Chi è senza peccato – The dry, di Robert Connolly (2021)

di Vincenzo Laurito

C’era una volta un paese lontano, il cui nome non è importante, che si trova in Australia. Vivevano lì quattro adolescenti, due ragazze e due ragazzi, giovani e di belle speranze, che si erano promessi amicizia eterna e non solo. Ma in un afoso e maledetto giorno d’estate, qualcosa di quel legame apparentemente indissolubile si rompe per sempre con l’apparente suicidio di una delle due ragazze, e niente fu più come prima per gli altri.

Non è l’incipit di una favola tetra e senza lieto fine, ma potrebbe raccontarsi già così la trama di “Chi è senza peccato”, film in uscita nelle sale italiane dall’11 novembre, tratto dal pluripremiato e omonimo bestseller della scrittrice Jane Harper, pubblicato nel 2016. In realtà l’ultima fatica del regista Robert Connolly, che vede come protagonista principale il celebre attore hollywoodiano d’origine australiana Eric Bana, è un thriller a tinte molto fosche e dai contorni ovviamente sfumati e opachi, come ogni “giallo” che si rispetti.

I colori assumono in questa vicenda un ruolo importante , fungendo da barometro che misura la tensione respirata dai vari protagonisti, nell’arco degli avvenimenti narrati sullo schermo. Il film si apre come il libro, vent’anni dopo quel suicidio, con la visione stavolta un pluriomicidio, legato a quella misteriosa morte avvenuta anni prima. Siamo all’interno di una fattoria, sperduta nel mezzo della vastità dei campi di grano fra le pianure del continente australe. Tinte di un accecante giallo ocra sono sovrastate da un irreale azzurro cielo, che incombe apparentemente limpido. In realtà l’atmosfera è cupa, la cinepresa guida i nostri occhi di spettatori all’interno dell’abitazione, dove due persone, una madre e il suo bambino, giacciono esanimi. Un terzo corpo, quello del padre, è invece riverso fuori in un lago di sangue, sulla nuda terra e con un proiettile in testa. Rosso è anche il colore che sporca le pareti di quella triste casa, orrendo scenario della brutale esecuzione. Il padre riverso a terra è uno di quei tristi e dannati ragazzi, ed era anche il migliore amico del detective del federal bureau Aron Falk, protagonista e anch’egli membro di quello sfortunato quartetto d’adolescenti. Entrambi hanno custodito per vent’anni un segreto, legato alla morte della comune amica.

I fantasmi del passato non hanno mai abbandonato i due amici per la pelle, ed ora tornano ad esigere il loro debito di sangue, purificatore e catartico. Il pluriomicidio viene subito classificato dalle autorità inquirenti come il classico caso di omicidio – suicidio, ad opera dello stesso amico del detective. Ma Frank Aron, suo malgrado, è costretto a rivivere quel passato che aveva inteso cancellare andando via per sempre da quella cittadina, teatro di quelle misteriose morti, poiché è chiamato a dissipare l’intricata ragnatela di menzogne e inconfessabili segreti, che lega i due eventi sanguinosi.

Il film ha una sua linearità narrativa ,che gode sicuramente della salda struttura conferitagli dal romanzo di Jane Harper, giustamente premiato e acclamato dalla critica. La messa in scena è asciutta, il ritmo è sostenuto, i tempi della narrazione sono oliati da un montaggio senza fronzoli, al servizio della macchina da presa. Il regista riesce a introdurci in quel clima di sospetto che avvolge la cittadina australiana, divenuta, suo malgrado, un teatro degli orrori. Ciò che emerge chiaramente sin da subito è la coltre di omertà e ipocrisia che circonda i suoi abitanti, ognuno con il suo scheletro nell’armadio da celare agli occhi dello scrupoloso detective, perché parafrasando il titolo del film “nessuno è senza peccato”. La sceneggiatura è pertanto leggibile a vari livelli, in cui si alternano passato e presente, in un andirivieni metodico e puntuale, in cui lo spettatore assiste alla ricostruzione del pluriomicidio, vivendo nel contempo i flashblacks del protagonista, immedesimandosi con esso.

C’è la rievocazione continua e costante del passato doloroso del tenebroso detective, uomo tormentato e schivo, un classico clichè degno della migliore tradizione noir. Una figura umana dai chiaroscuri non sempre definiti, che galleggia in questo mare di menzogne navigando a vista, ma sempre con la barra dritta verso l’orizzonte della ricerca di quella tanto decantata verità. La fotografia del film evidenzia molto bene i contrasti interni che agitano i dubbi del protagonista, in balia di quel passato che assume i toni sgranati e offuscati della memoria rimossa, e del presente che invece, chiaro e solare, agisce su di lui che come una lente d’ingrandimento allargandone la visione d’insieme, necessaria a risolvere i due omicidi.

C’è infine un’altra donna, la quarta ma non ultima di quel gruppo di amici sfortunati. Lei sarà rivelatrice ed essenziale per lo svolgimento delle indagini, ma sarà importante per il detective Frank Aron, poiché lo aiuterà a riconciliarsi con i suoi incubi, fornendogli le giuste risposte. E’ pero innegabile che a volte insistere con la memoria acceca le menti, come è riportato sulla terza di copertina del bel libro di jane Harper, ma bisogna convivere con la memoria e i suoi ricordi dolorosi, che lasciano inevitabilmente profonde ferite, come solchi improvvisi scavati dalla pioggia d’estate. Quella pioggia che nel film non vediamo mai, a dar ristoro nell’arso paesaggio australiano, dipinto dal regista Robert Connolly, d’un insolito grigio fatto di promesse tradite e feroci bugie.

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