Welcome Venice, di Andrea Segre (2021)

di Andrea Lilli –

Sta per iniziare la 78. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Con Welcome Venice, appassionata dichiarazione d’amore per questa città e schiaffo in faccia a chi la tradisce, Andrea Segre apre nel modo migliore le Notti Veneziane, spazio off della Biennale Cinema realizzato dalle Giornate degli Autori. Riprende a raccontare Venezia là dove si era fermato con Molecole (2020), documentario autobiografico girato improvvisamente durante il primo lockdown. Riparte da quei pescatori che ancora resistono su fragili barche all’inarrestabile aqua alta del turismo di massa, lo tsunami del Business che schèi alla mano spinge fuori città i veneziani, ristruttura le loro case in bed&breakfast, moltiplica bar pizzerie ristoranti e cancella i mestieri tradizionali, trasformando definitivamente la città più bella del mondo in un enorme museo-albergo consegnato ai tour operator e agli agenti immobiliari.

I pescatori qui sono due fratelli: Toni e Pietro. Sono moecanti, vivono cioè della pesca dei granchi tipici della laguna, le moéche. Abitano alla Giudecca nella casa che era del padre, da cui hanno ereditato anche l’arte del loro mestiere. Un lavoro paziente e duro che un terzo fratello, il molle Alvise, ha preferito evitare per mettersi invece nel giro più remunerativo della ricezione turistica. Alvise affitta appartamenti, vende pacchetti vacanza completi di alloggio, spostamenti e visite guidate.

Tre fratelli. Da sinistra: Pietro (Paolo Pierobon), Alvise (Andrea Pennacchi), Toni (Roberto Citran)

Ogni giorno Toni e Pietro si alzano prima dell’alba, ripetono gesti sapienti e antichi nell’attraversare la laguna, nel camminare sui fondali incerti, nel disporre nasse e reti, nel dividere i granchi commestibili da quelli troppo vecchi da mangiare o allevare. Ogni giorno, Alvise si mette giacca e cravatta, si stampa in faccia un sorriso e accoglie/congeda con il solito benvenuto/arrivederci di circostanza turisti di tutti i tipi di portafoglio; oppure si mette a pescare nuovi clienti, nuovi appartamenti. La Giudecca è un’isola (un gruppo di isolette) della laguna ancora relativamente indenne dal turismo di massa: le vite dei tre fratelli non si incrociano, scorrono parallele, ma un giorno Toni – il maggiore – resta vittima di un incidente, spirando tra le braccia di Pietro.

Un terzo della proprietà della casa va in successione alla vedova di Toni, che però non ce la fa a tirare avanti da sola, così il predatore Alvise fiuta il grande affare: comprare le quote di Toni e di Pietro, trasformare l’immobile in una struttura ricettiva di lusso, inedita per la Giudecca, confezionare un’offerta turistica esclusiva puntando al consumo d’élite. Mette a punto il progetto con il genero, uno speculatore rampante. Per realizzare il piano però deve vedersela con Pietro, roccioso nel rifiutare di vendergli la sua parte, ostile all’idea di prender casa altrove e campar di rendita, non importa con quanti soldi.

Andrea Pennacchi e Paolo Pierobon: due interpretazioni eccellenti

La casa alla Giudecca è sempre stata il centro di gravità della tribù familiare: nonni, zii, nipoti e affini si riuniscono ancora lì per festeggiare compleanni e ricorrenze. Per Pietro è più di un’abitazione: è la sua storia, la sua vita, la sua sicurezza, la sua seconda pelle, l’identità sua. Il benessere di una terza età inerte da estinguere nell’appartamento sulla terraferma proposto da Alvise, non lo attrae. Resta invece legatissimo alla memoria di Toni: il fratello maggiore lo aveva aiutato a rifarsi una vita dopo un periodo in carcere, nel momento più difficile, riaddestrandolo a pescare e accettandolo come socio. Estirparsi dalla sua terra, dalla sua acqua, dal suo sapere: cambiare vita, depositarsi nullafacente in un anonimo altrove gli sembra impensabile, assurdo, inaccettabile. Tanto più che ha iniziato ad addestrare al mestiere il prossimo moecante.

Segre è abile nel gestire il cast estraendo da ogni attore, con il tratto principale del personaggio rappresentato, le nascoste contraddizioni: l’avidità di Alvise è cieca, ma percorsa dal disagio di chi in qualche angolo sano di sé avverte di star per fare una violenza, un sopruso imposto dal dio Denaro. Da parte sua, Pietro ha un’ottima occasione per far sì che quel verme molesto del fratello sparisca dalla sua vista, ma non ne approfitta: il suo odio non è così spietato. Tutti i ruoli sono calibrati, realistici, eppure mai banali; di ogni figura principale e secondaria (la figlia e la moglie di Alvise, perfino la barista) si riesce ad intuire lo spessore intimo grazie a poche ma precise pennellate, nei dialoghi come nei silenzi, o nei commenti musicali (Pietro che festeggia il 55° compleanno canticchiando Human Fly dei Cramps, dopo che dal nipote tutti hanno ascoltato commossi Nina ti te ricordi di Gualtiero Bertelli).

La saggia barista (Sandra Toffolatti): empatica, ma coi piedi per terra

L’assedio mosso da Alvise e parenti contro un Pietro rimasto solo avrà uno sbocco coerente con la storia attuale di Venezia, di cui questa breve saga familiare è parabola tagliente. Ma se un fratello è destinato a vincere il bottino, l’altro non perderà la guerra sugli altri valori, quelli più importanti: la scena finale lascia a bocca e cuore aperti.

Andrea Segre è presente a Venezia anche con un mediometraggio programmato il 31 agosto in preapertura, La Biennale di Venezia: il cinema al tempo del Covid, un diario in presa diretta della scorsa edizione della Mostra. In realtà Segre ha girato assai più documentari che fiction, forse proprio per questo nei film di finzione il suo stile è così asciutto, essenziale, cool. E qui, allo stesso tempo, emozionante: è contagioso questo profondo amore per Venezia e i veneziani, dovuto certamente alla sua biografia, ma aumentato dall’allarme per la rapida decadenza in cui sta precipitando la città. La qualità del film è anche il risultato del lavoro in perfetta sinergia di due fidati collaboratori del regista: lo sceneggiatore Marco Pettenello e il direttore della fotografia Matteo Calore. Difficile scovare angoli inediti nel posto più fotografato del mondo: loro ci sono riusciti. Le calli, i canali della laguna, i dialoghi in dialetto, gli interni, le luci, i colori: autentici e semplicemente meravigliosi.

– 31.8.2021

  • a Venezia il 1. settembre, nelle sale dal 9

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