La vita è meravigliosa, di Frank Capra (1946)

di Marzia Procopio

Non c’è Natale in cui non vada in onda La vita è meravigliosa, il film di Frank Capra che racconta la storia di George Bailey che, perso il padre, rinuncia agli studi universitari e ai suoi progetti di vita per mandare avanti la ditta di costruzioni di famiglia, nata per offrire case a buon mercato a persone in difficoltà. Abituato a rinunciare pur di aiutare gli altri (da piccolo per salvare il fratello da uno stagno gelato ha preso un’otite che lo ha lasciato sordo), divenuto il bravo imprenditore che ci si aspettava, George invecchia, si sposa, fa tre figli. La notte di Natale, esposto al pericolo di un fallimento a causa dello smarrimento, da parte di suo zio George, di ottomila dollari della società (all’epoca una somma enorme), mentre tutti nella cittadina di Bedford Falls festeggiano, va al fiume per suicidarsi, ma ecco che gli appare un angelo custode che per dissuaderlo dal suo proposito gli mostra cosa sarebbe successo se lui non fosse venuto al mondo: la città sarebbe in mano al vecchio finanziere senza scrupoli Potter, i meno abbienti non avrebbero le case, sua moglie sarebbe sola e sua madre ridotta a gestire una misera pensione; e infine suo fratello, che lui aveva salvato, non avrebbe potuto a sua volta salvare duemila uomini durante un’azione militare. George capisce così che alla fine, pur con tutti i rovesci, la vita è davvero meravigliosa e torna ad affrontare con rinnovata serenità i suoi doveri. Nel frattempo i concittadini hanno raccolto ottomila dollari per ringraziarlo di tutte le volte che li ha aiutati. Il finale è un tripudio di abbracci, canti collettivi di fronte all’albero addobbato e gesti di generosità, così che il film – che aveva tutti i crismi per essere un classico del Natale, senza dubbio – rischia di essere ridotto esclusivamente a un film sui buoni sentimenti; ingiustamente, perché è solo in parte un inno alla famiglia e ai buoni sentimenti e il canto della possibilità di sopravvivere ai rovesci di fortuna grazie all’affetto e alla comprensione degli altri.

Quando Capra gira La vita è meravigliosa, la Seconda Guerra Mondiale è finita da un anno e mezzo, ma la sua eco trova comunque spazio all’interno della narrazione sia attraverso nel gesto individuale del fratello minore Henry sia nell’azione collettiva di chi, rimasto a casa, si prodiga per gli USA. Roosevelt, il presidente tanto amato dal regista, è morto e si intuisce che con lui il progetto del New Deal è sfumato, dal momento che il nemico nazista è stato sconfitto e l’economia ha ripreso a crescere. Siamo in piena ripresa del capitalismo, ma George Bailey, che pure ha ereditato dal padre la “Prestiti e mutui” – ecco il nodo della poetica di Capra e il motivo delle accuse di antipatriottismo più o meno esplicite arrivate a Capra – non fa pressione, né specula, sulle persone in difficoltà con i pagamenti, come fa invece il villain Potter; e se è senz’altro eccessivo intravedere, nell’agire di Bailey, minuscoli semi di proto-socialismo (oltre al Dickens di Canto di Natale e non solo, sembra di poter riconoscere Mark Twain, scrittore con simpatie socialiste e anarchiche, il cui Tom Sawyer George trova nella cesta dei doni dei concittadini, alla fine del film, con la dedica di Clarence che lo ringrazia per le ali e gli ricorda che se un uomo ha degli amici non è mai un fallito), sono tuttavia innegabili elementi del progressismo liberale e del cristianesimo, naturalmente riletti dallo sguardo da sognatore mai domo del regista. Capra sa che donne e uomini radicalmente bravi non esistono, così fa entrare in scena, a tingere il racconto di colori fantasy, l’angelo sui generis Clarence, anche lui un’anima semplice e un ingegno incapace di ragionamenti troppo complessi. Non a caso, la pellicola in Europa piacque soprattutto ad Ėjzenštejn, che del film condivideva l’assunto secondo cui la vita reale, la società, potessero essere raccontate dal cinema, soprattutto a Hollywood, solo se avvolte in un’aura fantastica: ecco quindi Bedford Falls come un quadro di Norman Rockwell, ecco il perfido Potter tratteggiato come un cattivo dickensiano.

La vita è meravigliosa, lamentava il regista nella sua autobiografia, ricevette un’accoglienza fredda, tacciato da destra di antipatriottismo perché accusava il capitalismo, e critiche non unanimemente positive, nonostante le cinque candidature ai premi Oscar e la vittoria del Golden Globe; il TIME lo candidò agli Oscar per il titolo di Miglior film dell’anno 1946 insieme a I migliori anni della nostra vita di William Wyler, che poi vinse. Più che negative, erano critiche che mettevano in luce i toni sentimentali di un film tutto pervaso di sentimenti troppo buoni, che gli valsero il paragone con Charles Dickens per lo sguardo amorevole sull’umanità (fu definito, non si sa se con una punta di sarcasmo, una delle opere sentimentali più valide dai tempi di A Christmas Carol) e gli elogi alla regia, capace di trasformare una potenziale omelia in un avvincente e splendido spettacolo per tutti i tipi di pubblico. Non ebbe comunque il successo economico atteso e meritato, e anzi fu solo per una singolare sfortuna che divenne il film di Natale per eccellenza: per un errore non fu rinnovato il copyright e il film poté passare al pubblico dominio diventando così, tra gli anni Settanta e Ottanta, quel classico di Natale che conosciamo. E va bene che sia così, purché non si tralasci il fatto che è un’opera che per ritmo, qualità della messa in scena e interpretazioni non può essere considerata ‘di genere’: James Stewart in un ruolo perfetto per lui, un cast di comprimari di tutto rispetto, fra cui spiccano Donna Reed e Lionel Barrymore, una fotografia in un suggestivo bianco e nero (di Joseph Walker) che qualche audace pensò di colorizzare nelle versioni del film trasmesse durante gli anni Ottanta provocando l’ira del regista, e infine il montaggio di William Hornbeck, che costruisce un movimento avanti e indietro nel tempo che farà scuola nel corso degli anni. Qualità che stanno accanto, e non devono essere liquidate solo perché il film veicola un messaggio sentimentale: come molte commedie di Capra, caratterizzate da toni spesso ai limiti dell’utopia e del sogno, sempre consolatori ma mai banali, It’s a wonderful life è capace di divertire e allo stesso tempo commuovere, come del resto ci si aspetta da un autore divenuto, da emigrante di origine siciliana, uno dei più premiati e ammirati registi americani fra gli anni Trenta e i Quaranta, e quell’esempio perfetto di self made man che John Ford definì “un’ispirazione” per tutti quelli che credevano nel mito del Sogno Americano. Poco più che trentenne, in quel decennio creò, con film memorabili come La donna di platino, Accadde una notte o Arsenico e vecchi merletti, La vita è meravigliosa, immagini e personaggi che contribuirono a costruire la mitologia sociale dell’American way of life e un immaginario collettivo e popolare simile a quello di Walt Disney.

“Forse non esisteva veramente un’America, forse esisteva solo Frank Capra” (John Cassavetes)

2 risposte a "La vita è meravigliosa, di Frank Capra (1946)"

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