The serpent, di Tom Shankland e Hans Herbots (2021)

di Bruno Ciccaglione

Al di là del successo che il pubblico sembra riservargli, la serie The serpent sa imporsi per la sua capacità di combinare insieme una sapiente tecnica narrativa con dei contenuti capaci di superare con intelligenza molti dei cliché del genere dedicato ai serial-killer, che sovraffolla le piattaforme con una miriade di prodotti, dalle fiction alle docu-serie e fino ai documentari.

La miniserie di 8 episodi, realizzata da BBC One e Netflix racconta la vicenda criminale di Charles Sobhraj, che negli anni ’70 narcotizzò e uccise non meno di 12 persone tra India, Tailandia e Nepal, tutti turisti occidentali, per appropriarsi di tutte le loro ricchezze e dei rispettivi passaporti. Più volte arrestato e più volte evaso si guadagnerà per questo il soprannome che dà il titolo alla serie. Sobrhaj, che era di nazionalità francese ma di genitori asiatici (un indiano e una vietnamita) e che parlava correntemente francese e inglese, si rivelò un abile e ammaliante manipolatore per molti giovani in cerca in oriente di una dimensione diversa dalle proprie provenienze borghesi e uno spietato assassino.

I veri Marie-Andrée Leclerc e Charles Sobhraj

The serpent riesce a imporsi innanzitutto perché tutto è curato egregiamente, dalle performance degli attori all’atmosfera seducente e al tempo stesso perversa che sa creare attorno al protagonista, a delle musiche d’epoca eccezionali e all’ambientazione esotica. Anche se alcuni lo hanno per questo criticato, la scelta degli autori di una narrazione basata su continui sbalzi temporali si rivela un artificio molto efficace nel creare sempre suspence e interesse. La scelta di un tabellone di aeroporto che ci aggiorna continuamente della collocazione temporale delle scene cui stiamo per assistere, può semmai essere criticata perché a volte un po’ troppo didascalica, tanto facilmente lo spettatore riesce a seguire la pur continua rottura della linearità cronologica del racconto.

Ma alle abilità nella scrittura e nella messa in scena si aggiunge anche, e questa è forse la forza principale della serie, il loro essere al servizio di contenuti degni di questo nome. In un panorama di prodotti televisivi in cui le vicende di vari serial-killer sembrano dominare l’offerta, sia nelle fiction che nei documentari, dai casi più famosi (solo su Unabomber ci sono almeno 3 diverse serie!) a quelli meno noti o di finzione ispirati a fatti veri (Mindhunter è forse la serie più brillante del “genere serial-killer”), The serpent riesce da un lato a giocare, ma dall’altro a distaccarsi, da alcuni dei cliché tipici. In genere al centro di questo tipo di prodotti c’è la spettacolarizzazione delle vicende criminali, spesso con al centro la figura del profiler e quindi con l’analisi dettagliata del modus operandi e delle particolari perversioni del killer su cui si indaga: il racconto si snoda sulle pratiche, sugli elementi di serialità e su quelli di novità che caratterizzano il percorso del killer nella esecuzione dei suoi delitti, una sorta di messaggio cifrato che bisogna interpretare per individuare chi sia.

The serpent si distacca nettamente da questo schema. Anche se all’inizio il racconto sembra compiacersi nel mostrare le gesta criminali di Sobrahj (un bravissimo Tahar Rahim) e della fidanzata (Jenna Coleman), sorta di Bonny e Clyde degli anni ’70, affascinanti e alla moda, perfettamente a loro agio in un estremo oriente misterioso e seducente, già nel mostrarci lo schema criminale, un vero e proprio “modello di business” messo in piedi dal Serpente, mette subito l’accento sulle vittime.

Il senso di smarrimento dei giovani viaggiatori occidentali è uno degli elementi più accuratamente messi in scena. La sottocultura decadente del mondo post-Vietnam, con ragazzi della borghesia occidentale che cercano di (ri)trovare se stessi in una ricerca di misticismo e di senso che spesso finisce nella perdita di sé nelle droghe e in una fuga dalla realtà, è una protagonista della vicenda. È anche dall’atteggiamento sprezzante dei padri di questi giovani dispersi in estremo oriente (la generazione adulta qui rappresentata da gran parte dei diplomatici occidentali in Asia) che nasce la indifferenza del mondo adulto e occidentale verso la loro scomparsa, che così tanto faticherà a decidersi di dare la caccia a questo criminale.

Dando centralità nel racconto al giovane diplomatico olandese che indaga su due giovani concittadini scomparsi, anziché al classico investigatore o al profiler, che ci porterebbero in una indagine ormai tipizzata in tante serie e documentari, The Serpent riesce a non farci mai dimenticare le vittime, a farci stare con questo giovane investigatore dilettante e con lui a provare la umana compassione ed empatia per i giovani narcotizzati e uccisi, prendendo nettamente le distanze da un atteggiamento troppo freddo e irriguardoso verso quelle persone. C’era il rischio, con una narrazione convenzionale, che il pregiudizio verso questi “hippies” in cerca di senso, lontano dall’occidente opulento, si traducesse in un implicito “se la sono andata a cercare”. The serpent riesce benissimo, invece, a dare alle vittime la dignità che meritano e a tenere il loro dramma sempre al centro dell’attenzione dello spettatore.

Onore al merito agli sceneggiatori Richard Warlow e Toby Finlay ed agli autori, dunque, che ci conducono fino ad un finale in cui si compie un percorso che è anche etico: mentre il criminale protagonista discende progressivamente verso gli inferi, perde ogni suo fascino, la sua parlantina si frammenta e possiamo vederlo in tutta la sua squallida decadenza, come ha scritto Dorian Lynskey (il critico del Guardian), sebbene Sobrhaj “sia indubbiamente il protagonista della storia, tuttavia non ne è certamente il cuore”.

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