L’uomo in più, di Paolo Sorrentino (2001)

di Laura Pozzi

Antonio Pisapia (lo splendido e crepuscolare Andrea Renzi), Tony Pisapia, Toni Servillo e nauralmente Paolo Sorrentino. E’ il 2001 quando al Lido di Venezia il regista napoletano sbarca alla mostra in compagnia dei due sfortunati omonimi per presentare nella sezione Cinema del Presente il suo film d’esordio. Bastano un paio di visioni per travolgere pubblico e critica alimentando un entusiasmo assente da anni nel nostro panorama cinematografico. Il film monopolizza l’attenzione di tutti i presenti, oscura titoli attesissimi e il nome dello sconosciuto Toni Servillo -parafrasando De Andrè- “vola veloce di bocca in bocca”. Sorrentino diviene il vincitore morale di quell’edizione, il nuovo paladino su cui puntare i riflettori per la rinascita del nostro cinema, come dimostrerà da lì a breve la storia futura. Il film basato sull’ascesa e caduta di due personaggi  vagamente ispirati a Franco Califano (ma qui Sorrentino non conferma e lo stesso Califfo dribblerà con determinazione la somiglianza) e Agostino Di Bartolomei, il calciatore “romantico” morto suicida nel 1994, si snoda simbolicamente su due citazioni iniziali “Che posso dire? che è meglio aver amato e perso, piuttosto che mettere linoleum nei vostri salotti?” e “Il pareggio non esiste”, pronunciata dal grande Pelè.

Siamo nei primi anni ’80 e all’interno dello stadio San Paolo di Napoli si sta disputando una partita chiave per la squadra di casa. Durante l’intervallo un vulcanico e triviale allenatore (il grandissimo Italo Celoro) non contento dell’andamento della gara, apostrofa senza mezzi termini  la sua “rosa”, fino a quando lo stopper Antonio Pisapia osa contraddirlo suggerendogli una tattica rischiosa, ma vincente. Il suggerimento, preso come un affronto cadrà nel vuoto, ma Pisapia rientrando in campo sarà autore di uno spettacolare goal su rovesciata che lo renderà protagonista di un’autentica ovazione. Applausi scroscianti anche per il notturno e sregolato Tony Pisapia, cantante neomelodico (figura molto in voga in quegli anni), impenitente cocainomane e incallito donnaiolo. Ma quel trionfo effimero è destinato a durare poco per entrambi. Dopo aver rifiutato i soldi facili del calcio scommesse, Antonio verrà “fatto fuori” durante un allenamento con un fallo che lo costringerà prematuramente ad appendere gli scarpini al chiodo e a tentare inutilmente la carriera di allenatore, mentre Tony trovato a letto con una minorenne, verrà arrestato, processato e infine scagionato, ma la lunga assenza dai palchi stroncherà irrimediabilmente la sua carriera. Tra le false promesse del suo manager e un’ umiliante ripartenza in una piazza di paese deciderà di abbandonare definitivamente il mondo della musica per buttarsi con entusiasmo, ma senza successo in quello della ristorazione. Anche per Antonio una carriera più volte ostacolata e rimandata a tempo indeterminato perché secondo il suo ex presidente” il calcio è un gioco e lui è un uomo fondamentalmente triste“. Parole dure come macigni, una condanna a morte verbale impossibile da sostenere per chi ha nella testa la rivoluzione (calcistica), ma non possiede gli abiti adatti per vestirla. Una logorante discesa all’inferno fugacemente illuminata dal loro unico incontro all’interno di un mercato . Uno sguardo veloce, disperato, eterno per un destino che ha deciso finalmente di scoprire le carte. Ma forse è troppo tardi.

Prima di avvolgerci nella spettrale solitudine esistenziale dei due protagonisti Sorrentino immerge la storia nella profondità del mare. Una sequenza d’apertura livida, onirica, visivamente oscura, ma musicalmente dirompente dove s’intravede una figura indefinita che non verrà mai mostrata all’interno della storia, ma solo dolorosamente e momentaneamente evocata da Tony, mentre osserva disilluso le sue creazioni culinarie. L’uomo dell’incipit è suo fratello, morto per la cattura di un polipo durante un’immersione. Un uomo invisibile trasfigurato nella visione impossibile di quell’uomo in più, pedina fondamentale non solo tatticamente, ma metaforicamente. Sorrentino lavora di fino sui tempi morti della vita, s’insinua e penetra sinuosamente con la macchina da presa nelle brucianti ferite del fallimento, della solitudine, della muta disperazione che ti inchioda alla sedia con lo sguardo perso nel vuoto. O ti stende su un divano, cullandoti tra le struggenti note del passato (splendide le canzoni scritte da Peppe Servillo e Sorrentino e cantate da Toni) in compagnia di una striscia di coca, rimasta tua unica e fedele alleata. Un gioco di parallelismi che Sorrentino conduce con estro, lucidità e audacia. Siamo molto distanti dall’universo ovattato de Le conseguenze dell’amore, la Napoli mostrata non ha nulla di folkloristico, di eccessivo, di riconoscibile. L’oblio che mortifica e svilisce i due protagonisti non ammette intrusioni, distrazioni, famigliarità, ma solo amare constatazioni. Per Tony la vita è ‘na strunzata, per Antonio una logorante routine dove non succede mai niente. Per Tony c’è la consapevolezza di una vita vissuta al massimo incorniciata da un dissacrante e indimenticabile amarcord sbattuto in faccia a milioni di annoiati telespettatori, per Antonio solo il monotono e incessante rullaggio degli aerei interrotto da un colpo di pistola. Ma ad unire i loro destini non c’è solo il momento della resa, ma anche quello della gloria. Per Antonio gli applausi sono un ricordo lontano, quasi impercettibile, per Tony (un Toni Servillo al massimo) al contrario una nuova possibilità di futuro, un modo nuovo per riprendersi la scena. Anche dietro le sbarre di una prigione.  

L’uomo in più ci offre, tra le altre cose l’occasione per ricordare Diego Armando Maradona, scomparso ieri all’età di 60 anni. Durante il discorso tenuto in occasione del premio Oscar per La grande bellezza, Sorrentino cito’ tra sue fonti d’ispirazione, oltre a Federico Fellini e Martin Scorsese il Pibe de Oro. Un attestato di stima e gratitudine, confermato dal suo prossimo film “E’ stata la mano di Dio” finito di girare in questi giorni.

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