Napoleone, di Abel Gance (Napoléon vu par Abel Gance, 1927)

di Federico Bardanzellu

Girato in modo da essere ammirato su tre schermi contemporaneamente, il Napoléon di Abel Gance fu ”il canto del cigno” del cinema muto.

Nel duecentesimo anniversario della morte di Napoleone Bonaparte, non si può evitare di ricordare la più famosa pellicola dedicata all’imperatore francese, il Napoléon di Abel Gance, del 1927. Fu forse il canto del cigno del cinema muto. Lo stesso anno, infatti, è in gestazione l’avvento del sonoro che farà la sua prepotente apparizione con Il cantante di jazz (The Jazz Singer, di A. Crosland). Per quanto riguarda la grandiosità delle scene, il Napoléon di Gance è paragonabile soltanto ai precedenti La nascita di una nazione e Intolerance di David W. Griffith. Stiamo parlando del più grande regista “puro” del cinema muto.

Abel Gance era veramente fissato con la figura di Napoleone. Diresse solo sei film in tutta la sua carriera, ma ben quattro dedicati al grande còrso. Nessuno dei tre successivi, però, può essere paragonato al Napoléon. Centrato sui primi anni della biografia del protagonista, esso si conclude con le fasi principali della ‘Campagna d’Italia’ (1796). Gli altri film di Gance su Napoleone, che dovevano esserne il seguito, sono molto più brevi e, in confronto, sembrano tre nanetti ai piedi di un gigante.

Oltre 5 ore e mezza di pellicola per un film “tridimensionale”

Sono molteplici gli elementi che fanno del Napoléon un kolossal. La durata, per prima cosa. La prima proiezione all’Opera di Parigi si protrasse esattamente per 5 ore e 33 minuti. Poi la pellicola fu ridotta a poco meno di quattro ore. Forse, però, la caratteristica principale che ha collocato il capolavoro di Gance nel firmamento del cinema è la tecnica dei “trittici”.

Il regista, cioè, ha filmato la scena contemporaneamente con tre cineprese. Una davanti, una a destra e una a sinistra. Più altre due di supporto. Durante la proiezione, la platea degli spettatori era posta al centro di tre schermi in ognuno dei quali si riflettevano le immagini della cinepresa corrispondente. L’effetto fu straordinariamente tridimensionale. Il tutto, accompagnato dalle musiche di un’orchestra sinfonica che – non essendoci ancora il sonoro – suonava dal vivo. Ne risultava un incredibile turbinio di suoni e di immagini che avvinceva gli spettatori.

Il film abbondava volutamente nei primi piani del protagonista. Era una tecnica abbastanza seguita in Europa, sorta con l’espressionismo tedesco e portata ai massimi livelli con quello sovietico. In tal senso, un maestro indiscusso fu il regista Sergej Ėjzenštejn. Abel Gance “rubò” molto al russo anche per quanto riguarda la tecnica del montaggio. Utilizzò efficacemente il montaggio della pellicola per manipolare le emozioni e le convinzioni ideologiche degli spettatori. 

Albert Dieudonné, l’attore perfetto per interpretare un “predestinato”

Nel caso del Napoléon, sia il montaggio che i primi piani erano finalizzati a mostrare nel condottiero la figura del “predestinato”. Per questo il film inizia con l’infanzia del Bonaparte, per poi passare agli anni adolescenziali trascorsi nell’Accademia militare, i primi successi bellici e, infine, i trionfi della Campagna d’Italia. Gance trovò nell’attore protagonista Albert Dieudonné il suo perfetto esecutore ed allievo.

Dieudonné, allora già trentanovenne, avrebbe meritato un futuro di maggior successo per la sua carriera. Purtroppo, l’avvento del sonoro fu una rivoluzione, nel campo cinematografico, anche per quanto riguarda la presenza e l’espressività sul set degli attori. Ciò non risparmiò nemmeno il grande Charlie Chaplin, al quale il sonoro non si addisse mai.

Napoléon finalmente a Roma, a deliziare gli spettatori dell’Estate romana

La versione in quattro ore del Napoléon fu poi restaurata negli anni Settanta e rimasterizzata sia in 35 che in 70 mm da Francis Ford Coppola. Le musiche furono composte e dirette da Carmine Coppola, padre del regista. Fu questa versione ad essere proiettata per la prima volta in Italia: a Roma, nella serata finale dell’Estate Romana del 1981. Il megaschermo di 36 metri fu allestito davanti all’Arco di Costantino, tra il Colosseo e il Palatino. L’orchestra, situata proprio al centro del “trittico” era diretta dallo stesso Carmine Coppola. Fu un successo incredibile.

I 3500 presenti, affascinati dalla proiezione, non si accorsero della sua non proprio canonica durata e nemmeno della pioggia che scendeva. Alla fine il sindaco Petroselli – che sarebbe morto un mese dopo – fu salutato da un’ovazione. Era presente anche la première dame Danielle Mitterrandc, che volle personalmente congratularsi con il sindaco e l’assessore alla Cultura, Renato Nicolini.

Per il trentennale dell’Estate Romana, nel 2007, fu allestita una seconda proiezione del capolavoro di Abel Gance, dal nuovo assessore Gianni Borgna. Stavolta, però, lo schermo gigante nella piazza del Colosseo misurava “solo” 33 metri. La musica fu suonata dall’orchestra di Roma e del Lazio diretta da Michael Zearott e la nazione francese era rappresentata dal suo ambasciatore in Italia. 

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