Caruso Pascoski (di padre polacco), di Francesco Nuti (1988)

di Laura Pozzi

Il 22 dicembre 1988 usciva nelle sale italiane Caruso Pascoski (di padre polacco), quarta regia di Francesco Nuti dopo le convincenti prove di Tutta colpa del Paradiso e Stregati interpretati in coppia con Ornella Muti. Il film, (come spesso accadrà al comico toscano) nonostante una critica spocchiosa e intransigente si rivelerà un campione d’incassi senza precedenti, spodestando dal trono l’intoccabile Sylvester Stallone con il suo Rambo III. Risultato ampiamente previsto e profetizzato dallo stesso Nuti nel trailer cult dove su musica dei Carmina Burana di Orff  sintetizzava così: “A me Rambo mi fa una sega”. Da tanta smisurata (e fin troppo contestata) sicurezza e viscerale megalomania si evince come il film rappresenti senza dubbio il punto più alto e luminoso di un artista colto in un momento di massimo splendore artistico e benessere privato nel quale il suo incontenibile talento può finalmente esplodere e circolare a briglia sciolta. Malgrado un destino ingrato e feroce, figlio di un’esistenza fragile e tormentata Nuti diverrà e resterà per sempre nonostante l’indifferenza con la quale i palinsesti televisivi e gli addetti ai lavori continuano a trattare la sua opera, un icona cinematografica imprescindibile di un periodo economicamente prodigioso dove gli incassi natalizi non erano solo una mera questione di numeri, ma il risultato di un intrattenimento basato su rispetto, intelligenza e qualità. Dopo Stregati, pellicola “tiepida” al box office e per questo particolarmente cara alla critica, Nuti vuole realizzare a tutti i costi un film divertente.

Insieme al fido Giovanni Veronesi e David Grieco parte per Los Angeles in cerca d’ispirazione. L’esilio a stelle e strisce disattende le aspettative, ma offre una solida base sulla quale innestare le fondamenta di una storia d’amore folle, surreale, travolgente, ma  attenzione, pericolosamente vicina alla realtà. L’idea iniziale ruota intorno ad un insospettabile film di Sidney Lumet Quel pomeriggio di un giorno da cani e se da una parte quel riferimento cinematografico si rivela puro espediente narrativo, dall’altra rappresenta l’input per la costruzione di una scena tra le più significative della sua filmografia. Caruso Pascoski figlio di una madre/padrona e di un padre polacco muto e ostaggio dell’Unità è un apprezzato psicanalista felicemente sposato con Giulia (Clarissa Burt) sua predestinata femme fatale fin dall’infanzia. Una mattina che sembra uguale a tutte le altre, inizia con un misterioso sortilegio in cima alle scale “A che ora torni?”A l’otto” per poi concludersi con la fine di un matrimonio “epocale”. Giulia scompare misteriosamente, non fornisce spiegazioni e ricompare in tribunale un mese dopo con la richiesta di divorzio. Una richiesta senza motivo apparente, se non quello di un amore giunto al capolinea anche per un’intensa e ormai insostenibile attività sessuale (fino a otto volte al giorno). In realtà il profondo blu dei suoi occhi nasconde  la presenza di un terzo incomodo, Edoardo (Ricky Tognazzi, già antagonista di Nuti in Son contento), giovane problematico e paziente in cura da Caruso per presunta e poi confermata diagnosi di omosessualità. Le certezze di Caruso iniziano a vacillare e dopo un anno buttato alle ortiche tra sbronze moleste, ripetuti arresti e storie d’amore improbabili decide di firmare le carte, ma a quel punto Giulia ci ripensa dichiarandogli nuovamente il suo amore. Da coppia modello si trasformano in amanti clandestini consumando la “nuova storia” all’interno dei bagni di un cinema dove s’incontrano ogni pomeriggio alle tre. Tuttavia Giulia è una mina vagante ancora inesplosa e nonostante la separazione da Edoardo e il ritorno a casa con tanto di prole, il sinistro sortilegio continuerà a riproporsi.

Al tempo delle riprese Nuti e la Burt erano una coppia anche nella vita. Per lei bellissima modella statunitense, sconosciuta e completamente a digiuno di cinema la liaison divenne occasione ideale per il debutto sul grande schermo. Gianfranco Piccioli, produttore del film storse un po’ il naso per quella scelta azzardata che Nuti riuscì ad imporre con eloquente silenzio. Il risultato gli darà ragione, la Burt dietro la sua sfumata e giunonica bellezza veste alla perfezione l’inquietudine e la confusione di una donna moderna, cinta da quella gonna tanto cara al suo autore, con la quale gioca a sottomettersi, pur restando padrona del gioco. Una laconica dark lady, capace con i suoi pericolosi bluff, con il continuo rimescolare le carte, con continui tira e molla di trasformare Caruso in un potenziale omicida. Un bacio e una pistola, tutto sembra ruotare intorno a questi due elementi che solleticano di continuo la vicenda. Ma se il primo consente a Nuti di costruire esilaranti duetti come quello insieme al “grande vecchio” Novello Novelli, brigadiere venato di surreale sadismo che gongola dei ripetuti arresti, il secondo assume le sembianze non solo metaforiche di un ideale alter ego. Nella delirante scena all’interno del supermercato Caruso si aggira con la pistola puntata alla ricerca dell’ amante perduta. Una volta “intercettata” le urla tutta la sua disperazione, le rinfaccia le inaccettabili motivazioni e rivendica il sacrosanto diritto di vivere con sofferenza la parte finale di una storia d’amore così importante, quella dove la consapevolezza di essere lasciati si materializza nella definitiva seppur inaccettabile certezza. Perchè la parte finale di un amore non può essere liquidata senza un perché, ma va vissuta e sofferta con la stessa intensità di un inizio idilliaco.

Una sequenza grottesca, comica, apparentemente innocua dove Nuti condensa magistralmente amore, dramma e crimine dimostrando come il suo tanto più volte blasonato narcisismo, non sia altro che la visione struggente e poetica di un’artista pienamente cosciente delle sue potenzialità e dell’amore incondizionato del pubblico. Nei panni di Caruso, Nuti non si risparmia, urla, scalpita, spara, canta (splendida la sua Giulia) psicanalizza, si traveste da donna e  si concede forse (e questo resta un magnifico dubbio) un’avventura omosessuale nella più totale libertà. E il pubblico non può che tifare per lui (a differenza della critica), esaltarsi per i suoi paradossali monologhi allo specchio per quella cattiveria (schiaffi e botte a donne ingombranti e ragazzini molesti) dai contorni fantozziani o per l’orientamento politico di un insaccato (la mortadella è comunista, il prosciutto cotto fascista). Nuti è un fiume in piena, rompe gli argini del perbenismo, dissacra mode e costumi, tratteggia il genere umano con sferzante e caustica (dis)umanità centrando un traguardo oggi impensabile nel nostro cinema: quello di far ridere. In questo film dai tempi comici perfetti, (complici spalle d’eccezione oltre il già citato Novello Novelli sono da menzionare Antonio Petrocelli nei panni dell’avvocato buono e Carlo Monni in quello dell’uomo che russa) e dalla struttura narrativa dinamica e irriverente, il bischero Francesco osa mettere in scena tutto quello che pensiamo, ma non osiamo proferire. Un cinema e un autore venuti da un altro pianeta, appartenenti ad un’epoca che forse abbiamo solo sognato. E dalla quale ci siamo tristemente e colpevolmente risvegliati.

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