I sette samurai, di Akira Kurosawa (Giappone, 1954)

di Girolamo Di Noto

Cinema di poesia, cinema di prosa. Bisogna essere cauti con le definizioni impegnative, ma definire Akira Kurosawa un maestro del cinema non è poi così azzardato. Nel suo cinema c’è tutto il grande spettacolo, c’è fiaba, storia, apologo, c’è tutta l’arte usata da ogni grande regista, dal campo totale al dettaglio, dal fotogramma fisso alle sequenze più movimentate. Kurosawa ha avuto il merito di conferire alle immagini un’emozione dettata dalla storia narrata, ma anche dal modo in cui questa storia è stata raccontata.

Al centro della sua opera e, in particolare ne I sette samurai, c’è la lotta di un gruppo di individui contro i mali della società, racchiusi soprattutto nell’avidità e nella sete di potere. Racconta la storia di un gruppo di guerrieri che decide di aiutare una comunità contadina a difendersi dell’assalto di una banda di briganti. Ciò che rende ingegnosa e bella questa storia è questa immaginosa e fiabesca capacità del regista di far rivivere le vicende dei samurai del Giappone del XVI secolo come un moderno cantore di gesta, rivestito di spirito umanitario, caratterizzato da una generosità narrativa da far invidia a Balzac e da uno stile visivo che ricorda John Ford, per non parlare di echi tragici propri di Shakespeare e Dostoevskij.

“Un film di azione non può essere che un film di azione. Ma che meraviglia se, allo stesso tempo, potesse dare un ritratto dell’umanità!” Questa professione di fede fatta da Kurosawa dà l’idea di quello che è stato il cinema per il regista giapponese: azione e riflessione, stasi e movimento. I temi eterni, la pace e la guerra, il sangue che scorre, la crudeltà, l’ingiustizia, la paura, il coraggio sono sempre stati descritti con forza dinamica, con cuore pulsante ma anche con un’introspezione psicologica che è rara trovarla nei film di oggi, spesso troppo presi o dal raccontare storie limitate ad azioni fini a se stesse o arenate in dialoghi verbosi che non conducono a nulla. La bellezza della storia de I sette samurai sta nel fatto che è tutta concentrata nell’animo di questi personaggi, uomini dai risvolti oscuri e non sempre decifrabili.

Sette differenti caratteri che incarnano aspetti diversi della morale e del comportamento giapponese, pieni di grazia e dignità che assumono i valori positivi di un mondo ormai al declino. Kambei (Shimura) è il più saggio dei sette ed è anche il più disincantato. Il suo è lo sguardo di chi sa leggere oltre le cose. È lui che smaschera il finto samurai Kikuchijo, è tramite il suo sguardo che riconosciamo il valore di un samurai in mezzo ad altri, è lui che si pone come maestro e punto di riferimento. Se Heihachi (Chiaki) e Gorobei (Inaba) rappresentano l’astuzia, la giovialità e il buon senso, Kyuzo (Miyaguchi) è la concentrazione ascetica. Uno dei tratti fondamentali del personaggio è il suo silenzio ed è quello che più si avvicina ai modelli del comportamento del bushido. Uomo completo sia come guerriero che come studioso, al di là dell’assoluta lealtà e un forte senso dell’onore, ciò che lo contraddistingue è il saper stare in silenzio e il saper racchiudere meglio di ogni altro l’espressione giapponese hagakure “nascosto dietro ad una foglia”.

Katsushiro (Kimura), invece, rappresenta l’entusiasmo della gioventù, la generosità, l’idealismo. È lo sguardo di chi ammira e vuole imparare. È affascinato dalla saggezza di Kambei, è sedotto dalla sua natura schiva, dalla rinuncia agli onori. Apprende senza avere bisogno di tanti chiarimenti. Come solitamente avviene nella tradizione giapponese classica, il rapporto tra maestro e allievo, l’insegnamento non passa mai attraverso una spiegazione. Quando in una scena Kyuzo è impegnato in un inutile duello con un arrogante samurai, Kambei si rivolge a Katsushiro dicendo “non ce la farà”. Sarà l’allievo e noi spettatori con lui che dovremo capire chi dei due “non ce la farà”.

Se Shichiroj (Kâto) rappresenta la professionalità che vuole restare nell’ombra, Kikuchijo (l’indimenticabile Toshiro Mifune) è il personaggio più estroverso. Si presenta come qualcuno che non è ma che vorrebbe essere. Pretende di attestare le sue origini di samurai esibendo un documento ma viene smascherato dal saggio Kambei. È un giullare, uno sbruffone, audace ma timido, disadattato, insoddisfatto. Rivelerà la sua origine contadina in una scena drammatica e grazie al coraggio che dimostrerà farà parte del gruppo dei samurai ma ne costituirà comunque l’aspetto più diverso.

C’è un termine giapponese molto significativo per definire la gente che non fa parte della famiglia: soto, ovvero estranei, persone di fuori. Kikuchijo è di origini contadine, non è un samurai ma lo diventerà, ma il suo essere soto si riscontra nel suo modo di essere. Se gli altri sei vivono nel silenzio e nel controllo di se stessi, lui vive nel caos, fa capriole, mostra il sedere ai banditi, fa smorfie, corre a zig zag. Si interessa alle forme più appariscenti, cerca l’onore e non lo disprezza. Se Kambei si allontana dalla folla festeggiante dopo l’uccisione di un malvivente, Kikuchijo si sostituisce a lui e riceve al suo posto i “bravo” e gli “evviva”. È lo sguardo di chi desidera: non solo desidera diventare samurai ma segue anche con trepidazione il sesso femminile annusando il kimono della moglie di un contadino, spiando compiaciuto le gambe nude delle contadine durante la raccolta dell’orzo.

Sarà lui però ad uccidere il capo dei briganti vendicando la morte di Kyuzo. Pur essendo un fool e un disadattato sa anche al momento giusto offrire lo sguardo di chi accusa, quando di fronte alla rabbia dei samurai che hanno appena scoperto come nelle case dei contadini fossero nascoste delle armature di samurai, che gli stessi contadini avevano ucciso e derubato, Kikuchijo trova il coraggio di reagire, denunciando prima i contadini di viltà, ma poi anche richiamando alla responsabilità i samurai: “Quando fate una battaglia bruciate i villaggi, distruggere i campi, li private del cibo, li fate schiavi. Che altro possono fare loro? Mi sentite, mi sentite?”

La storia procede tra azioni spettacolari e semplici e immediate lezioni morali, richiamando all’attenzione dello spettatore angoscia, orrore, pietà ma anche inserti comici e più pacati. Elementi dinamici si contrappongono a quelli statici. Il dinamismo non è solo presente nella spettacolare battaglia finale rappresentata con ritmo sostenuto sotto la pioggia e in mezzo al fango. Si pensi alla riunione dei contadini indetta per capire come muoversi di fronte al pericolo dei briganti: ognuno di essi parla non solo con la propria voce, ma anche col proprio corpo, sobbalzando, sussultando, gettandosi a terra per esprimere i sentimenti di rabbia, dolore e impotenza. Si pensi al dinamismo nei primi piani (la vena rigonfia di un Rikichi, un contadino, che sembra sul punto di esplodere) o nell’evoluzione di un personaggio come Kikuchijo che, stanco delle oppressioni subite dalla propria classe, vuole farsi samurai.

L’agitarsi della natura, le foglie degli alberi mosse dal vento, le fiamme che ardono, la polvere che si solleva si contrappongono ad elementi statici che si identificano soprattutto nei samurai Kambei e Kyuzo concentrati in un’immobilità e impassibilità pronte, pur tuttavia, anch’esse ad esplodere da un momento all’altro. I personaggi vivono, come ha scritto Fofi, “nell’alternanza della quiete e della febbre” e non fanno altro che combattere le ingiustizie del mondo, ma anche la rassegnazione e lo scoramento, visti come i due grandi nemici dell’uomo. C’è tutto lo spirito cavalleresco, la nobiltà del samurai, ma anche le paure ataviche di un’umanità intera.

C’è il disincanto di chi come Kambei ritiene autodistruttiva l’impresa, c’è il desiderio di chi vuole comunque reagire e non stare a guardare. Al di sopra degli abissi del male che insidiano l’animo umano, al di là dell’agitarsi turbolento dell’uomo che non si arrende c’è il cuore di questo straordinario regista, abile nell’insinuarsi negli angoli più nascosti dell’essere umano, grandioso nel compiere una sorta di miracolo espressivo configurandosi come un indimenticabile maestro e artista universale.

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