Yakuza, di Sydney Pollack (1974)

Di A.C.

“Yakuza: il kana giapponese per questa parola è composto dai numeri otto, nove e tre, la cui somma fa venti: un numero perdente nel gioco giapponese. E’ ciò che il gangster giapponese con orgoglio perverso ha voluto chiamarsi. La yakuza nacque in Giappone più di 350 anni fa, formata da giocatori, truffatori e loschi affaristi nelle fiere itineranti. Si diceva proteggessero anche i poveri dei paesi e delle campagne dalle bande di nobili predatori. E questo, a quanto pare, veniva fatto con impareggiabile abilità e coraggio. Ancora oggi si dice che la yakuza rispetti un codice d’onore rigoroso quanto il bushido dei samurai.”

Così recita la didascalia introduttiva, con tanto di folkloristici titoli di testa, di uno dei primi film statunitensi sull’incontro tra Occidente e Oriente, in tal senso precursore di numerosissime pellicole a seguire.
La figlia di un trafficante d’armi americano viene rapita dalla mafia giapponese come ritorsione per una mancata consegna nei loro confronti. L’uomo incarica Harry Kilmer (Robert Mitchum), un suo vecchio compagno d’armi in marina ai tempi dell’occupazione statunitense in Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale, affinché organizzi la missione di salvataggio nel paese del Sol Levante, avendo lui molta confidenza con i costumi del luogo. Di qui un nostalgico ritorno al suo passato nel rincontro con una donna locale mai dimenticata e un vecchio “amico” con un debito d’onore impossibile da dimenticare. Ed è proprio intorno a questo debito d’onore (cosiddetto “giri” in giapponese) che ruotano le vicende dei personaggi in una spirale di violenza e tradimenti a cui fanno da contraltare saldissimi legami di amicizia e di affetto.

Dalla sceneggiatura accuratissima di Paul Schrader e Robert Towne, frutto evidente di un attento studio nei dettagli di tutte quelle peculiarità della cultura della società giapponese e del suo sottobosco malavitoso, la regia di Pollack sviluppa il racconto su diversi generi, tra noir, western urbano, romanticismo e azione, amalgamandoli perfettamente all’interno dell’opera.
Yakuza è una immersione iperrealistica nella realtà della malavita nipponica, nei suoi costumi e nei suoi rituali, e un’amara riflessione sui dogmi della sua cultura.
Ma l’opera di Pollack è soprattutto un’inusuale storia di amicizia tra due uomini divisi da culture opposte ma legati da un obbligo morale talmente forte da decidere di affrontare il proprio destino uno fianco all’altro, anche di fronte all’avversità del pronostico.

Pollack non edulcora affatto la violenza all’interno del suo racconto, anzi la rappresenta in maniera secca, realistica e asciutta. Magistrali ed emblematiche alcune sequenze d’azione come l’agguato nella piscina oppure la sanguinosissima resa dei conti finale alla residenza del clan nemico.
Pur senza nascondere, né tantomeno glorificare, il lato oscuro dei suoi protagonisti, il regista al tempo stesso li carica di grande intensità emotiva, scavando a fondo nella loro interiorità e in quelle loro emozioni represse da quei doveri d’onore che hanno la priorità su qualunque cosa. E a suggellare l’ottimo lavoro nello sviluppo dei personaggi le grandi prove degli interpreti, in particolare un eccellente Robert Mitchum, in un ruolo carismatico e dolente, e un intensissimo Ken Takakura al suo fianco.


All’epoca addirittura accusato di una rappresentazione superficiale della cultura giapponese, quando invece traccia un confronto più che mai onesto e stratificato tra due mondi e due prospettive diverse. Differenze incarnate proprio dai due protagonisti, i quali però riescono a conciliarle nel momento più drammatico per poi suggellare il proprio legame con una “richiesta di perdono” tanto dolorosa quanto potente.
Uno dei maggiori risultati nella carriera versatile di Sydney Pollack, alla sua uscita accolto molto tiepidamente da critica e botteghino per poi essere ampiamente rivalutato e ad oggi considerato un pezzo pregiato all’interno della produzione statunitense degli anni ’70.

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