An elephant sitting still, di Hu Bo (Cina/2018)

di Girolamo Di Noto

Forse il modo migliore per descrivere in estrema sintesi l’opera prima e tragicamente ultima del regista cinese Hu Bo, An elephant sitting still è il ricordo accorato e commosso del regista ungherese Béla Tarr, suo grande ammiratore, che aveva seguito Hu Bo come tutor durante la realizzazione di un cortometraggio: “Era un uomo costantemente circondato da una tempesta, sempre di corsa, forse sapeva di non avere molto tempo. Voleva avere tutto ora. Non poteva accettare il mondo e il mondo non poteva accettarlo “.

Le parole di Béla Tarr mettono da subito in luce il binomio, in questo caso inscindibile, tra uomo e artista: Hu Bo si è tolto la vita, dopo aver completato il montaggio del film, il 12 ottobre 2017. È difficile poter raccontare il suo film senza lasciarsi condizionare dalla sua vicenda tormentata, dalla sua fragilità interiore; è, a dir poco, quasi impossibile non tener conto che le dimensioni dell’uomo e dell’artista possano essere inestricabilmente legate, tuttavia sarebbe riduttivo credere che l’infelicità raccontata nel film possa ascriversi solo nell’espressione del dolore personale e del male di vivere del regista.

An elephant sitting still è uno straordinario affresco nichilista di un’intera generazione, tormentata dai propri naufragi esistenziali, è un desolante ritratto privo di indulgenza della società cinese, che non sazia il bisogno di vita dei suoi figli, che non dà speranze, capace di schiacciare gli individui, priva com’è di qualsiasi spinta propositiva. Il film si svolge nell’arco di una giornata, dal mattino alla notte, in una città di periferia, dove si intrecciano le vite di quattro personaggi: l’adolescente Wei Bu, costretto a nascondersi perché ha ferito gravemente il bullo della scuola, Yu Shuai, spingendolo giù dalle scale; la sua compagna di classe Huang Ling, che ha litigato con la madre e si è lasciata abbindolare dal suo insegnante; il fratello maggiore di Yu Shuai che si sente responsabile del suicidio del suo amico, che è saltato nel vuoto quando lo ha sorpreso a letto con la moglie; un pensionato, il signor Wang, che non vuole trasferirsi in una fredda e anafettiva casa di riposo solo perché considerato ormai un peso dal figlio.

Quattro personaggi, quattro fallimenti accomunati non solo dalla solitudine ma anche da uno strano desiderio: quello di mettersi in viaggio verso la città di Manzhouli, nel nord della Cina, dove si narra ci sia un elefante che se ne sta semplicemente seduto, immobile e indifferente al resto del mondo. Quel posto rappresenta per loro un appiglio a cui aggrapparsi, la fuga dalla situazione di stallo che stanno vivendo. L’elefante agli occhi dei personaggi conserva un dominio interiore che nessuna oppressione esterna può perturbare.

Questa forma di atarassia richiama alla mente il Cinismo, quel movimento filosofico che nacque nella Grecia del IV secolo a.C. intorno a Diogene di Sinope. Per il cinico la felicità aveva bisogno di tre condizioni indispensabili per essere conseguita: l’autarchia, cioè l’attitudine a bastare a se stessi, l’apatia che permette di essere impassibili in ogni circostanza e infine la libertà. Il cinico arriva a limitare i propri bisogni e a realizzare una serenità totale che permette di affrontare senza il minimo turbamento i capricci della fortuna. L’elefante, in tal senso, potrebbe essere considerato come modello concreto di autarchia. Trae la sua forza dalla propria impassibilità dinanzi al destino.

Questo leggendario elefante distaccato dalla realtà soggioga i protagonisti del film, rappresenta per alcuni un’ossessione, una via di fuga dove “andare a dare un’occhiata”, per altri come il vecchio Wang il fallimento per qualsiasi tentativo di cambiamento: “Ti conviene restare – dice rivolto a Wei Bu- perché lì fuori è tutto uguale”.

An elephant sitting still investe da subito lo spettatore di emozioni immediate e Hu Bo non usa tanto le parole ma lunghe inquadrature, primi piani, sfondi sfocati per raccontare lo smarrimento di questi personaggi. Con la macchina a mano segue il loro vagare senza meta, analizza con spietatezza un mondo crudele in cui una scuola chiude e si accorpa ad un’altra, indifferente al destino della maggior parte degli studenti che finiranno per vendere cibo per strada, mette in luce una società priva di capisaldi, contrassegnata da sopraffazione, povertà, incomunicabilità.

I quattro personaggi fuggono da questa fredda e spietata realtà: ciascuno è isolato e chiuso nella sua asfissiante bolla e nessun conforto può venire dalla famiglia, una delle istituzioni più messe sotto accusa nel film. Wei Bu è cacciato dal padre aggressivo, Ling non trova nella madre un’alleata, ma una donna anaffettiva, Wang è un peso per il figlio. Quattro personaggi giunti al capolinea prima ancora di partire: un viaggio interiore che, come direbbe Nietzsche, sembra “un eterno precipitare”, una fuga da un mondo pesante, insensibile ma non è detto che altrove sia diverso.

“Credi che trasferirti in un altro luogo cambierà il tuo fato? È una stronzata. Nuovi luoghi, nuovi dolori”. Sono le parole che dice il vicepreside a Huang Ling, sembrano le parole che Hu Bo rivolge a se stesso. I personaggi fluttuano in un mondo dove quello che c’è da capire è stato già compreso, quello che c’è da scoprire è stato già scoperto. L’amara consapevolezza che tutto non possa cambiare ristagna sui volti, sui corpi, sul perenne grigiore delle loro anime, si accumula, si insinua nei gesti eppure trova la forza di scontrarsi con il desiderio di raggiungere Manzhouli e cercare di capire il segreto dell’elefante. Riusciranno ad essere felici e trovare la pace dei sensi? Riusciranno a non angustiarsi e considerare le cose indifferenti e perdere del tutto, a dirla con Leopardi, “il tatto e il senso dell’animo”? An elephant sitting still resta uno degli esordi più folgoranti della storia del cinema, una testimonianza poetica, tragicamente definitiva. Un barrito nel cuore della notte.

Il film è visibile su Raiplay

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