I soliti sospetti, di Bryan Singer (1995)

di Roberta Lamonica

La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste”.

(Roger ‘Verbal’ Kint)
I soliti sospetti| re-movies
Locandina

Premessa

Dopo averlo visto al Sundance Festival nel 1995, Roger Ebert, celebre critico cinematografico statunitense, restò perplesso dall’entusiasmo suscitato da ‘I soliti sospetti’ di Bryan Singer. Lo rivide, armato di taccuino e buone intenzioni ma non andò meglio, anzi. Uno tra i finali più ad effetto della storia del cinema – la risposta alla domanda che era rimasta in sospeso per tutta la durata del film “Chi è Keyser Söze?” – fu ritenuto da Ebert pretestuoso e privo di argomentazioni solide, ideato ad hoc per supportare una storia un po’ banale, tanto da coniare, per i finali dello stesso tipo, l’espressione “Sindrome di Keyser Söze”. Eppure, emeriti critici a parte, I soliti sospetti è un film di culto, indimenticabile per il plot avvincente, per il colpo di scena finale sensazionale e per le brillanti interpretazioni di Kevin Spacey (premiato con l’Oscar), Gabriel Byrne, Chazz Palmintieri e di tutti gli altri protagonisti di questa incredibile detective story.

Trama de I soliti sospetti

Le luci sull’acqua nella nera notte del porto di San Pedro; una mano, un accendino d’oro e una sigaretta, uno sparo… delle corde. Qualcuno è lì, dietro quelle corde e guarda tutta la scena: vede la nave andare in fiamme e poi esplodere. Mentre in ospedale il marinaio ungherese superstite Kovash delira in fin di vita per le ustioni riportate, Roger ‘Verbal’ Kint (Kevin Spacey), l’unico altro superstite, con la luce delle lampade del dipartimento di Polizia sul viso, racconta e ricostruisce l’evento, parla di un bottino di 91 milioni di dollari nascosto sulla nave, del suo ruolo marginale e tutto ciò dietro la garanzia di essere incriminato per un reato secondario: “Faccenda politica: sindaco, capo, governatore, è protetto in alto, dal principe delle tenebre”, dice il sergente Jeff Rabin (Dan Hedaya) all’agente doganale Kujian (Chazz Palminteri) a proposito dello ‘storpio’ Kint, che vuole a tutti i costi interrogare prima che venga rilasciato su cauzione.

Chazz Palminteri| re-movies
Kint e Kujian

I soliti sospetti si struttura come un viaggio composito tra flashback e tempo presente tra i ricordi del racconto di Roger Verbal Kint, un truffatore ben conosciuto alle autorità, un pesce piccolo che però è sempre riuscito a farla franca. Interrogato dall’agente doganale Kujian, da tempo sulle tracce di Dean Keaton (Gabriel Byrne), ex poliziotto corrotto che egli ritiene la mente della banda criminale di cui anche Kint fa parte, lo ‘storpio’ si trova catapultato nel ruolo di unico, suo malgrado, detentore della verità.

Sei settimane prima cinque delinquenti (tra cui Stephen Baldwin, Kevin Pollak e un giovanissimo Benicio Del Toro), vengono arrestati per il furto di un camion carico di armi. Kint si trova tra loro (memorabile il confronto all’americana, in cui la chimica tra i protagonisti è reale e palpabile). Con fare mellifluo racconta in modo lucido e ordinato come loro cinque siano stati prima interrogati e poi rinchiusi insieme in una cella. Michael McManus (Stephen Baldwin) propone un colpo al Finest Taxi Service NY, un giro di poliziotti corrotti che accompagnano trafficanti, contrabbandieri e ricettatori in giro per le loro faccende criminali.

I soliti sospetti| re-movies
Mc Manus e l’idea del colpo

Kint convince Keaton a entrare nella banda e, a colpo effettuato, vanno tutti a Los Angeles a incontrare Redfoot, il ricettatore, che propone loro di derubare un gioielliere. Il colpo va male: nella valigetta del gioielliere non c’erano gioielli ma droga. Redfoot si giustifica dicendo di aver avuto la dritta dall’avvocato Kobayashi. Kobajashi (il compianto Pete Postlewhaite) agisce per conto del leggendario criminale Keyser Söze. Propone ed impone loro un colpo da 91 milioni su una nave ungherese attraccata nel porto di San Pedro, ricattandoli con i fascicoli contenenti non solo i loro crimini, ma la loro intera vita.

Pete Postlewhaite | re-movies
Kobayashi e Mc Manus

Intanto a San Pedro un federale interroga Kovash: “Non compravano droga. Compravano persone”. Sulla nave c’era infatti l’unica persona in grado di riconoscere Söze, e questa è la vera causa della carneficina e dell’esplosione. Il marinaio vuole la garanzia della vita perché ha visto il Diavolo, lo ha visto negli occhi. “E chi è il diavolo?” “Keyser Söze”. “Ma chi è Keyser Söze?”, chiede un ipnotizzato Kujian a Kint. “Qualcuno che ha potere, che è stato in grado di pedinarci da NY a Los Angeles”.

Kevin Spacey -I soliti sospetti | Re-movies
Kint e Kujian

In base al racconto di Kint, Keyser Söze è una figura demoniaca e vampiresca somigliante a Dracula, un assassino sanguinario che ha sterminato la propria famiglia pur di non piegarsi ai suoi nemici e di non perdere il suo acclarato potere criminale. Nell’immaginario di Kujian, Keyser Söze assume fattezze diaboliche, i lunghi capelli che si muovono nel fuoco, una storia del terrore che i criminali raccontano ai figli. Un alone leggendario circonda questa figura. “Credi di poter prendere Keyser Söze? Credi che uno come lui arrivi così vicino a farsi catturare e rischi ancora?”. Fatto sta che alla fine di un racconto in cui ogni pezzo del puzzle combacia perfettamente, Kujian lascia andare Kint – che ha finalmente confessato che la mente criminale del gruppo era proprio Keaton – come lui aveva sospettato fin dall’inizio e che forse non è morto nell’esplosione ma chissà dove è scappato… Non lo hanno preso ma “almeno gli abbiamo sfiorato la coda…”, dice Kujian a Rabin.

The usual suspects | re-movies
Rabin e Kujian

Considerazioni e analisi (contiene anticipazioni ⛔️)

Franco Moretti, nella sua instancabile analisi sui generi letterari (‘La letteratura vista da lontano’, ‘A una certa distanza’), afferma che il primo comandamento di una detective story di successo è la presenza di indizi decifrabili; indizi che il lettore/spettatore possa usare nel caso in cui volesse tentare di risolvere il mistero. Ma I soliti sospetti non contiene questo tipo di indizi. Sappiamo che Kint è un truffatore professionista; lo vediamo nell’ufficio del sergente Rabin guardare a lungo la parete di fronte a dove è seduto e fermarsi con lo sguardo su un portasigarette dagli intagli orientaleggianti. Ma gli indizi importanti, i nomi sulla bacheca, vengono completamente negati allo scrutinio dello spettatore. Kint li fornisce a Kujian ma il regista Bryan Singer non li fornisce a noi.

Kobayashi | re-movies
Kint e gli indizi

Inoltre, a meno che non abbiamo dimestichezza con il turco e sappiamo che sözel in quella lingua significa ‘verbal’, loquace, non c’è alcun indizio che ci faccia capire che Kint è, o ha inventato, Keyser Söze. Dunque, non è la presenza di indizi decifrabili che genera il piacere nello spettatore vedendo I soliti sospetti, quanto il gioco di consapevole auto svelamento del protagonista. Questo è il tipo di detective story che Brian Mc Hale inserisce nel filone che chiama “modernismo limite”. In questo tipo storie un poliziesco si trasforma in un racconto metafisico, con domande epistemologiche che diventano gradualmente ontologiche. Esempi assimilabili potrebbero essere Angel Heart (rilettura poliziesca del Faust) o Twin Peaks, o ancora Dans le labyrinthe di Robbe-Grillet. Ma che cosa affascina così tanto nella figura della mente criminale? Il genio criminale costituisce una specie di ‘rimpiazzo’ secolare per il diavolo, e questo rende il mondo più affascinante, perversamente e malignamente affascinante. Il senso di euforia che prende lo spettatore dopo il colpo di scena finale non è legato di certo alla rivincita del vessato e dell’eterno gregario, quanto piuttosto al fatto che il genio criminale abbia egli stesso messo a portata di mano la verità. Il più grande mistero del film, infatti, non è scoprire chi sia Keyser Söze, quanto piuttosto capire perché chi ha ordito un piano complicatissimo per sbarazzarsi dell’unico uomo che potrebbe riconoscerlo, stia seduto davanti a un poliziotto nemmeno troppo brillante a inventare una storia e a rispondere alle sue domande pressanti, quando l’immunità gli consentirebbe di andarsene senza colpo ferire. Perché un uomo come Söze a un passo dall’essere preso, dovrebbe ‘rischiarsela’ cosi? Appunto. Un criminale non se la rischierebbe, ma il Diavolo…sì.

Chazz and Kevin | re-movies
Roger Verbal Kint in una scena dell’interrogatorio

Il Diavolo, che è sempre al sicuro dal pericolo, potrebbe volersi semplicemente divertire. Scevro da preoccupazioni, ansie terrene e paure mortali, il diavolo gioca al gatto e al topo con gli esseri umani, ingaggiando battaglie di arguzia, facendosi gioco di loro, raggirandoli con la sua maestria (d’altronde ogni artista ha bisogno del suo pubblico). Christopher Mc Quarrie, lo sceneggiatore premio Oscar del film, dissemina di questi giochini tutto il film: il pensiero se Keaton sia vivo o morto distrae lo spettatore dal pensare se sia lui o meno la mente criminale del gruppo; l’insistenza su ciò che Kint sa, distrae dal domandarsi ciò che Kint è. Nel film è possibile tutto e il contrario di tutto. All’inizio accettiamo che Keaton sia morto, perché sappiamo che gli sparano; ma poi, quando capiamo che Kint ha inventato tutto, tendiamo a pensare che nulla sia vero, che tutto ciò che abbiamo visto sia stata una proiezione mentale, praticamente i pensieri di un determinato personaggio presentanti attraverso immagini visive. Tutto il racconto di Kint è filtrato dalla ricezione di Kujan e quindi è inattendibile, viziato dalla sua visione personale. Fra l’altro, l’ossessione di Kujian per Keaton, fa sì che alcuni particolari siano distorti e decodificati secondo ciò che egli vuole capire e sentirsi dire.

I soliti sospetti | re-movies
Chazz Palminteri

Eppure non c’è alcun indizio che il racconto di Kint sia stato in qualche modo distorto. Si potrebbe azzardare che questo sia l’equivalente cinematografico del discorso indiretto libero kafkiano. E, d’altronde, in un film in cui i personaggi principali si chiamano Keaton, Keyser, Kint, Kobayashi, Kovash e Kujian è quantomeno plausibile ipotizzare che si siano volute creare delle suggestioni kafkiane. Come il narratore di Kafka ne Il Processo dice che “qualcuno deve aver calunniato Josef K, perché un mattino, senza aver fatto nulla di davvero sbagliato, venne arrestato”, dimenticando di dire che questo è il punto di vista del personaggio; così ne I soliti sospetti viene presentata una serie di eventi soggettivi, integrati in un flusso di narrazione oggettiva. Laddove generalmente le parti soggettive di una narrazione sono brevi, così da essere facilmente riconoscibili, nel film di Singer gran parte della narrazione è soggettiva e la possibile ‘verità’ arriva troppo tardi, quando è impossibile per lo spettatore riorganizzare tutta la visione degli eventi, con la conseguenza di un grosso senso di disorientamento.

Il Diavolo

Il maestro e Margherita | re-movies
Il Maestro e Margherita

Il diavolo, figura incredibilmente affascinante, capace di procurare un sottile brivido di terrore lungo la schiena al solo nominarlo, nel cinema ha assunto volti, nomi e forme differenti: dal Louis Cyphre ‘misurato’ di De Niro in Angel Heart (Se avessi avuto la coda e i piedi a zoccolo fesso sarei stato più convincente?), al John Milton (sì, proprio come l’autore de Il paradiso perduto) ‘esagitato’ di Al Pacino ne L’avvocato del Diavolo, al Demonio ‘fluido’ di Rosalinda Celentano ne La Passione di Cristo o il Mr. Scratch de Il Diavolo e Daniel Webster di Walter Houston, solo per citarne alcuni. In letteratura innumerevoli gli esempi illustri, dal Mefistofele del Faust di Goethe al Mr. Woland de Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov. In tutte queste incarnazioni il Demonio nasconde la sua natura sovrannaturale in un’identità umana, cosa che rende più efficace la lusinga, la circonvenzione, il sordido inganno. Ma ne I soliti sospetti il diavolo non è sotto mentite spoglie, ‘mascherato’, diciamo. Keyser Söze non è una creatura maligna soprannaturale con poteri straordinari che sfidano le leggi della natura, capace di sparire nella luce gialla di vapore sulfureo. Ma Keyser Söze è di certo ciò che di più vicino al diavolo possiamo trovare sulla Terra. È il burattinaio dei personaggi e degli eventi del film e possiede innegabilmente alcuni dei tratti distintivi del Diavolo. Ci sono due caratteristiche principali, proprie del diavolo: una è l’abilità di mascherare la sua vera identità agli occhi del mondo, grazie a eccellenti capacità dialettiche e recitative; l’altra è una lungimiranza infallibile. Che Kint sia ironico e capace di adattare e adottare i comportamenti alle circostanze appare chiaro fin da subito; ma è la seconda caratteristica demoniaca, la lungimiranza, che sorprende e disorienta lo spettatore. Söze è incredibilmente preciso nel preparare i suoi piani criminali e nel portarli a termine senza il minimo intoppo, non lasciando nulla al caso. Egli ha l’abilità di prevedere con grande accuratezza le conseguenze delle sue azioni, con un’onniscienza che di solito è propria del Divino, nella forma di Dio o del Demonio, appunto. Dopo aver creato la leggenda terrorizzante di Keyser Söze, Kint conclude dicendo: “Keaton diceva sempre: ”Io non credo in Dio, ma ho paura di lui”. Beh, io credo in Dio… e l’unica cosa di cui ho paura è Keyser Söze”. La fascinazione di Kujian è completata. Keyser Söze e Kint, agli occhi dell’agente, non possono essere la stessa persona.

Charles Baudelaire - I soliti sospetti | re-movies
Charles Baudelaire ritratto da Gustave Courbet

È interessante notare come Christopher Mc Quarrie si sia ispirato a un racconto di Charles Baudelaire, di cui in questi giorni ricorre il bicentenario della nascita per la costruzione del personaggio di Verbal Kint/ Keyser Söze. Nel 1864 “Le Figaro” pubblicò il racconto “Le Joueur Généreux” (“Il giocatore generoso”) di Charles Baudelaire. Il personaggio principale incontra e conversa con una manifestazione del Diavolo. “Discutemmo anche dell’universo, della sua creazione e della sua futura distruzione; […] Su questo tema Sua Altezza non era mai a corto di battute scherzose e irrefutabili, e si esprimeva con una soavità di eloquio e con una spassosa tranquillità che non ho trovato in nessun altro celebrato conversatore. […] Non si lamentò affatto della cattiva reputazione che lo circonda in tutte le parti del mondo, […], e mi confessò di aver temuto, per il proprio potere, una sola volta: il giorno in cui aveva sentito un predicatore, più sottile dei suoi confratelli, esclamare dal pulpito: “Miei cari fratelli, quando sentirete vantare il progresso dei lumi, non dimenticate mai che la più bella astuzia del diavolo è convincervi che lui non esiste!”

Confronto all'americana _ I soliti sospetti | re-movies
Gabriel Byrne (Keaton) e Kevin Spacey (Kint)

La fotografia di Newton Thomas Sigel che alterna i verdi, i gialli e gli azzurri fosforescenti degli interni alla luce pastosa e mai limpida degli esterni riesce a rendere perfettamente l’atmosfera luciferina del film. C’è sempre un’idea di ambiguità nei discorsi, nei gesti, nelle situazioni. In una scena pivotale, Kint descrive la figura demoniaca e misteriosa conosciuta come Keyser Söze: “Nessuno ha mai creduto che fosse reale. Nessuno lo ha mai conosciuto o ha visto qualcuno che lavorasse direttamente per lui, ma a sentire Kobayashi, chiunque avrebbe potuto lavorare per Söze. Quello era il suo grande potere. Il più grande scherzo che il Diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che non esiste”. E quando viene ripetuta verso la fine del film, ci sembra di vedere il Diavolo sorridere, guardare dritto in camera e “Buh!”… sparire. Un film che non è solo un twist finale, dunque, ma una complessa rete di riferimenti letterari, filosofici e culturali in una storia che fa dell’ambiguità e dello scarto tra apparenza e realtà il suo punto di forza. Un cult imperdibile, la cui prima visione risulta innegabilmente e quasi universalmente folgorante.

Kevin Spacey- Keyser Soze-I soliti sospetti | re-movies
La scena finale

Nota Bibliografica:

  • “The Devil, the Master-Criminal, and the Re-Enchantment of the World (on ‘The Usual Suspects’), di Joshua Landy, (Stansford University)
  • The Usual Suspects: the meaning of Keyser Soze’s role“, di Nubius (Auralcrave)

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