Sembra mio figlio, di Costanza Quatriglio (2018)

di Luca Biscontini

Raramente, negli ultimi anni, a chi scrive è capitato di imbattersi in un film italiano in cui la rigorosità – assai meditata – della forma fosse così perfettamente funzionale a veicolare la profonda eticità del contenuto. L’ultimo film di Costanza QuatriglioSembra mio figlio, è un poema epico in cui è messa in scena l’epopea di chi, vittima di una persecuzione centenaria, dovuta alla differenza di etnia, ha dovuto abbandonare la propria terra, cercando rifugio altrove. Si tratta della popolazione Hazara – una minoranza buddista e sciita – che, fin dalla seconda metà dell’Ottocento, è stata costretta a lasciare l’Afghanistan, dando corpo a una diaspora su cui l’Occidente ha chiuso gli occhi, ritirandosi in un colpevole silenzio.

La forza della narrazione di Quatriglio trova fondamento nel respiro universale che la attraversa, laddove il faticoso percorso intrapreso dal protagonista, Ismail (interpretato da un sommesso ed efficacissimo Basir Ahang, giornalista e poeta residente da anni nel nostro paese) diviene la calzante metafora del processo di soggettivazione che ciascuno di noi compie durante il corso della propria vita. La necessità di ricongiungersi con la madre, da cui – assieme al fratello Hassan (Dawood Yousefi) – si è forzatamente separato quando era ancora un bambino, costituisce un inevitabile passaggio in cui è in gioco la possibilità di riconoscersi in quanto individuo (notoriamente “il volto della madre” è ciò in cui il figlio si specchia per diventare ciò che è).

Se la storia in sé è già dotata di notevole potenza, ad aggiungere un decisivo valore all’insieme è l’elaborazione estetica della regista, che ha saputo tradurre opportunamente in immagini il divenire di Ismail durante il suo tragitto. Nella prima parte del film, sullo schermo sfilano piani stretti sui volti degli attori, perché l’intento era proprio quello di lasciare fuori campo lo sfondo in cui si muovono. I vari personaggi sono, per dirla parafrasando il gergo heideggeriano di Essere e Tempo, “soggetti senza mondo”, drammaticamente sradicati, impossibilitati a divenire se stessi, vittime di un’inusitata violenza. Dopo che Ismail decide di muoversi alla ricerca della madre, raggiungendo i luoghi natii, i campi cominciano ad allargarsi, il paesaggio penetra nelle inquadrature, dando corpo all’ordine simbolico di cui il protagonista è stato colpevolmente privato.

E poi, altro grande merito di Costanza Quatriglio è quello di aver trattato in modo assai riuscito la rappresentazione del tempo. In Sembra mio figlio non è presente un vero e proprio concatenamento cronologico degli eventi (o, comunque, non è ciò su cui la regista ha puntato), piuttosto ciò cui si assiste – e in cui si sprofonda – è una durata emotiva, quella di Ismail, colto in un momento di mutazione interiore decisivo, che solo certe sospensioni e dilatazioni potevano adeguatamente restituire. Il film, infatti, procede per ellissi, perché ciò che davvero contava era mettere lo spettatore in una profonda connessione empatica con il protagonista del viaggio. E in ciò la regista è riuscita perfettamente.

Il finale aperto conferma la volontà di coinvolgere chi guarda, per renderlo ancora più partecipe, convocandolo a chiudere esso stesso la vicenda, nell’intento di farlo diventare più sensibile e responsabile rispetto a una storia dolorosa che non consente di trincerarsi dietro il solito muro di indifferenza.

Sembra mio figlio è un film potente, intenso, commovente e necessario. Un’opera che conferma il grande talento di Costanza Quatriglio, la quale, insieme ad altri registi delle nuove generazioni, potrebbe davvero dare adito a una rifioritura del tanto vituperato cinema italiano. Per questo si consiglia di non mancarlo: si perderebbe l’occasione di fare esperienza di una storia importante – che ci riguarda – e di un cinema dietro cui c’è un’idea forte e giusta.

Una risposta a "Sembra mio figlio, di Costanza Quatriglio (2018)"

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  1. Mohammad Jan Azad , co-sceneggiatore del film “Sembra mio figlio” (2018) di Costanza Quatriglio, più che sceneggiatore, ne è stato l’ispiratore necessario, avendo vissuto sulla propria pelle le cose raccontate nel film. Scappato a 9 anni dall’Afghanistan col fratello maggiore per scampare allo sterminio dell’etnia Hazara, in sette anni attraversa Pakistan, Iran, Turchia e Grecia, per arrivare sedicenne in Italia. Ciascuno di questi paesi viene raggiunto con grandi difficoltà e solo grazie ai risparmi ottenuti lavorando nel paese precedente. Nel 2005 incontra per la prima volta la regista Quatriglio mentre lei sta girando un documentario sui minori rifugiati, ospite in una casa famiglia. Nel 2010 le racconta di essere riuscito, dopo tante ricerche, a rintracciare la madre, nel frattempo risposatasi con un pakistano. Questa è la storia vera interpretata in “Sembra mio figlio”, film che denuncia l’assurda persecuzione dell’antico popolo hazara, e che dimostra come sia ancora più assurdo restare indifferenti od ostili alla sopravvivenza dei rifugiati. Film che fa rabbrividire e indignare, film tuttavia privo di violenza ostentata, duro e delicato, denso di sfumature nei frequenti primi piani, nei dialoghi essenziali, nelle riprese esterne. Un film coraggioso e pudico quanto M Jan Azad , che lo presento’ a Roma, in una proiezione per studenti organizzata dalla Rete degli Spettatori a Roma, al cinema Farnese.

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