Rosso Istanbul, di Ferzan Özpetek (Italia/Turchia 2017)

di Simone Lorenzati


“Quando ami qualcuno speri che anche lui ti ami allo stesso modo. Ti illudi che stiate provando gli stessi sentimenti, invece la verità è un’altra: non sai mai esattamente quello che c’è nel suo cuore e non è mai identico a quello che c’è nel tuo”.
(Neval – Tuba Büyüküstün)


Rosso Istanbul è un’opera ambiziosa e decisamente personale, opera in cui il regista de Le Fate Ignoranti e de La Finestra di Fronte, accentua ulteriormente una delle sue caratteristiche, ossia l’essere perennement in bilico tra l’analisi dei sentimenti interiori e la lettura del mondo esterno.

Ed è un viaggio emotivo quello che ha intrapreso il protagonista della pellicola, Orhan Sahin, di ritorno a Istanbul dopo vent’anni di volontaria assenza. Editore, con un passato da scrittore, si riaffaccia alla sua Turchia su richiesta di Deniz Soysal, celebre regista pronto all’esordio da romanziere. Proprio sulle sponde del Bosforo, Orhan conosce familiari ed amici di Deniz, protagonisti del suo stesso romanzo, finendo – in tal modo – per rimanere intrappolato nella vita di un altro, per di più in un contesto, quella della Istanbul del presente, che stenta decisamente a riconoscere.

Ferzan Özpetek tratteggia uomini e donne disillusi dalla vita e che pure, al contempo, paiono essere in continua ricostruzione. Parallelamente a loro ci viene mostrata, per l’appunto, l’odierna Istanbul, città che pulsa di trivelle perennemente in azione, con il suo traffico ed i suoi lavori in corso. Senza dimenticare le sirene della polizia, gli scontri in strada, fino alle navi che solcano lo stretto ed i gabbiani che lo sorvolano.

Una Istanbul viva ed in evoluzione, con il sonoro che diventa, quindi, protagonista di un film su cui aspetto primario riveste anche il tema musicale di Giuliano Tavani e di Carmelo Travia, tema che pare incastrarsi perfettamente con la rumorosa quotidianità cittadina.

Insomma si mischiano lutto creativo e rinascita esistenziale attraverso l’incontro-scontro tra arte e vita, tra verità e finzione, tra desiderio e prassi. “Chi vive troppo nel passato non riesce a vedere il presente”, sottolinea diverse volte il regista, mentre la storia si dipana tra dramma ed ironia, intimismo e noir. E pare allora di percepirlo il trascorrere del tempo, magnificamente rappresentato da un negozio di orologi, che riporta alla luce drammi mai sopiti ma, parimenti, che guarisce ferite che – per troppi anni – sono rimaste profondissime e dolorose.

Özpetek realizza un’opera che si pone esattamente a metà tra la nostalgia di quel che fu e la speranza verso un futuro migliore, un film in cui la vicenda narrata è parallela a quella della stessa Istanbul. Ai drammi interiori degli attori fanno, infatti, da contorno le immagini dei curdi in fuga dalla repressioni e delle madri del sabato, donne che piangono figli scomparsi ormai da anni. Ed ecco che, magicamente, l’assenza si trasforma in presenza, e la scomparsa di Deniz diviene una sorta sostituzione dello stesso con Orhan che, addirittura, in un così surreale contesto, pare ritrovarsi e riappropriarsi insieme e del passato e del presente.

Il regista italo-turco, come d’abitudine, indugia sugli sguardi e sui primi piani dei suoi attori, tutti assolutamente eccellenti, mostrandoci la Istanbul di oggi attraverso gli occhi di Halit Ergenç, per poi ribaltare il punto di vista e scavare all’interno del suo animo, anche quello maggiormente intimo e profondo. Malinconia ed ironia, garbo e delicatezza, colori e buio.
“Chi ama col cuore non si separa mai” ricorda il regista, insomma un cinema toccante e commovente. Verrebbe da dire una storia intrisa di cuore. E quindi, certamente non adatta a chi non ne possieda.

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