Slevin – Patto criminale, di Paul McGuigan (2006)

di Roberta Lamonica

“Mi chiamo Smith. Non vivo da queste parti.” “Senta, signor Smith… ” “Solo Smith! E mi trovo qui, se vuoi saperlo, per via della mossa Kansas City.” “Che cos’è la mossa Kansas City?” “La mossa Kansas City è quando guardano a destra e tu vai a sinistra.”

(Bruce Willis, GoodKat)
Locandina

Una corsa truccata, una soffiata sbagliata, una famiglia sterminata. Queste le premesse da cui prende il via questo film non molto amato dalla critica e diventato invece cult movie fra molti cinefili. Questo il racconto che Mr. Smith fa a un giovane sconosciuto in un aeroporto di New York inspiegabilmente semivuoto. La storia è di quelle cruente, nere, criminali e assurde: Mr Smith spiega al giovane la ‘mossa Kansas City’ e… gli rompe l’osso del collo. Ma come si lega tutto ciò al giovane Slevin che, solo nell’appartamento dell’amico Nick Fischer, viene scambiato per lui, minacciato, aggredito e portato con un asciugamani intorno alla vita in giro per le ‘fortezze’ di due vecchi allibratori al piano attico di due palazzi ‘gemelli’? Perché il Boss (Morgan Freeman) e Schlomo (Ben Kingsley), due pericolosi criminali una volta soci in affari e ora acerrimi nemici, fanno un patto per incastrare Slevin con un ancor più pericoloso killer? E perché il killer Goodkat (Bruce Willis) e il detective Brikowski (Stanley Tucci) lo braccano?

Noah Hartnett e Morgan Freeman in una scena di Slevin – Patto criminale

Il regista scozzese Paul McGuigan, al suo quarto lungometraggio (molto bello il suo Gangster nº 1) dirige un film dal ritmo sempre sostenuto, dal montaggio frenetico, dai dialoghi sempre ad effetto e dai personaggi caratterizzati in maniera netta e decisa. Un noir con tratti pulp, ma anche un giallo, una commedia romantica e una commedia nera, al contempo. Slevin – Patto criminale ibrida i generi e abbonda di citazioni cinematografiche: da quella più palese al Pulp Fiction di Quentin Tarantino a I soliti sospetti di Bryan Singer, al più volte dichiarato Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock. Una trama molto ingarbugliata e complessa, piena di colpi di scena – in cui anche ciò che si intuisce lascia spazio a sorprese inaspettate – si sviluppa tramite una messa in scena esteticamente raffinata dalle scelte visuali a tratti originali e personali.

La regia di McGuigan non è mai piatta, ma brillante e sinuosa anche se a volte rischia di sfociare nell’esercizio di stile; la sceneggiatura di Jason Smilovic è ambiziosa, più ricca di dialoghi ad effetto che di insight nelle ragioni dei personaggi; poco viene aggiunto alla scoperta della vera natura dei protagonisti, della loro provenienza e del loro ruolo nella storia, che ciononostante risulta piuttosto intuibile. Rabbia e vendetta sono i sentimenti che muovono shakespearianamente (nelle parole dello stesso McGuigan) i personaggi del film, ma di ciò che renderebbe i personaggi eroi shakespearianamente moderni, e cioè l’analisi delle motivazioni e la psicologia, c’è – oggettivamente – poco.

McGuigan preferisce donare al suo film un tono apparentemente leggero, con tratti briosi e addirittura una love story improbabile tra il protagonista e una coroner molto newyorkese (Lucy Liu, deliziosa) che ricorda le protagoniste di Friends, pur sullo sfondo di una violenza e una crudeltà che non lasciano spazio al perdono e al compromesso.

Bruce Willis nei panni di Goodkat

E allora al sangue che scorre in abbondanza, alla violenza esibita e non risparmiata, fa da contraltare il tono giocoso, quasi da cartoon, del Killer dalla faccia da schiaffi e dal mitico sorriso obliquo e furbo interpretato da B. Willis, o le scaramucce lillipuziane dei due allibratori, con i loro mondi lontani e paralleli, minoranze isolate nelle loro torri come nella società di cui sono ai margini, uniti da un destino comune di espiazione e paura. Il rabbino interpretato da Ben Kingsley e il boss interpretato da Morgan Freeman offrono momenti di tensione e di ilarità in un continuo cambio di ritmo e registro che disorienta e diverte lo spettatore, al contempo. Nel film c’è anche spazio per il grottesco, che irrompe in particolare nelle figure dei tirapiedi dei boss, decisamente macchiettistici.

Slevin nel ‘covo’ del Boss

Ma è lo Slevin di Josh Hartnett, il suo aggirarsi in ciabatte con un asciugamano fiorato intorno alla vita nel cuore della New York criminale, che regala davvero una bella sorpresa. A metà strada tra il Drugo di Jeff Bridges ne Il grande Lebowski e il Vincent Vega di Pulp Fiction, Slevin sovverte i canoni dell’eroe negativo in un misto di tenerezza e spietatezza che lo rendono un personaggio unico nel genere. Il film è stato criticato per un certo manierismo e per un omaggio che diventa emulazione, ma ciò che fa di questo film un piccolo cult con una personalità ben riconoscibile è il modo di raccontare che risente di un gusto europeo e che sancisce e determina una sua riconoscibilità e originalità. La criminalità descritta da Slevin, vicina a quella raccontata da Guy Ritchie, ha un che di raffinato, quasi ‘borghese’ rispetto a quella eccezionale e geniale, anche perché ‘sbracata’ e incorreggibile, raccontata nei film di Tarantino.

Anche il comparto tecnico ha il suo grande merito per la riuscita del film. Indimenticabili le carte da parati di François Seguin e gli accostamenti cromatici e i maglioncini British di Odette Gadoury.

Josh Hartnett e Lucy Liu in Slevin – Patto criminale

Film divertente e che merita decisamente una visione… soprattutto se si dimenticano i modelli cinematografici di riferimento a cui, nonostante gli sforzi, è impossibile non accostarlo.


 

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