Signorina Effe, di Wilma Labate (2007)

di Simone Lorenzati

Signorina Effe è un film del 2007 della regista Wilma Labate. La storia si sviluppa su due binari paralleli: siamo in quella Torino operaia che prova a dare i suoi ultimi colpi di coda, ed è esattamente in questo contesto che le vicende dell’autunno del 1980 mescolano realtà e finzione.

Emma (Valeria Solarino), figlia di operai meridionali trasferitisi a Torino negli anni sessanta, lavora in Fiat (ecco, anche, il perché del titolo e chi sia la famosa Signorina Effe) in ambito informatico. Prossima alla laurea in matematica e al matrimonio con Silvio (Fabrizio Gifuni) – ingegnere e dirigente nella grande fabbrica torinese – incrocerà, casualmente, Sergio (Filippo Timi), operaio in linea, che minerà tutte le sue certezze, siano queste personali oppure ideologiche.

Assistiamo, in effetti, ad un’intensa storia d’amore tra i due, mentre gli operai della Fiat affrontano i trentacinque giorni di sciopero per protestare contro i licenziamenti e la cassa integrazione a zero ore che la fabbrica degli Agnelli ha riservato a quindicimila di loro.

L’intera pellicola, che mostra non pochi filmati originali dell’epoca (si riconoscono, tra gli altri, Enrico Berlinguer fuori dai cancelli di Mirafiori portare la solidarietà del Pci alla protesta operaia, nonché i giovani Piero Fassino e Giuliano Ferrara marciare, a fianco dei lavoratori, sotto le insegne della falce e martello torinese), è un misto tra amore e paura, tra speranza e delusione, tra sogni ed incubi.

L’amore tormentato o la strada sicura, il cuore o la certezza economica, sono dubbi che travalicano la storia d’amore tra Emma e Sergio e paiono costruiti appositamente per fare da sfondo alla lotta operaia. Sergio, infatti, sindacalista Fiomimpegnato nell’organizzare i picchetti degli scioperi, pone in primo piano nella sua vita l’orgoglio e la lotta – sindacale ma dura, esattamente come dura sarà la sua reazione quando saprà di una certa qual simpatia per le Brigate Rosse da parte di un ristoratore torinese – mentre, a tutto il resto, dedica minore importanza. Duro ed ombroso il giusto, nasconde una sensibilità interiore che fatica ad esprimere. Silvio, invece, è un dirigente Fiat che, tuttavia, non nasconde il suo disappunto quando, in una riunione dei vertici aziendali, pare che gli operai in sciopero siano unicamente numero cui mettere un punto.

Da contorno, poi, il feeling tra Magda (una bravissima Sabrina Impacciatore, che meriterebbe più spazio), sorella di Emma e Antonio (Fausto Paradivino), coinquilino di Sergio unitamente a quei trentacinque giorni di lotta, una sorta di canto del cigno di una classe operaia che – proprio nell’autunno del 1980 – mise fine a dodici anni di conquiste sociali e diritti. E’ al termine di quel mese abbondante di lotta, infatti, che si svolse la famosa marcia dei quarantamila, che fece, di fatto, scemare il lunghissimo sciopero.

Un salto indietro nel tempo di diversi lustri quando la solidarietà di classe aveva ancora un senso, prima della china verso lo smantellamento di quei contratti conquistati in anni di lotte, le strade di Torino deserte la domenica pomeriggio con, da sottofondo, le voci di Tutto il calcio minuto per minuto. Un mondo che si voleva cambiare, o quantomeno mantenere com’era, mentre la società andava in tutt’altra direzione. A ben vedere esattamente cosa succede a Emma, che è stretta tra l’emancipazione economica e l’attrazione, fisica e intellettiva, verso Sergio. E poi, inappuntabile, la realtà che arriva inesorabile per tutti quanti. Le strade, che talvolta si intersecano, a volte poi cambiano direzione. Altre volte, invece, non lo fanno. Ma si ricorderanno sempre, come mostra, lapalissianamente, un finale che ritorna al presente.

Il film risente, indubbiamente, del punto di vista della regista – diciamo non particolarmente simpatizzante verso la fabbrica automobilistica torinese – e si regge sulla bravura degli attori, così come su di uno sfondo storico impossibile da dimenticare. I dialoghi a volte sono davvero troppo scontati, mentre non pochi spunti avrebbero potuto essere approfonditi con maggior piglio.

Nell’insieme l’opera invita a riflettere su quanto la vita quotidiana si intersechi spesso, verrebbe da dire spessissimo, con il contesto storico in cui quest’ultima si sviluppa. E su quanto il coraggio che utilizziamo in certe circostanze venga, invece, meno in vicende sentimentali. 

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