mobili, eco fastidiosa di un altro suono subìto, sorprendentemente simile.
Bisogna tornare a casa. 
Autumn e Skylar siedono a mangiare dolci a un tavolino prima di ripartire.
Skylar chiede com’è stata l’operazione.
Autumn risponde: It’s a kind of whatever nella versione originale, “una specie di qualsiasi cosa”, quasi un “niente di che”, si potrebbe tradurre.
Poi Skylar chiede se fossero stati gentili e Autumn risponde: Nice enough, “abbastanza gentili”.
Il dialogo è spiazzante, magistrale. Ci riporta all’esterno della peripezia, ci riduce all’impossibilità di guardare dentro il dramma secondo binari precostituiti, mentre le due adolescenti sullo schermo si dividono un dolce gustoso alla crema.
“Delizioso, fa male alla salute, probabilmente”, dice Skylar.
“Fa bene all’anima”, chiosa Autumn, “è tutto quel grasso, sai?”.
Si sorridono. E queste sono le ultime parole tra loro.
Eliza Hittman le segue ancora, ci sono ancora scale, ancora la valigia da trascinare. Prendono posto sul bus, Autumn finalmente chiude gli occhi, non l’hai mai fatto dall’inizio del film, e si addormenta. 
È l’inizio del viaggio che le riporterà a Ellensboro, Pennsylvania. Non sappiamo cosa le aspetta, cosa sia accaduto o se sia accaduto qualcosa, ma possiamo unirci a loro nel desiderio e nell’azione: prestare attenzione ai gesti, curare le parole malate, accettare che non tutto si può capire, ma pretendere che tutto, tutto debba cambiare.

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