No, i giorni dell’arcobaleno, di Pablo Larrain (2012)

di Simone Lorenzati

No, i giorni dell’arcobaleno” racconta le vicende della campagna referendaria del 1988, quando Augusto Pinochet, pensando di rafforzarsi, chiese ai cileni se lo volessero ancora al potere fino al 1997, oppure se volessero interrompere la dittatura. E parecchio a sorpresa, vinse il no. Come abbia trionfato l’opposizione, e come ci si sia liberati del potente dittatore, è esattamente ciò che il film racconta. In quel 1988, per la prima volta, i partiti di opposizione poterono far sentire la loro voce anche in tv. In sostanza erano previsti degli spot di 15 minuti ogni settimana – sia per il governo sia per le tredici formazioni dell’opposizione, tutte unite nel fronte del no.

Larraín, che parte da una piéce di Antonio Skarmeta – Referendum – racconta come andarono le cose nei mesi di quella forsennata campagna elettorale. E ci riesce così bene che sembra di essere dentro quel tempo, di viverne le palpitanti attese. Insicurezza mista a speranza, e pure le paure causate dalla polizia politica e dalle non poche minacce fisiche e psicologiche.

Vi è, va detto, un personaggio principale che fa da perno all’intera vicenda, ed è il giovane pubblicitario René Saavedra, tornato in Cile dopo anni di esilio in Messico – l’attore è Gael García Bernal – decisamente a proprio agio nel suo mestiere, consapevole di come l’arma pubblicitaria abbia la forza di imporre opinioni. Lavora in una grossa agenzia, il cui capo è vicinissimo al potere politico, tanto da condurre e costruire in prima persona la campagna per il sì.

Il capo per il sì, il sottoposto per il no. René vede in questa impresa una sfida pure professionale e la gioca in prima persona, anche contro il parere di molti uomini politici che vorrebbero una campagna basata su motivi e temi sociali, economici o politici, temi quali le torture, la fame, la disoccupazione, oppure ancora la scomparsa dei famosi desaparecidos.

E così, a questa impostazione drammatica, René contrappone una visione basata totalmente sulla speranza di una rosea ed arcobalenica felicità, una felicità che è pronta ad arrivare.

Magnifici e rivelatori, nella loro imbecillità, al contrario, sono poi gli spot del sì, con un Pinochet che diviene il buon papà, l’uomo della provvidenza, il politico che pensa di essere eterno, ed eternamente amato.

Questo No non ha nulla, in sé, di trionfalistico, non rimarca il progredire verso una vittoria, ma piuttosto guarda a quel 1988 come a un momento in cui lo scontro con il regime può vincere, unicamente utilizzando i metodi della propaganda pubblicitaria più bieca, ricorrendo a gruppi di famiglia felici e saltellanti, a ballerini e ballerine che danzano per la democrazia, ad un supereroe che avanza verso un futuro meraviglioso. E la propaganda del potere e del sì, a sua volta, toccata nel vivo, deve rincorrere e scimmiottare questa del no.

Quello che fa di No un grande film è anche un’altra cosa: è il suo adottare, come forma di costruzione delle immagini girate al presente, ma ambientate nel 1988, la stessa bassa definizione delle immagini di allora. Non c’è nessun salto di tono, di composizione, di colore o di grana tra il film girato oggi ed i materiali storici di oltre vent’anni prima.

Fin dalle prime inquadrature, in cui vediamo l’esile Gael Garcia Bernal spostarsi agilmente in skateboard per le strade di Santiago, veniamo risucchiati in un passato ricostruito con precisione assoluta. Per riprodurre il look visivo tipico degli anni Ottanta, Pablo Larrain utilizza cineprese d’epoca a bassa definizione, unitamente ad un formato ristretto, generando nello spettatore la sensazione di trovarsi di fronte a materiali d’archivio – presenti anch’essi – ed accostati con notevole intelligenza alle immagini fictional.
E la opera meticolosa di ricostruzione della Santiago che fu emerge prepotente anche dagli arredi, dai costumi, dal look degli interpreti e dalle scene di massa. Renée Saveedra, peraltro non è mai esistito, eppure è credibilissimo il passionale Gael Garcia Bernal nei suoi panni.

Saveedra – nato dalla sintesi di due figure reali, Jose Manuel Salcedo ed Enrique Garcia, che compaiono anche in un brevissimo cameo – è, come accennato, un giovane creativo esperto di marketing che lavora per campagne pubblicitarie internazionali.
A fronte di una ex compagna militante – quella Antonia Zegers che gli ha affidato il figlio per dedicarsi anima e corpo alla causa politica, contestando Pinochet nelle piazze – Renée, figlio di un dissidente esiliato, ha scelto il basso profilo concentrandosi principalmente sul lavoro. E’ proprio la sua abilità di creativo che spinge il fronte del NO ad assumerlo per ideare la loro campagna televisiva, in onda nel ridotto spazio notturno concesso dal regime.

Tra spot paternalistici e drammatici, tra violenti scontri con la polizia e minacce più o meno velate, la pellicola si avvia verso l’epilogo grazie ad una narrazione appassionante e ad un montaggio superbo, opera di Andrea Chignoli. Man mano che si avvicina il giorno del referendum, e inaspettatamente crescono i consensi intorno alla vivace campagna ideata da Saveedra, aumenta la pressione del regime sugli oppositori.

Larrain agisce al tempo stesso su cervello e pancia dello spettatore, sapendo mantenere uno sguardo lucido mentre mostra le nefandezze operate dai funzionari di Augusto Pinochet. E tra questi spicca proprio l’ambiguo Lucho Gusman, il superiore di Saveedra, interpretato da Alfredo Castro.

I libri di storia, ovviamente, ci anticipano il finale del film, eppure la tensione non verrà mai meno durante l’intero arco dell’opera. E se la televisione a colori è la vera responsabile del profondo cambiamento dal paese, Larrain, al contempo, schiva facili certezze consolatorie sollevando questioni estremamente complesse, quali, ad esempio, l’opportunità, o finanche la moralità, di utilizzare gli stessi strumenti di cui si serve l’imperialismo occidentale per creare desiderio, sebbene applicati ad un bene immateriale come la democrazia.

Lungi dal fornire risposte, il regista ribadisce, tuttavia, una sola e profonda certezza, ovvero la supremazia del potere dell’arte che, quando viene gestita con intelligenza e sensibilità, è in grado di nutrire la mente del fruitore. Ed è così che l’opera di valore spinge il pubblico a porsi delle domande, ad una riflessione che significa – già di per se stessa- crescita ed emancipazione. Una emancipazione che può portare anche al tramonto di una dittatura.

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