Il monaco di Monza, di Sergio Corbucci (1963)

di Loredana Castellana

Il monaco di Monza è una commedia (una delle più esilaranti in assoluto) del 1963, diretta dal grande Sergio Corbucci e che vede protagonisti tre grandi attori: l’immenso Totò, che interpreta addirittura tre personaggi; Nino Taranto, suo storico amico, ed Erminio Macario.

Totò è dapprima Pasquale Cicciacalda, ciabattino che confeziona solo scarpe destre, rimasto vedovo di „Provvidenza“ (così si chiamava sua moglie), che di professione era levatrice, ma a giudicare dalla numerosa prole (sei coppie di gemelli) più di se stessa che per altri! Cicciacalda sommerso dai debiti e minacciato di essere bandito dal villaggio, incontra sull’uscio della sua umile dimora un frate cercatore (Mimmo Poli), letteralmente ricoperto di salami e vivande varie e viene ispirato dall’idea di fingersi frate egli stesso, nella speranza di poter „campare“ i suoi dodici figli, che ribattezzerà per l’occasione, di nome e di fatto, come i figli della Provvidenza.

Ma prima di arrivare a questo punto, possiamo fare due piccoli passi indietro e tornare alle prime „gags“ del film e cioè intanto alla scena del nobile con la erre moscia (Mario Castellani) a cui Cicciacalda ha fatto due scarpe destre. Quando il nobile gli fa notare, dopo vari e inutili tentativi di Cicciacalda di forzarlo a indossare una scarpa che non vuole entrare, che ha confezionato due scarpe destre, il ciabattino gli risponde: “Ah si? E da quando in qua facciamo due piedi e due misure? Deforme, invertito, che al posto del piede destro c ha il piede sinistro!”. E poi andiamo ancora alla scena del pignoramento, in cui Cicciacalda tenta di fare un calcolo maggiorato del valore delle sue suppellettili casalinghe, pretendendo addirittura di farsi addirittura rimborsare dall’ufficiale del balzello (Franco Ressel)!

Insomma Cicciacalda si rinominerà Fra’ Pasquale da Casoria (“un monaco vero, iscritto ai sindacati”, “sono pure sulla guida monaci”, “sono il santo monaco di Monza, sono un Mozambico!”) E si incamminerà coi figlioletti alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Per i boschi incontra il pastore Mamozio (Macario), pastore solo del proprio cane (che a sua volta scapperà via per paura di essere mangiato, visto che anche le dieci pecore erano già finite arrosto), pastore che Fra’ Pasquale nominerà mezzo monaco.

Il mezzo monaco rivela che nei dintorni potrebbero trovare ristoro in un castello dove però la „buona“ castellana, donna Fiorenza dei marchesi de’ Lattanzi (Lisa Gastoni), è prigioniera del perfido cognato, che vuole costringerla a sposarlo per appropriarsi dell’eredità di famiglia e coprire l’onta di una clandestina gravidanza di lei.

Questo è un film nel quale le battute si succedono in modo spontaneo e incessante, forse il più bello di Totò dal punto di vista proprio della comicità improvvisata.

Falsa parodia die Promessi Sposi che a parte il titolo e i „bravi“ – che in realtà sono cosi fessi da venir spesso schiaffeggiati, soprattutto i piu’ fedeli, Cecco (Giacomo Furia) e Smilzo, il bravo balbuziente (Fiorenzo Fiorentini) – non presenta alcuna attinenza col romanzo di Manzoni, esattamente come le musiche (di Armando Trovajoli) in perfetto stile anni 60 e che non hanno nulla a che vedere con l’ambientazione seicentesca, ma attribuiscono ad essa, paradossalmente, ancor più energia !

Accolti benevolmente dal malvagio marchese, Egidio de’ Lattanzis (Nino Taranto), che credendoli veri cappuccini tenta di „farsi sposare“, il film continua così con una serie interminabile di scene da lacrime (per le troppe risate ovviamente!), che si basano su malintesi verbali e doppi sensi. Nino Taranto, sublime attore dalla napoletanità teatrale, riesce in questa occasione ancor più del solito ad esprimere magistralmente la sua travolgente vis comica al fianco del grande Totò di cui fu sempre „spalla“ affidabile e devota: con la sua voce duttile e i ridicoli costumi di scena di questa ambientazione seicentesca, ci regala chicche di rara ilarità.

Scena memorabile è quella davanti al camino, sull’ equivoco borboni-barboncini (o’ can!) dove i due prima ridono a crepapelle, poi il frate via via esagerando con spintoni e confidenze varie, viene rimesso puntualmente sull’attenti dal marchese che gli ricorda di rispettare il suo alto rango! Per fare ammenda, Fra’ Pasquale vorrebbe prendersi a schiaffi ma il marchese glielo impedisce „p’cche’ m fa mb’ssion !!“ (perché mi impressiona). E ancora un altro equivoco quando sempre il marchese chiede „ma lei mi sposerebbe?“ e Fra’ Pasquale dice addirittura che lui è vedovo, e che accorgendosi di essersi tradito (il che ovviamente avverrà varie volte) dice di far parte dell’ordine die vedovi scalzi e più tardi dirà che non conosce il latino perché è stato abolito!

Nel frattempo avendo conosciuto la marchesa e avendo questa pregato i frati di aiutarla a partorire, far sparire il bambino per poter riprendere controllo del suo castello ed evitare di sposare il cognato, fra’ Pasquale e Mamozio cercano di prendere tempo e dicono al marchese di dover chiedere il permesso al priore per ottenere l’autorizzazione a celebrare il matrimonio. Questa scena si chiude anche con una gag divertentissima in cui il marchese accorda la visita al priore, ma si tiene i 12 orfanelli in ostaggio e minaccia di fare una strage se i due frati non dovessero ritornare. Qui sono pochi secondi in cui la vince la mimica dei personaggi, che al solo sentir pronunciare quell’avvisaglia, già si contorcono dal dolore…

Si procede dunque con una scena che secondo me è totalmente inutile, che non aggiunge né toglie valore alla storia e che avrebbe sintetizzato il film. Tuttavia la presenza di comici protagonisti d’ eccezione, lascia spazio per tutti, quindi anche per le sterili presenze di Adriano Celentano (sempre uguale a se stesso dai primordi della sua carriera) e Don Bachi.

Il film è un continuo di rocambolesche vicissitudini (la visita alla mostruosa cripta, in cui i frati sono continuamente minacciati di finire, il matrimonio vero e proprio che poi non si concluderà, l’avvelenamento del marchese, che pure non andrà a segno)  per liberare la marchesa e incassare i mille fiorini della ricompensa. Un susseguirsi di battute divertentissime, mimica buffa, situazioni ridicole, improvvisazione spassosissima, una comicità fisica e naturale (si pensi, tra le molteplici, all’hora pro nobis col finale cantato “Brigitte Bardò Bardò)

Come si può notare questa mia recensione è più descrittiva di quanto io faccia di solito, e ho dovuto lottare per „stringere il brodo“, poiché qui non c’è alcuna psicologia die personaggi da analizzare, non c’è un dietro e un oltre su cui speculare. I personaggi sono efficaci così, „nudi e crudi“, immediati arrivano all’orecchio e poi alla bocca che si allarga ed esplode in fragorose risate dello spettatore. Gli attori esprimono con estrema spontaneità e  libertà il loro genio artistico, talvolta rendendo persino superflua la parola ed usando solo l’espressione del viso. I vari comici si  supportano a vicenda, si „servono“ l’un l’altro le battute, basate sull’esasperazione di significati che ogni parola presenta e che muta in base ad assonanze improbabili, che non sempre hanno a che fare col contesto, svincolate dal significato che dovrebbe animarle oppure che ne umiliano il significato, rendendo la scena ancora più grottesca e spassosa. Ad esempio il fio (inteso come espiare una colpa, pagare un tributo) in „fio de na mign….tta“; salma in salmone; da cripta, criptomane; da l’ava, non si lava?; morse per morire; provola per prole; santo, santino, rinfresco e mezzo rinfresco; e si potrebbe davvero continuare all’ infinito, accreditando l’idea pirandelliana della comicità e cioè l’umorismo come forma parossistica di percezione della realtà fino al senso del contrario! D’altronde non dimentichiamo che Totò fu anche poeta, paroliere, compositore e napoletano! Quindi estremamente avvezzo a giocare con la lingua italiana sia per vocazione che per indole, e per sfotterci per la (nostra?) ignoranza.

Inoltre la mimica del volto e la gestualità che accompagnano i dialoghi, oltre a rappresentare un elemento altrettanto fondamentale e caratterizzante a livello performativo (gesti caricaturali, movimenti, suoni, smorfie, ripetizioni che non dovrebbero ripetersi), dimostra il diletto stesso del comico che è in sintonia con gli altri protagonisti, che sa di recitare e lo fa in modo eccezionale. Lo stesso Corbucci diceva che di Totò che aveva un certo piacere a far risaltare la propria bravura, una certa eccitazione nel recitare, far ridere, tirar fuori tutti i suoi lazzi e le sue fantastiche trovate, che rendevano difficile persino al regista assistere alla scena senza ridere…

Il film si conclude in caciara. Quando arrivano le monache a salvare il castello dal marchese usurpatore, lo spirito non è più altissimo, ma noi non ci facciamo caso, sappiamo che la storia volge al termine e abbiamo la leggerezza nel cuore, gli occhi ridenti e le mascelle ancora doloranti…

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