I’m your man – di Maria Schrader (GER 2021)

di Paola Salvati

Cosa c’è di male nell’essere felici?”

Alma ha tre settimane per testare un prototipo di robot: questa è l’offerta di un collega e amico in cambio di finanziamenti per il suo progetto. 

Lei è un’affermata archeologa del Museo di Berlino, da anni impegnata in un lavoro di ricerca talmente importante e dispendioso da indurla ad accettare l’assurda proposta.

Tom è l’androide dalle perfette sembianze umane, programmato secondo i desideri della sua partner, consapevoli o meno e di qualunque natura, allo scopo di renderla felice.

La scettica Alma, lontana dall’idea di relazione e di romanticismo, si troverà inevitabilmente a fare i conti con se stessa, grazie all’uomo dei suoi sogni.

La creazione di esseri artificiali ha da sempre avuto spazio nella letteratura e nel cinema, portando con sè il fascino di una loro possibile e autonoma evoluzione. 

A partire da ‘Metropolis’ di Friz Lang, capolavoro del cinema muto del 1927, fino al più recente ‘Ex Machina’ di Alex Garland, del 2015; da Maria ad Ava, passando per Joanna, umana protagonista in due film tratti dal romanzo satirico di Ira Levin, ‘La fabbrica delle mogli’ (1975) e ‘La moglie perfetta’ (2004), ribelle nel primo e sottomessa grazie ad un microchip nel secondo; poi la robot/domestica che sviluppa sentimenti di possesso e gelosia verso il suo padrone di ‘Io e Caterina’(1980), coraggioso ed unico tentativo del cinema italiano, diretto ed interpretato da Alberto Sordi; fino alla sola voce di Samantha, intelligenza artificiale di “Her” (2013), capace di trasmettere emozioni tali da far innamorare, secondo l’idea geniale del regista Spike Jonze.

Gli androidi femminili hanno ispirato la fantasia di scrittori e registi, i quali hanno inventato e proposto la donna ideale, pronta a soddisfare ogni desiderio dell’uomo.

In ‘I’m your man’ c’è un’inversione: è l’uomo ideale ad essere a disposizione della donna, non tanto per servirla, quanto con lo scopo più elevato di renderla felice.

È questa la vera novità che l’arguta e sofisticata storia porta nel panorama cinematografico.

Non un robot servitore, come ne ‘L’uomo Bicentenario’ (1999), dove un superlativo Robin Williams prende coscienza di sè e stabilisce un rapporto empatico e d’amore con l’essere umano.

Non intelligenze artificiali rese schiave per poi finire per diventare spietate, violente e vendicative , come i replicanti di ‘Blade runner’, capolavoro del 1982 di Ridley Scott.

“non essere stupito se questo va al di là del tuo algoritmo: questo è umano!”

Tom non è schiavo, non è un domestico, non viene creato per servire, ma per essere d’aiuto, di compagnia, per soddisfare i bisogni di cui l’essere umano non è nemmeno conscio. Un androide così mite e rassicurante da essere perfetto. Dall’incontro avvenuto in una sala da ballo, dove l’imbarazzo e la ritrosia della non più giovane donna svaniscono presto, grazie ad un effetto sorpresa leggero e spiazzante, Alma percorrerà tutto un ventaglio di sensazioni, inviando alla fine dell’esperimento la sua relazione all’azienda Terrareca, produttrice del prototipo.

Maren Eggert, premiata con l’Orso d’argento come Miglior attrice protagonista, dà una straordinaria interpretazione della pragmatica scienziata Alma, disillusa in amore e legata indissolubilmente solo al suo lavoro. 

Dan Stevens, reduce dal successo di Downtown Abbey, si è calato perfettamente nei panni dell’umanoide Tom, con un attegiamento divertito, abili movenze artificiali e quel prezioso accento inglese con cui sfuma la sua recitazione in tedesco, più che mai funzionale rispetto alla storia.

La regìa impeccabile di Maria Schrader si muove con delicatezza tra le strade semi-deserte di Berlino e gli esterni in Danimarca durante la pandemia, contrapponendo immagini di un grande e moderno condominio all’antico museo. Lei stessa cura anche l’ottima sceneggiatura, insieme a Jan Schonburg, dove un’idea futurista viene perfettamente integrata in una città di oggi, senza effetti speciali o elementi abbaglianti, e dove è forte il legame con il passato, rappresentato dal solido baluardo del Pergamonmuseum.

Pluripremiato ai German Film Awards, come Miglior film, Miglior Regia, Miglior sceneggiatura e Miglior Attrice, questo film tedesco ha il pregio di lambire la fantascienza solo in parte e in modo raffinato, dando spazio ad una riflessione filosofica sui bisogni profondi dell’essere umano, in un elegante mix con il genere drammatico, romantico, ironico decisamente innovativo.

È la perfezione che rincorriamo? Siamo certi che questo possa renderci felici? Cosa rende umano l’uomo? E saremmo disposti a rinuciarvi per avere accanto l’uomo ideale?
La risposta tocca alla collaudatrice di questa invenzione, ad Alma, ma è intelligente spunto di riflessione per noi tutti.

“Quanto tempo saresti stato ad aspettare?”
“Fino al tuo arrivo.”

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