Grizzly Man, di Werner Herzog (Usa/2005)

di Girolamo Di Noto

Tutta l’opera di Werner Herzog è sempre stata costruita su immagini di una natura impressionante e incombente, ricercata nei luoghi più impervi e remoti del mondo, una natura spesso ancora incontaminata, rappresentata fin dall’inizio non come cornice, ma come soggetto principale degli avvenimenti. Dai ghiacciai del Nord alle savane, ai deserti e alle giungle del Sud: non stupisce che in un simile contesto un regista così sfrenatamente passionale come Herzog non si limiti a rappresentare il paesaggio come statica bellezza senza tempo, ma faccia emergere l’idea non di una natura armoniosa, ma dal cuore tenebroso, fatto di conflitto, scontro, assassinio.

Un documentario di straordinario impatto emozionale che affronta il rapporto dell’uomo con la natura che parte dall’essere autentico, spigoloso, aspro fino a divenire inquietante e rischioso, scomodo e faticoso, è Grizzly Man, la storia di Timothy Treadwell, un attivista americano, ex surfista, aspirante attore con problemi di alcol e droga che, giunto sull’orlo del baratro, scopre l’Alaska e i suoi orsi e trova così una nuova ragione di vita. Dal 1990 al 2003 Timothy insieme alla sua fidanzata Amy passa svariati mesi all’anno nella natura selvaggia, a contatto con i suoi amati animali, tra i quali riesce a riacquistare una serenità interiore e a dare sfogo al suo disagio nei confronti della civiltà.

Nell’autunno 2003, tuttavia, Timothy e Amy, dopo aver inconsultamente prolungato il loro campeggio, vengono sbranati da un orso. Venuto in possesso dei filmati che il ragazzo aveva girato durante i soggiorni in Alaska, Herzog ne commenta la fine atroce, intercalandovi riprese sue, tra cui immagini paesaggistiche e interviste a persone coinvolte a vario titolo e in varia misura nella vicenda per ricostruirne la vita e la personalità.

Ne viene fuori un film sconvolgente che fa emergere l’eccezionalità di una vita ai limiti della follia, una vita trascorsa dal desiderio comprensivo di proteggere dai bracconieri una comunità di orsi grizzly e dal “folle” progetto di poter dominare la Natura.

Questo strabiliante documentario di Herzog può essere definito come una parabola esistenziale sull’utopico sogno dell’uomo di poter domare la realtà, ma è anche una riflessione profonda sulla seduzione che opera la bellezza selvaggia, la wilderness che offre una ragione di vita ma anche una morte atroce ed è soprattutto uno studio psicologico accurato per cercare di comprendere l’ossessione di Timothy per il suo lavoro, il desiderio di vivere fuori dalla civiltà, il suo panteismo estremo.

Le immagini che il giovane ambientalista lascia come testamento sono commoventi (su tutte, l’incontro tra lui e un cucciolo di volpe), rivelano una voglia prorompente di cercare a tutti i costi una ” comunione ” quasi mistica con gli animali ma sono anche la testimonianza di una fragilità e di un pericolo sempre imminente. Herzog apprezza del giovane ecologista- filmmaker la pazienza del saper catturare immagini di straordinaria bellezza, di attendere l’inatteso che si manifesta quando l’inquadratura sembra ormai terminata.

È come lui un guerriero senza paura che ha avuto l’ardire – come in Fitzcarraldo – di far valicare una montagna a una vecchia nave, è sempre stato attratto da sfide titaniche, ha avuto una passione autentica per quegli individui ” anormali”, folli come sciamani, aviatori, fachiri, saltatori con gli sci, conquistadores spagnoli, trasvolatori in mongolfiera, tuttavia non può che prendere le distanze da chi, come Treadwell, non riconosce ad un certo punto il momento di fermarsi e non andare oltre.

Herzog non vede nel grizzly una creatura nei cui occhi brilla una luce di dolcezza e familiarità, ma solo uno sguardo indifferente, preoccupato solo di poter trovare del cibo. Grizzly Man resta una lucida riflessione sui limiti con cui l’uomo è portato a confrontarsi, oltrepassati i quali si rischia di intraprendere una sfida suicida, troppo titanica da sostenere.

Il documentario è anche una straordinaria lezione di cinema perché riflette anche su un’altra forma di limite: quella visiva. In apertura di Grizzly Man s’impone da subito la questione dei limiti del mostrabile. Herzog non è affatto interessato a un racconto sensazionalistico né è incline al voyeurismo: sa che esiste un confine che non va oltrepassato ed è “il confine costituito dalla privacy e dalla dignità della morte di un individuo”.

Poco prima della sua fine violenta, Timothy aveva attivato la sua telecamera per riprendere l’orso che l’avrebbe ucciso. L’attacco di quest’ultimo è stato talmente repentino che Timothy non aveva ancora fatto in tempo a rimuovere il tappo applicato all’obiettivo. Perciò dell’aggressione è rimasta solo la traccia audio. Riflettendo sui limiti del cinema e sulla moralità della visione, il regista tedesco, mentre ascolta, davanti ad un’amica di Timothy, senza farla sentire, la registrazione della morte di Timothy e Amy, riesce comunque a trasmettere allo spettatore tutto l’orrore e l’angoscia di una Natura indifferente al dolore, atavicamente spietata e violenta e nello stesso tempo anche la tracotanza e la stupidità dell’uomo per aver superbamente varcato il crinale.

Al concetto di natura armoniosa messo in atto ingenuamente da Timothy, Herzog oppone una visione pessimistica del mondo della Natura, restituendoci una storia di straordinaria profondità, un film ” di estasi umana e di cupo tumulto interiore”.

Il film Gruzzly Man è disponibile su Youtube

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