Ai confini del male, di Vincenzo Alfieri (2021)

di Roberta Lamonica

“Sono stanco di come vanno le cose rispetto a come dovrebbero andare”.

l’Orco
Locandina

Un rave nel bosco, due famiglie disperate, una madre sola dalla storia difficile in cerca della figlia scomparsa e un carabiniere con un passato che lo ha devastato irrimediabilmente. Il terrore del ritorno di un assassino che dieci anni prima ha terrorizzato il paese, porta il capitano Rio e il tenente Meda, due carabinieri dalle personalità diametralmente opposte, a indagare insieme per risolvere un caso che diventa determinante per la vita da entrambi e scoprire una verità che ribalta completamente le premesse iniziali.

Ai confini del male: Atmosfere cupe e personaggi tridimensionali

Ai confini del male, in visione su Sky Original dallo scorso 1 novembre, è la libera trasposizione cinematografica del romanzo ‘Il confine’ di Giorgio Glaviano. Al suo terzo lungometraggio, il regista Vincenzo Alfieri, che ha sceneggiato il film con Fabrizio Bettelli e lo stesso Glaviano, mette in scena una storia nera come un pozzo profondo e spaventoso, che si materializza tra le insospettabili e amene colline laziali. Marciume sepolto in piccole comunità chiuse in contesti sociali rigidi e unite nella tacita accettazione di giri, ambienti e personaggi immorali e morbosi; atmosfere sospese e inquietanti; drammi irrisolti che pesano come macigni sul presente; l’isolamento e l’invisibilità degli ultimi che tra grida soffocate urlano la loro disperazione.

Edoardo Pesce/Meda

Le geografie disorientanti, i colori lividi e le atmosfere orrorifiche del film, inserirebbero Ai confini del male nel filone del giallo all’italiana, ma la confezione accattivante fin dai titoli di testa e tutto l’impianto tecnico, dalla fotografia alla regia, al montaggio, ammiccano a prodotti oltreoceano dello stesso tipo.

Il contrasto tra la natura slenziosa, imperturbabile ma unica vera testimone di fatti mostruosi e la mostruosità di quegli stessi uomini le cui vite di facciata non bastano a mantenerli imperturbabili, è reso in modo convincente da Rio (Massimo Popolizio), sua moglie Antonella (Roberta Caronia) e il conte Bazzini (Paolo Mazzarelli); mentre Meda (Edoardo Pesce), Nevena (Chiara Basserman) e Pozzi (Marcello Prayer) incarnano come una dolente elegia ciò che resta di quegli esseri umani a cui la vita ha tolto tutto.

Rio e Meda, due carabinieri ma soprattutto due uomini, determinati a profondare uno nella palude nera di un segreto indicibile e l’altro a provare a riscattarsi da un dolore altrettanto indicibile.

Rio

Alla solitudine di un contesto antropologico e geografico indistinto, inospitale e ferito, si sovrappone la solitudine agghiacciante dei protagonisti, dunque. Meda, l’uomo devastato dal dolore che la società e le istituzioni sembrano non aver saputo recuperare e che consuma la propria vita tra rapporti sessuali occasionali e manifestazioni di violenza gratuita; e Rio, uomo di sistema, integerrimo e forte, addestrato a non mostrare dolore e a restare distaccato anche quando il più grande dolore è la sua stessa famiglia a procurarglielo.

Meda e Rio

Tridimensionalità e ambiguità, luci (poche) e ombre (molte), sono la cifra dei due protagonisti ma anche di tutti gli altri personaggi del film, mai piatti o banali, ma sfaccettati e credibili che un cast in stato di grazia mette in scena in modo stratificato.

Genitori, figli e cortocircuiti emotivi

“Se sogno il passato mi batte forte il cuore. Da te avrei dovuto imparare. Ma non ti ho dato il tempo. Mi dispiace di averti fatto piangere, mi dispiace se ti ho ferito. Ora so che un figlio non è paura d’amare: è paura di perdere”.

Meda

Tramite uno stile visivo accattivante – il regista ha citato tra i suoi riferimenti Prisoners, di Denis Villeneuve e il David Fincher di Seven – Alfieri si addentra in un’indagine dolorosa ma parziale sulla genitorialità mettendo al centro del suo thriller psicologico il rapporto tra genitori e figli nella complessità di una società senza più alcun punto di contatto con i propri nuclei fondanti. Corti circuiti comunicativi, inversioni di ruoli, perdita di valori, causano fratture emotive e un allontanamento insanabile. A pranzi e cene silenziosi, dove la rigida etichetta, il disamore e il rancore o anche l’indifferenza e la stanchezza si sostituiscono a attenzioni e cura, fanno da contraltare il frastuono del rave, la rabbia di Nevena, la violenza pre razionale di Meda e il pianto bambino di quei giovani, tanto più inarrestabile quando purtroppo il male è arrivato al…confine.

Meda e Luca

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