Midnight in Paris di Woody Allen (Usa, 2012)

di Simone Lorenzati

“Che Parigi esista e qualcuno scelga di vivere in un altro posto nel mondo sarà sempre un mistero per me”

Gil (Owen Wilson)
Locandina

Parigi, le sue strade, i suoi tetti, la pioggia e la sua magia notturna. E’ esattamente qui che si realizza il sogno di Gil, sceneggiatore hollywoodiano con ambizioni da scrittore, in vacanza con la futura moglie Inez, nonché e i genitori di lei, borghesi, repubblicani e terribilmente superficiali.

Ai rintocchi della mezzanotte una vecchia Citroen viene a prelevare Gil, facendolo divenire una sorta di Cenerentola a rovescio, e lo porta negli anni venti, l’epoca che lui più adora ed idealizza. Conosce sia Zelda sia Scott Fitzgerald, ascolta Cole Porter suonare e cantare dal vivo, parla di letteratura, ricevendo insegnamenti di vita, dal macho Dalì (divertente cameo di Adrien Brody), si confida con Man Ray, Buñuel e Hemingway, fa leggere il proprio romanzo a Gertrude Stein, ma, soprattutto, si innamora di una donna bellissima quanto raffinata, una delle amanti di Picasso.

Midnight in Paris racconta tutta la filosofia di Woody Allen, alle prese con un’opera notevole, vuoi nelle tematiche, vuoi nello stile estetico. Ed ecco apparire tutta la magia di Parigi, con l’arte e la poesia che divengono un antidoto alle insensatezza ed alle delusioni della vita, delusioni che ci sono, eccome, anche all’interno della pellicola. Cosa ne esce è una storia che amalgama dolce ed amaro, nevrosi ed illusioni. Gil è un sognatore, un idealista, un amante dei negozi d’antan, il che lo allontana ulteriormente dalla, a sua volta eccessivamente concreta, Inez, interpretata da una buona Rachel McaAdams (quando non eccede nelle smorfie e nelle espressioni antipatiche).

I due rappresentano, in contrasto tra loro, tesi e antitesi che caratterizzano la filosofia del regista e Allen, cosa invero piuttosto rara, pare anche raggiungere una sintesi fra i due opposti. E, se davvero non la raggiunge in pieno, quantomeno vi arriva ad un passo.

Scenografia, costumi, ricostruzioni storiche, senza dimenticare il montaggio, le luci e i piani sequenza, sono tutti quanti assolutamente ineccepibili. E poi gli attori: Owen Wilson è bravo: occhi grandi perennemente spalancati, aria assolutamente stupita o perplessa e presenza scenica più che buona. Notevolissima è anche Adriana, interpretata da un’incantevole Marion Cotillard, tanto bella da essere e amata e dipinta da Picasso. Anche lei, esattamente come Gil, è convinta che in un’altra epoca sarebbe più felice.

La sindrome dell’epoca d’oro è problematica psicologica infinitamente dolce, limitandosi all’illusione che in altra epoca storica si sarebbe stati più felici. Si tratta, sostanzialmente, di un’utopica illusione. Si crea un parallelo con l’arte, che rappresenta una scappatoia sublime all’inadeguatezza e alla mancanza di senso della vita.

Woody Allen pare proprio aggrapparsi a tutto ciò, all’arte, al sogno, al passato, non volendo arrendersi al nulla esistenziale. E se, chiaramente, un amore tra epoche differenti non sarà mai possibile, cosa davvero può, invece, succedere, è che la cornice di una incantevole Parigi sotto la pioggia faccia da sottofondo per un nuovo amore, quello vero, quello che sai che ti scoppia dentro. Anche quando, ti pareva, che la tua strada fosse già scritta per sempre. Eppure non puoi mentire. Agli altri ma, primariamente, a te stesso.

Ma dai, anche tu ami camminare sotto la pioggia? Ed ecco che tutto si pervade di magia, con un Allen che racconta Parigi e gli anni venti a modo suo, la città e un’epoca veramente d’oro come luoghi e tempo della mente, del cinema, della letteratura, della nostalgia, del jazz. Il viaggio nel passato, insieme ai vari riferimenti storici e letterari, rappresentano senz’altro la parte più godibile, e stilisticamente ineccepibile, del film. Come sempre, del resto.

Insomma un Woody Allen disincantato e lucido, ben consapevole che dai sogni ci si debba risvegliare. Ed eccolo qui, in primo piano, il compito dell’artista: non fornire false speranze, bensì rendere la realtà meno opprimente.

E se a fare da cornice a tutto ciò vi è un amore autentico, beh allora ne trarranno giovamento e l’artista e la vita.

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