Rifkin’s Festival, di Woody Allen (2020)

Di A.C.

Ultima fatica di Woody Allen, tra le prime pellicole ad aver inaugurato il ritorno in sala dopo gli ultimi mesi di chiusura. Film che ha affrontato diversi travagli distributivi per via dell’emergenza sanitaria che ne ha posticipato l’uscita prevista lo scorso novembre al mese di maggio, e che inoltre, come il precedente Un giorno di pioggia a New York, ha rischiato anche di entrare nel mirino del boicottaggio in seguito al ritorno di fiamma della vicenda Farrow. Ma tra pandemia e polemiche, infine l’opera del regista newyorchese ha fortunatamente visto la luce della sala.

Una coppia americana si reca a San Sebastian, in Spagna, per presenziare al celebre festival del cinema locale: Mort Rifkin, un vecchio insegnante di cinema con velleità da scrittore mai soddisfatte, e sua moglie Sue, addetta stampa di un borioso regista francese emergente il cui ultimo film verrà proiettato in loco.
La permanenza in terra spagnola farà emergere alcune scomode verità tra i due coniugi, lei innamorata del suo cliente e lui che trova maggiore affinità nell’incontro con una giovane dottoressa del luogo. Ma sarà soprattutto occasione per Mort di rivedere sé stesso e la propria vita e di affrontare apertamente i timori della sua senilità.

Woody Allen fa ritorno in Europa e per la seconda volta in Spagna dopo Vicky Cristina Barcelona, ma senza la patina talvolta cartolinesca di quest’ultimo e con al fianco l’ormai sodale Vittorio Storaro alla fotografia. E ripropone gli stessi elementi che hanno spesso caratterizzato il suo cinema: le fratture relazionali e i dilemmi esistenziali, ma stavolta con un tono più dimesso del solito.
Più volte nel corso della sua carriera Allen ha omaggiato quel cinema europeo di cui è sempre stato amante e debitore, tra Bergman, Fellini, Bunuel e Truffaut, ma qui non si limita al semplice tributo e fa di una riflessione sul cinema in parallelo con la vita il tema principale del racconto.
Mort Rifkin, suo ennesimo alter ego (un ottimo Wallace Shawn), vive nella nostalgia di un cinema passato guardando con diffidenza a quello del presente. Diffidenza propria dello stesso Allen che non nasconde affatto la sua critica ironica e pungente verso l’ambiente festivaliero attuale, più indirizzato verso il glamour che all’arte stessa, compiacente verso un cinema tanto pretenzioso quanto in realtà dozzinale, incarnato dall’odioso Philippe (Louis Garrel), personaggio talvolta tratteggiato con eccesso di caricatura.

Ma all’autoreferenzialità del racconto Allen bilancia con una dolente autocritica, perché nella prospettiva del suo Rifkin, sarcasticamente insofferente verso l’ambiente circostante, c’è anche l’introspezione di un uomo che fa i conti con le proprie mancanze e i propri rimpianti, come il suo romanzo incompiuto più per la paura di esporsi che per l’impossibilità effettiva.
Di qui una sequela di espliciti riferimenti cinematografici nei sogni e nelle visioni del protagonista, tra rivisitazioni di celebri scene di Quarto potere, Persona, Jules e Jim, Fino all’ultimo respiro, L’angelo sterminatore, 8 ½ , Il posto delle fragole e Il settimo sigillo (quest’ultima con un impagabile Christoph Waltz nell’iconico ruolo della Morte che fu di Bengt Ekerot), in cui entra in gioco la mano di Storaro che passa dai colori caldi del sole di Spagna agli intensi b/n. Citazioni né gratuite né autocompiaciute, ma che si collocano all’interno della narrazione di pari passo con gli elementi salienti della vita di Rifkin, il quale (come Allen) trova nel cinema un’ispirazione e un conforto ma non una salvezza come spererebbe.

Rifkin’s Festival è, come tanti film di Allen, una introspezione psicanalitica umoristica ma in cui l'(auto)ironia cede maggiore spazio alla malinconia. Allen dichiara ancora una volta il suo amore per la settima arte e per i suoi maestri, rivedendo soprattutto sé stesso e il suo rapporto con la vita. E quello che ne viene fuori è il bilancio del suo vissuto, una presa di coscienza del suo presente senile e una riflessione dolceamara sulla morte.
Opera forse meno brillante a livello di scrittura e con qualche caduta all’interno del racconto, ma comunque apprezzabile nella sua sincerità emotiva.
Potrebbe trattarsi dell’ultimo capitolo della carriera del regista, ma l’augurio è quello di potere ancora beneficiare di nuove pagine all’interno della sua filmografia.

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