La città nuda, di Jules Dassin (Usa/1948)

di Girolamo Di Noto

Il carattere anonimo e pericoloso spesso associato alla città è sempre stato una componente essenziale per quei registi di noir che si sono dedicati ad affrontare il crimine, la storia torbida fatta di intrighi e passioni. Nella densa prolificitá del cinema noir americano spicca, come prodotto inconsueto e di grande rilievo, La città nuda di Jules Dassin, resoconto dettagliato di un delitto che ha avuto luogo a New York e dell’indagine che ne è seguita.

L’originalità di quest’opera sta nel fatto che i veri protagonisti del film sono più che gli investigatori, i quartieri poveri e gli abitanti di New York, che il regista usa come controcanto alle vicende poliziesche. Girato con uno stile semi-documentario, influenzato dal Neorealismo italiano e dalle inchieste crude del fotoreporter Weeger, questo film è soprattutto il ritratto di una città. Una metropoli nera, dal carattere imprevedibile e tentacolare, tanto fascinosa e ammiccante quanto luogo di orrori e perversioni.

Dassin si concentra soprattutto sull’ambiente sociale in cui certe storie e certi destini prendono forma. In tal senso decisivo per la sua carriera fu l’incontro con il produttore Mark Hellinger, un ex giornalista che supervisionava alla Universal pellicole di forte impatto realistico e sociale. Il suo stile, caratterizzato dalla presenza della macchina da presa che segue con pazienza i protagonisti del film durante le loro peregrinazioni in una città brulicante di vita, rovescia il genere noir, o forse sarebbe meglio dire, lo arricchisce di nuovi punti di vista.

Se la prima fase del Noir – come scrisse Paul Schrader – è caratterizzato dalle ricostruzioni in studio e da storie soffocate in cui ha un privilegio fondamentale la parola, nella seconda parte si afferma “un maggior realismo”, che porta il poliziesco ad uscire nelle strade, alla luce del sole, tra marciapiedi ed edifici reali.

La città nuda rievoca vicende criminali ambientandole in esterni reali: New York è una città che viene ossessivamente percorsa a piedi, sia da poliziotti che indagano sia da criminali in fuga. La metropoli è una giungla, ad essa accomunata dalla pericolosità degli spazi aperti, dalla legge della sopraffazione reciproca che regola i rapporti sociali tra gli abitanti, che non sono che un numero nella vastità del territorio. “Ci sono otto milioni di storie nella città nuda”, commenta una voce fuori campo, “questa è una”.

Il tenente Dan Muldoon (Barry Fitzgerald) e Jimmy Halloran (Don Taylor), suo assistente, indagano sulla morte di una giovane ballerina annegata in una vasca da bagno. Inizialmente i sospetti cadono in Frank Niles, complice della vittima in una banda specializzata in furti e ricettazione, ma le ricerche procedono con difficoltà: solo il rinvenimento di un nuovo cadavere porterà le indagini verso la soluzione.

Dassin mette in scena un giallo lineare e fa procedere la storia con metodi classici, tra interrogatori, false piste, intuizioni determinanti. Ma quello che a lui preme è soffermarsi sugli anonimi ambienti di lavoro, su dettagli ordinari dell’esistenza poco rappresentati prima nel cinema americano come il risveglio della città, il via vai nei bar, le luci che brillano sulla baia, gli edifici imponenti, le scale di sicurezza, i ponti, la metropolitana.

Il suo intento va oltre l’interesse dell’intreccio e se è vero che viene descritto con minuzia il vecchio poliziotto arguto e simpatico, ironico, fiducioso nella verità, se è vero che nessuna tappa dell’indagine viene tralasciata, è altresì inconfondibile il taglio realistico che il regista vuole infondere al suo film, ovvero il ritratto di una città come regno della confusione, crogiuolo di degrado e violenza, dove tutto può accadere e tutto apparentemente può sembrare tranquillo.

“Gli edifici sono un palcoscenico illuminato”, scrisse Mc Bain a proposito di New York. E questo palcoscenico è solo una facciata, che nasconde la spazzatura e il sudiciume nelle strade alle sue spalle. La città nuda, pur mostrandosi per quella che è, rivela anche i suoi lati oscuri, nascosti dietro volti insospettabili o facciate festose. Le scene si susseguono tra loro svelando impensabili vite movimentate della vittima, rivelano sì bassifondi malfamati in cui si trascina un’umanità squallida e derelitta, ma anche fastosi e rutilanti night-club, specchio di imprese criminose.

La fotografia di William Daniels, giustamente premiata con l’Oscar, offre l’immagine di una città che corrompe, la mostra in una gamma di sfumature che va dal sublime all’orrore, dalla meraviglia al vizio, dall’incanto alla turpitudine. Bisognerà attendere un bel po’ per ammirare New York così vera al cinema. Ci penserà Cassavetes nel 1959 con Ombre e Scorsese e Allen più tardi con Taxi driver e Manhattan. È vero che nel 1945, tre anni prima del film di Dassin, Lang raffigurò, ne La strada scarlatta, una New York claustrofobica, inserita in un quadro di solitudine urbana proprio di Hopper, ma lo fece in modo stilizzato rappresentando, con i suoi palazzi angolari e le sue opache strutture architettoniche, una città demoniaca che si fa beffa dei suoi abitanti e a cui è negata ogni forma di redenzione.

Nel film di Dassin le scene in esterni non sono costruite in studio, della città viene scandito l’aspetto sociologico e anche l’inseguimento finale attraversa diversi luoghi e persone proprio a voler sottolineare l’influenza neorealista. Nel giudizio del vecchio investigatore e in quello dei genitori della ragazza uccisa è la città stessa che alla fine risulta la vera colpevole per aver dapprima sedotto e ingannato e poi divorato la sua vittima.

Mai come in questo film New York assume un protagonismo così spiccato che lo porta a fare concorrenza a quello dei poliziotti che vi operano. Vincitore di due premi Oscar, La città nuda resta ancora oggi un esempio inconfondibile di ritratto urbano, l’immagine di una città che corrompe il cui potere può trasformare l’ambizione personale in una disperata lotta per la sopravvivenza.

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