Non cadrà più la neve, di Małgorzata Szumowska e Michał Englert (2020)

di Andrea Lilli –

Un uomo (Alec Utgoff) arriva in città (Varsavia) emergendo da un bosco nebbioso, ancora buio prima dell’alba, nella bergmaniana “ora del lupo”. Ha due bagagli sulle spalle: uno zaino e un lettino pieghevole. Avanza con passo regolare, nessuno lo intercetta lungo le strade vuote, i ponti pedonali, i sottopassaggi deserti. Bosco e città sono privi di animali e di umani, come fosse un day after. Solo i lampioni si accorgono di quest’ombra che cammina: al suo passaggio le luci tremolano, si spengono, si riaccendono. Lui sa dove andare, la meta è un portone, un ufficio, un permesso. Dietro il portone c’è una folla in attesa di entrare nell’ufficio per avere lo stesso tipo di permesso. L’uomo consegna le carte al funzionario. Costui lo guarda con stanchezza infinita. Sembra vecchissimo, esangue; evidentemente è spossato dal suo compito, quello di filtrare domande di immigrazione. È un problema complesso, in Polonia come nel resto d’Europa. Il funzionario ha un sussulto: gli pare di aver già incontrato quell’uomo, ma non ricorda dove e quando. Una sensazione che non sarà l’unico a provare, tra i personaggi del film. Quando l’uomo uscirà dall’ufficio, avremo saputo che viene dall’Ucraina, precisamente dalla città di Prypjat’, vicina alla più nota Chernobyl. Che usa le mani da terapeuta esperto, da chiropratico. Che ha poteri elettromagnetici, e probabilmente di altro tipo. Sicuramente quelli ipnotici. Grazie ai quali, timbro e firma sul suo permesso se li è presi.

Prima che nel 1986 scoppiasse la centrale di Cernobyl, due chilometri più in là, Prypjat’ era una città moderna, aveva 50.000 abitanti, due ospedali di cui uno pediatrico, due centri commerciali, due hotel, numerosi bar e ristoranti, un cinema, un teatro, un centro polifunzionale, un luna park con una grande ruota nuova, appena installata. Non è mai stata usata. Prypjat’ era soprannominata “La città dei fiori” per via delle numerose aiuole.

[Wikipedia]

Oggi Prypjat’ è una città fantasma, riconquistata dalla vegetazione e dagli animali, visitata da qualche turista curioso delle catastrofi disposto a farsi poi decontaminare dalle radiazioni. Da 50.000 a 0 abitanti. L’uomo era uno di loro, uno dei 14.000 bambini. Sua madre invece, per esempio, insieme ad altri trentamila, non è sopravvissuta.

Zhenya, nato sette anni prima del disastro nucleare, è comunque ora un bravo professionista. Fa il massaggiatore a domicilio ed è molto apprezzato, chi lo chiama una volta poi lo richiama. Vive da solo in un modesto appartamento di un palazzone come tanti alla periferia di Varsavia, ogni giorno va al lavoro portando a tracolla il lettino pieghevole e lo zaino con gli strumenti del mestiere. Non possiede mezzi di trasporto, si muove a piedi e coi mezzi pubblici come fanno gli immigrati arrivati da poco. I suoi fedeli clienti sono polacchi benestanti che abitano bianche villette tutte uguali di un pretenzioso consorzio privato appena costruito (alcuni lampioni sono ancora avvolti dal cartone) sorvegliato da custodi e telecamere. I ragazzi di queste famiglie frequentano senza entusiasmo un’esclusiva scuola francese. Oltre al massaggiatore l’unica figura a distinguersi nettamente dalla fauna locale è il sorvegliante, un russo che gira in Segway e tenta di fraternizzare con Zhenya.

Tra i clienti ci sono:
una madre di famiglia (Maja Ostaszewska) frustrata che si rifugia nell’alcol;
suo marito salutista che la tradisce con la vicina di casa;
la vicina di casa;
una single che vive con tre bulldog (Hugo, Boris e Philip) che dormono nel suo letto;
uno di quei cani;
una vedova depressa che vive con un cinico studente di chimica, abile fabbricante e spacciatore di anfetamine;
un malato di cancro che vive con una donna visibilmente intrigata dal massaggiatore;
un colonnello in pensione che vive con il proprio passato.

Ognuno di loro ha una storia da raccontare. Ognuno è una storia. Come un medico di famiglia o un sacerdote al confessionale, Zhenya osserva e ascolta tutti, li comprende, li rispetta, ne assorbe gli sfoghi senza commentare né confidare nulla a nessuno. Puntuale, rispettoso, educato, Zhenya non solo rimette a posto muscoli e tendini: soprattutto, sa curare lo spirito di quei borghesi depressi o nevrotici, ripiana inquietudini e ansie; lenisce dolori affettivi e frustrazioni. A tale scopo, se necessario, usa l’ipnosi. L’ipnomassaggiatore immigrato diventa un salvagente, un appiglio affidabile per chi ha fatto i soldi ma non riesce a fare i conti con la propria vita.

Anche Zhenya ha un paio di conti in sospeso. Lo spiano due persone, lo seguono. Sapremo poi perché. E poi Zhenya ha una zavorra che si trascina, un rimorso permanente. La madre – l’unica paziente che voleva davvero salvare, l’unica che non può più salvare – torna nei suoi sogni, sofferente, uccisa dalle radiazioni. Qualcuno gli chiede se abbia una compagna, quali siano i suoi gusti in fatto di donne, o se abbia altri gusti. Lui, invece di rispondere si schernisce, sorride in silenzio e continua il suo lavoro. Oppure esegue passi di danza. Oppure accenna al pianoforte un sublime Preludio di Chopin. Sembra che l’amore e il sesso non siano per lui necessità prioritarie, tuttavia più avanti si vedrà che le cose non stanno esattamente così. Prenderà tra le mani e accarezzerà una donna, ma nemmeno lei sarà una priorità.

Anche qui, come in Corpi (2015) e in Un’altra vita (2018), Szumowska indaga il rapporto tra i protagonisti e il loro corpo, che diventa poi il rapporto con la loro anima. Interviene sempre qualcuno (una veggente in Corpi) o qualcosa (un grave incidente in Un’altra vita) che abbatte improvvisamente i limiti abituali della visione di sé, e consente di entrare in un’altra dimensione identitaria. Zhenya aiuta gli altri a vedere meglio in se stessi, a ricordarsi di come erano prima di farsi logorare dalla vita che hanno scelto di fare.

Ma in definitiva, chi è Zhenya? Un corpo radioattivo, un immigrato clandestino, un massaggiatore, un ipnotizzatore, un filosofo, un musicista, un ballerino, un genio poliglotta, un guaritore, uno stregone, un profeta, un furbastro? Oppure è solo uno specchio delle angosce, dei desideri, dei sogni di chi gli sta davanti? Il dubbio resta irrisolto, e in fondo quel che importa non è chi sia, ma cosa rappresenta Zhenya: un tramite, la possibilità di una riconnessione tra corpo e anima, tra passato e presente, tra realtà dei cinque sensi e un’altra possibile realtà complementare. Oltre alle percezioni extrasensoriali, in Non cadrà più la neve ricorrono altri elementi cari alla regista: la danza e la musica dal vivo, i cani, il rapporto genitori/figli, l’allergia ad ogni forma di ipocrisia tra conviventi, il rispetto per la natura.

Ma la neve? Perché non dovrebbe più cadere? Il titolo contiene due tipi di neve: le particelle biancastre formate da polvere e cenere radioattiva che volteggiarono macabre per lungo tempo a Chernobyl 35 anni fa, e la neve propriamente detta, il piumone meraviglioso e rigenerante che, secondo certi scienziati, a causa dei cambiamenti climatici in Europa calerà per l’ultima volta nell’anno 2025.

Bambina: – Hai visto Babbo Natale?
Zhenya: – È presto. Non è ancora caduta la neve.
Bambina: – Non nevicherà mai più.

Staremo a vedere… Intanto una cosa è sicura: il finale di questo film è imprevedibile.

Con questo ultimo lavoro presentato a Venezia nel 2020, Szumowska ed Englert continuano a stupire per il loro particolare modo di rappresentare realtà sociali e individuali scovate con occhi curiosi e acuti in ambiti inconsueti, spesso periferici, eppure universali. Il racconto è ogni volta poetico, coraggioso, libero, il tocco sempre raffinato. La regista ci mette l’ironia, la denuncia, la poesia. Il fotografo, il rigore stilistico. Entrambi attingono a piene mani, è il caso di dire, alle fonti di Kieslowski (lo studio sistematico dei comportamenti umani) e di Tarkovskij (la magia della natura, la visionarietà, i fenomeni paranormali come la telecinesi). E anche questo lo fanno bene: si ispirano ai due maestri, non li imitano.

Dunque la Premiata Ditta MM colpisce ancora, e colpisce bene. Il duo Małgorzata & Michał è da tempo una colonna portante nella nuova cinematografia polacca: Englert, direttore della fotografia per tutti i film diretti dalla Szumowska e co-sceneggiatore dal 2013 (In the Name of…), qui per la prima volta firma anche la co-regia, saldando il sodalizio artistico nato negli anni ’90 durante la loro formazione alla Scuola di Cinema di Łódź. In Non cadrà più la neve ai due si aggiunge una terza M, l’attrice Maja Ostaszewska, già protagonista ne In the Name of… e in Corpi. Il trio si è ben amalgamato anche nella vita privata: Englert, ex marito della regista, oggi lo è della Ostaszewska. La leader resta lei, Małgorzata Szumowska, che ha peraltro scritto e sceneggiato ogni suo film eccetto il penultimo, The Other Lamb (2019).

Il 29 ottobre Szumowska ed Englert hanno accompagnato l’anteprima di Non cadrà più la neve alla Casa del Cinema di Roma, dialogando col pubblico al termine del film. Tra l’altro, hanno dichiarato la loro radicale opposizione all’attuale governo polacco conservatore e sovranista. Non ce n’era bisogno: ogni loro lavoro è un atto di resistenza alla soffocante stupidità liberticida che regna a Varsavia.


  • dal 9 novembre in sala e online

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