Mustang, di Deniz Gamze Ergüven (Turchia 2015)

di Nicole Cherubini

E’ un’assolata giornata d’estate. E’ l’ultimo giorno di scuola, e dopo aver salutato le insegnanti, un gruppo di ragazze e ragazzi si dirige verso il mare, per fare il bagno e scherzare insieme. Tra di loro ci sono 5 sorelle. Quando le ragazze tornano a casa dalla nonna, l’intero vicinato è stato informato del loro comportamento “immorale.” Da quel giorno saranno tutte chiuse in casa, istruite solo riguardo alla cucina e alle pulizie, per essere poi maritate, una ad una. Ma come i Mustang del titolo, le ragazze sono creature selvagge e indomite, insofferenti a qualsiasi briglia.

Nonostante la clausura forzata, riescono persino ad assistere ad una partita di calcio o ad incontrare spasimanti notturni. A ogni infrazione, però, vengono rafforzati i cancelli, recintati i confini del giardino, grate appaiono alle finestre… Quella della nonna diviene una vera e propria “casa delle bambole,” principale set di tutto il film, che la regista usa per dipanare i rapporti di forza tra i vari personaggi, nonché per chiarire il rapporto dominatore/dominato che intercorre tra i sessi. Infatti, all’inizio a fare da contralto all’energia e alla giovinezza delle ragazze, ci sono solo la nonna e le zie, pingui casalinghe ormai avvinte alla cucina e alla tv (probabilmente la versione adulta delle nipoti). Quando ritorna lo zio Erol, determinato a far rigare dritto le 5 sorelle, anche il precedente equilibrio si incrina: proprio lui, come prima cosa, spedisce le ragazze a fare una visita medica che ne attesti la verginità. La nonna spiega loro che si tratta di una condizione essenziale per poter essere sposate, svelando uno dei temi centrali del film: l’oggettivazione del corpo femminile. 

Guardando la pellicola, è chiaro come nonostante la castità imposta alla donna, lo sguardo maschile sia sempre e solo erotizzante; quasi fosse un territorio di conquista di cui fruire nell’ambito del matrimonio. La regista, invece, instaura uno sguardo complice e accogliente con le sue giovani protagoniste (Nur, Sonay, Ece, Selma e Lale), mettendone in risalto i lunghi capelli ed i corpi in fiore, aiutata da una fotografia che le avvolge in una luce calda e sognante. Sul piano visivo, infatti, il film stesso è una celebrazione della bellezza femminile; una bellezza che è tale perché libera: le ragazze sono in continuo movimento, ridono, scherzano, si azzuffano, fingono di tuffarsi in coperte colorate sognando il mar Nero… L’energia che esprimono è il motore del film; è l’elemento che riesce a bilanciare la crudezza dei temi trattati. La regista non immagina “Mustang” come un film politico, bensì come un’opera con profonde radici nel mito: da una parte lo zio Erol appare come il Minotauro del labirinto, dall’altra le ragazze sono come un’Idra a 5 teste; quasi come se le sorelle rappresentassero le diverse personalità femminili e il loro approccio alla vita.

I matrimoni combinati vengono accettati dalle ragazze quasi passivamente, quasi fosse un dazio da pagare per essere considerate “donne per bene” e integrate nella società. Con il matrimonio doppio di Sonay e Selma, la regista evidenzia due facce della stessa medaglia: raggiante la prima, per aver potuto sposare il suo innamorato, sconsolata la seconda, consapevole di dover passare la vita con un impassibile sconosciuto. Poche ore dopo, infatti, Selma verrà trascinata dai suoceri in uno studio medico, rea di non aver sanguinato dopo la consumazione del matrimonio. L’atmosfera nella “casa di bambola” si fa sempre più asfittica, in un crescendo drammatico: è evidente che lo zio abusa delle nipoti ed Ece, prossima al matrimonio, fa una scelta estrema. E’ a questo punto che Lale, la più piccola delle sorelle, ma anche la più combattiva, decide di non finire nella trappola degli adulti, ed inizia a pianificare la fuga. Lale è di fatto la vera protagonista del film, la voce narrante, la generazione più giovane e ribelle (è lei ad apostrofare la vicina spiona, gridandole:”Il fatto di portare degli abiti sformati color merda ti permette di fare il giudice della morale?!”). Di fatto è lei che esorta le sorelle ad andare alla partita di nascosto o che si fa insegnare a guidare dal camionista Yasin, una delle poche figure maschili positive nel film. Quando l’ultima sorella rimastale sta per aprire la porta all’ennesimo sposo è lei, con estrema freddezza, a telefonare a Yasin, per dirgli: ”Vieni a prenderci, questi ci ammazzano.” Poi è la fuga notturna, verso la libertà…

Al primo lungometraggio, Deniz Gamze Ergüven, parte da un aneddoto personale (il bagno con i ragazzi e il relativo scherno) per parlare della sua terra in un modo partecipe e distaccato insieme: la regista vive infatti tra Turchia e Francia, il film è una co-produzione turca, tedesca e francese, il compositore della colonna sonora è il violinista australiano Warren Ellis. Il film, che ha come tema fondante la l’emancipazione della donna, ha uno sguardo più ampio; riuscendo a inquadrare un paese, la Turchia, in bilico tra le tradizioni arcaiche e la modernità. E’ infatti evidente il divario tra aree rurali e città (quando Yasin chiede a Lale dove vorrebbe andare, lei risponde:”A istanbul, come tutti.”) e l’incolmabile differenza quanto a valori e stile di vita tra vecchie e nuove generazioni. Difficile non trovare incongruenze in un paese che ha concesso, negli anni ’30, il diritto di voto alle donne prima di molti altri stati europei, e ora s ritrova un presidente che considera “la parità di genere contro natura.”E se l’oscurantismo avanza, si può contrastare solo con la cultura: non a caso la figura salvifica è incarnata da una maestra. La regista risponde a questo stato di cose con un film equilibrato, drammatico ma mai turpe, che conduce le sue protagoniste, come i cavalli selvaggi del titolo, verso nuove mete e orizzonti.

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