Molto forte, incredibilmente vicino, di Stephen Daldry (2011)

di Marzia Procopio

11 settembre 2001, il giorno che cambiò per sempre il mondo rivelandoci che nemmeno noi eravamo al sicuro e così sancendo la perdita di ogni residuale innocenza. Ciascuno di noi ricorda dove si trovava quel giorno, ciascuno conserverà sempre nella memoria le immagini dei due aerei che si schiantano sulle torri del World Trade Center, le voci disperate delle persone intrappolate che lasciavano in segreteria telefonica strazianti messaggi d’addio, e da ultima, l’immagine più intollerabile di tutte, quel falling man che ha dato poi il nome a un romanzo di Don De Lillo e che più di ogni altra testimonia il disperato senso di attaccamento alla dignità di chi preferisce scegliere come morire e di fronte al fuoco sceglie il vuoto, l’aria, la velocità.

Per il mondo fu uno shock tale che nemmeno il cinema ha saputo metabolizzare e raccontare senza eccedere: ne sono venuti, così, il documentario di Michael Moore Fahrenheit 9/11, un atto d’accusa contro l’allora presidente George W. Bush; 11 settembre 2001, uscito esattamente l’anno dopo l’attentato, lavoro corale di registi del calibro di Youssef Chahine, Amos Gitaï, Alejandro González Iñárritu, Shohei Imamura, Claude Lelouch, Ken Loach, Samira Makhmalbaf, Mira Nair, Idrissa Ouedraogo, Sean Penn e Danis Tanovic, che filmano ciascuno la propria storia in episodi della durata di 11 minuti, 9 secondi e 1 fotogramma, ovvero 11’09’’01; World Trade Center di Oliver Stone, che guarda alla tragedia dal punto di vista dei soccorritori, con Nicolas Cage e Maggie Gyllenhaal; United 93, dell’inglese Paul Greengrass, dedicato ai passeggeri, all’equipaggio e ai controllori di volo che quel giorno furono coinvolti nella tragedia del Boeing 757 diretto a San Francisco, il quarto aereo dirottato.

Stasera in tv, alle 21.10 su Canale 5 e su LA1, canale ND, andrà in onda Molto forte, incredibilmente vicino di Stephen Daldry (regista tra gli altri di The hours, The reader, Billy Elliot) basato sul bestseller omonimo di Jonathan Safran Foer – molto criticato, alla sua uscita nel 2005, perché precoce rispetto all’enormità della ferita. In realtà, è difficile dire quali siano i tempi giusti per affrontare un evento come quello delle Torri Gemelle, ed Extremely loud, incredibly close offrì almeno, alla sua uscita nel 2011, una prospettiva decennale sugli eventi, facendo però risalire alla coscienza tutto il dolore di quel giorno e degli anni a venire.

Straziante e a volte furbo, perché senz’altro teso a provocare emozioni senza offrire un punto di vista, la possibilità di una metabolizzazione condivisa, un orizzonte che vada oltre la temporanea catarsi, il film di Daldry racconta gli eventi dell’11 settembre attraverso gli occhi dell’undicenne Oskar Schell (Thomas Horn), un precoce bambino newyorkese il cui padre Thomas (Tom Hanks), un gioielliere che stava visitando una delle Torri Gemelle l’11 settembre, viene ucciso durante l’attacco. Oskar e suo padre hanno un rapporto molto più stretto e complice di quello che il bambino ha con la propria madre, interpretata da Sandra Bullock. Per dare un senso alla tragedia della perdita, Oskar, che è anche voce narrante, si propone di portare a termine una missione impossibile: dopo aver scoperto, in una busta contrassegnata con il nome “Black” chiusa nell’armadio di suo padre, una misteriosa chiave, il bambino decide di cercare la serratura rintracciando tutte le 472 persone di nome Black elencate in tutti i distretti di New York.

Inizia così la sfilata dei suoi incontri, il più delle volte brevi e umanamente deludenti. In alcuni casi, come quello che coinvolge una donna di nome Abby (Viola Davis), si ritrova innocentemente coinvolto in una crisi domestica. Dopo qualche tempo, Oskar conquista un alleato nella sua ricerca: è un anziano, interpretato con delicatezza da Max von Sydow, conosciuto solo come “l’affittuario”, che vive in fondo al corridoio dalla nonna di Oskar (Zoe Caldwell). Questo dignitoso e misterioso personaggio è muto per scelta; tutto quello che ha da dire è scritto su un taccuino; affascinato da lui, Oskar inizia a pensare che il vecchio sia in realtà il nonno perduto da tempo. È un ragazzo stanco, Oskar: la sua precocità e l’ossessività con la quale affronta il compito che si è dato per fronteggiare, accogliere e superare il suo enorme dolore, sono legate a una possibile diagnosi di Asperger, anche se “I test sono stati inconcludenti” – commenta seccamente nella voce fuori campo.

Il giovanissimo Thomas Horn, anch’egli bambino prodigio, lo interpreta senza arrendersi mai, anche per la forte direttività di Stephen Daldry, così che il titolo del film potrebbe attagliarsi tanto al carattere di Oskar quanto ai tragici eventi dell’11 settembre. Hanks e Bullock sono bravi, anche se il loro tempo sullo schermo è piuttosto breve; ma la dinamica centrale – la ricerca di significato da parte di Oskar nella morte di suo padre – è oscurata dalla frenetica odissea del ragazzo, che assume rapidamente una vita propria configurandosi come un coming of age senza più legami con l’11 settembre. È solo verso la fine, quando vengono trasmessi i messaggi telefonici sempre più preoccupati di Thomas, che il film ritorna nel suo alveo. In questo scenario di recitazione eccessivamente emotiva, le interpretazioni sfumate e smorzate di Von Sydow e Davis, anche se ha solo poche scene, sono come un balsamo. Daldry e il suo sceneggiatore Eric Roth commettono un errore, quello di mostrare corpi che cadono dalle Torri Gemelle – è un errore perché il loro potere iconico sembra più strumentale che catartico – ma per il resto, intelligentemente, si astengono dal tirare fuori tutte le immagini tragiche di cui pure avrebbero potuto disporre. Non ce n’è bisogno: “Il futuro era questo, il futuro c’era appena stato.” (Don DeLillo)

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