Sin City (2005), di Frank Miller, Robert Rodriguez – Quentin Tarantino (special guest director)

di Carla Nanni

Un fumetto di genere hard boiled racconta storie particolari, di ultimi che calpestano la sporcizia nei vicoli bui delle città e si vantano di essere se stessi, unici a pagare con sangue e violenza la loro esistenza e sono abituati al fetore della fogna e agli intrighi loschi. Tra tutti, Frank Miller si fa maestro di questo genere, regalando al mondo SinCity, una serie di storie raccolte in un’antologia di sette volumi, uscita negli anni 90. Miller disegna personaggi netti, rendendo il loro carattere con tratti definiti e contrastanti di bianco e di nero, lasciando al colore solo le note e i risvolti più significativi, ma sempre senza sfumature. D’altronde in questa tipologia di racconti non c’è spazio per le sfumature.

Un prologo necessario per parlare di SinCity, perché di “cinecomics” se ne sono fatti a iosa, ma la trasposizione cinematografica di questo fumetto rimane un’opera a sé stante, diversa per lo stile, i contenuti, la fotografia e gli effetti visivi, curata dallo stesso Frank Miller come co-regista e finalmente un prodotto che soddisfa l’autore, come non è stato per Daredevil o 300.

Benché il film sia indissolubilmente legato alle strisce di Miller, lasciando da parte la carta stampata e i disegni, quel che è giusto sapere, alla fine, è che SinCity film non si differenzia affatto da Sin City fumetto: i personaggi, le luci e le atmosfere, semplicemente si animano, diventano vive e tutto, ad un certo punto, diviene reale.

A Basil City, chiamata più comunemente Sin City, tutto può accadere. In questo tempo e in questa città si intrecciano tre storie, anzi quattro, ma la prima che viene raccontata fa da prologo e da epilogo. C’è una donna sul bordo di un grattacielo, guarda di sotto la città come se guardasse la sua vita, il suo vestito è rosso come le sue labbra, eppure quel rosso è l’unica macchia di colore, che serve a far vedere la sua anima tormentata: un uomo arriva alle sue spalle, le parla, la rassicura. È lì per ucciderla e lei lo sa bene, lo abbraccia mentre accoglie in un sospiro la morte.

Hartigan è un poliziotto veterano, le cicatrici sul suo volto testimoniano quanto tiene al suo lavoro, a farlo bene. Hartigan è un poliziotto onesto. Ce ne sono pochi in questa città. È a caccia di un pedofilo che ha rapito una bambina, l’ennesima. Ehy, è un tizio che conosce bene, solo che è figlio di un pezzo grosso della città, allora sarà difficile fargliela pagare per tutto il male che ha fatto, ma Hartigan è un poliziotto onesto, di principio, ce la metterà tutta per salvare la piccola Nancy e far fuori quel bastardo.

Marv invece usa la violenza come biglietto da visita; d’altra parte ha tutto il necessario per poterlo fare: il fisico possente , la faccia da duro, la resistenza al dolore e la capacità di arrivare diritto al punto. Marv trova Goldie morta nel suo letto, qualcuno l’ha uccisa, ma sa già che incolperanno lui. Goldie è l’unica donna che lo abbia mai apprezzato e in virtù di questo si mette ad indagare, scoprendo chi c’è dietro all’omicidio di Goldie e di altre prostitute come lei. Non ha certo intenzione di consegnarlo alla polizia: in questa città si sa, i buoni non vincono mai e Goldie era buona, una brava ragazza, l’unica che aveva visto qualcosa in un “perdente come lui”.

Dwight ha cambiato volto e vorrebbe cambiare vita, ma Sin City è una realtà che non gli permette di voltare pagina. Si ritrova a fare i conti nella “Città Vecchia” con Jacky Boy e la Mala che vorrebbe controllare il territorio delle prostitute, anche se quelle si controllano benissimo da sole.

Il film ha un sapore metallico, complice l’uso azzeccato della computer grafica con cui è girata quasi tutta la pellicola: gli sfondi, le luci tagliate ad arte sopra i volti dei personaggi ricalcano il loro carattere; si tratta di eroi segnati, sconfitti dalla vita ma mai arresi, con le spalle basse ma gli occhi puntati verso il prossimo obbiettivo. Metallo è il sapore del sangue che schizza sulle pareti e sui volti, c’è un bianco abbacinante e l’uso sapiente delle silhouette che fa immergere in una dimensione visiva che va oltre il colore e raggiunge il fulcro dell’indignazione, dell’amaro in bocca, che emerge dall’animo di chi parteggia per i giusti.

Per un fumetto hard boiled ci vuole un film altrettanto hard, in quanto a violenza e sangue. Rodriguez ci mette certo del suo e in maniera piena. Il pupillo di Tarantino non risparmia sul pulp e ciò che si può solo leggere e immaginare nel fumetto si ritrova nell’azione cruda dei personaggi, nelle voci fuori campo che sono i pensieri cupi dei protagonisti, messe lì come delle didascalie dove apprendere il perché di tanto dolore e tanta violenza. Il colore gioca un ruolo fondamentale e non tanto per l’uso del Chroma Key, una tecnica già nota, ma per come Rodriguez è riuscito a rendere al meglio, con questa tecnica, la trasposizione del fumetto di Miller.

In “quel bastardo giallo” Hartigan insegue e uccide il pedofilo che è di colore giallo, un unica sagoma monocromatica che sì, racchiude come significato ogni nefandezza perpetrata, ma rappresenta anche l’amara vittoria del buono, la certezza che non ci sarà mai fine alla storia se lui stesso non morirà. Il giallo è l’amarezza di Hartigan che, trovato l’amore, lo lascia andare per permettere che sopravviva. In “un duro addio” si trova il rosso del letto, i vestiti di Goldie, il sangue che versa Marv per vendicarla e anche qui, la consapevolezza cupa che ci si può vendicare, si può trovare in qualche caso la pace personale, ma non si può trovare giustizia.

In Sin City dunque viene prima l’esperienza visiva, la storia che va guardata e vissuta dalla parte dei protagonisti, proprio come si farebbe sfogliando un fumetto. I dialoghi in effetti sono curati al minimo, proprio per mettere in evidenza l’essenziale che è affidato alle immagini. A questo proposito c’è da citare il personaggio dell’assassino in “un duro addio”, interpretato da Elijah Wood, che non proferisce verbo ma che mette veramente paura; insinua un brivido dietro la nuca, solo per il gioco di luci che è stato usato su di lui. Il resto è puro noir, sparatorie, nonsense, duri scontri e schizzi di sangue, in una città completamente ricostruita dall’animo del suo autore che, come dalle pagine stampate, trasuda l’odore di pulsioni cupe, violente, insidiose e tragicamente umane.

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